Economia

Cosa succederà a Bcc, Iccrea e Ccb contagiate dagli Ips

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Bcc

Bcc, Iccrea e Ccb: fatti, problemi e scenari nell’intervento di Marco Bindelli, vice presidente e consigliere delegato ai rapporti con il Credito Cooperativo e le Capogruppo del Banco Marchigiano (gruppo Ccb)

 

Oltre alla mortalità, che deve sempre rappresentare il principale motivo di preoccupazione di un Paese come l’Italia in cui peraltro il diritto alla salute è disciplinato espressamente dalla propria Carta costituzionale, gli effetti del Covid-19 che destano maggiori dubbi alle autorità politiche e governative possono riassumersi nel trade off tra: bloccare l’intero Paese (insieme a tutti i suoi flussi produttivi e commerciali) con una quarantena significativa in grado di arginare tempestivamente l’espansione del virus ovvero rischiare di mandare in tilt l’intero sistema sanitario nazionale in caso di aumento esponenziale dei contagi.

A prescindere dalle scelte che saranno effettuate nelle prossime settimane, è evidente che le misure adottate hanno già inciso sull’economia reale e, in particolare, sulle piccole e medie imprese (le c.d. PMI) che, è bene ricordarlo ancora una volta, generano circa l’80% dell’occupazione totale.

Se le PMI vanno in crisi, il sistema bancario inizia ad imbarcare sofferenze e riprende la produzione di nuovi Npl (i c.d. crediti deteriorati); questo vale principalmente per quegli enti creditizi che, da sempre, operano prevalentemente con le micro e piccole imprese, ossia le Banche di credito cooperativo (Bcc). 

Peraltro, se in questo circolo vizioso prodotto dal Coronavirus si considerano (a) le attuali regole contabili (IFRS 9) che riducono la convenienza ad erogare nuovo credito alle aziende in difficoltà, (b) i possibili effetti di una rigida trasposizione delle nuove regole di Basilea che indurrebbero ad ulteriori consistenti incrementi dei requisiti di capitale per le banche, (c) le forti limitazioni nella concessione di credito alle PMI derivanti dal paradosso di considerare Significant le Bcc per aver obbligatoriamente aderito ad un Gruppo bancario cooperativo (Gbc) di grandi dimensioni e (d) i possibili effetti negativi dell’esercizio dell’Aqr (Asset quality review) appena iniziato sui Gbc, si comprendono chiaramente i timori e le preoccupazioni che serpeggiano tra le Bcc. Risulta chiara, altresì,  la volontà delle forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione, di voler rimettere mano celermente alla legge di riforma del credito cooperativo del 2016 attraverso l’introduzione degli Ips (Institutional Protection Scheme), ossia la forma di garanzia incrociata a tutela della solidità patrimoniale delle banche aderenti, già adottata dalle Casse Raiffeisen dell’Alto Adige, le quali al presente beneficiano di tale forma organizzativa che le  svincola contestualmente dal contratto di coesione che le lega al Gbc di appartenenza e le rende nuovamente banche Less Significant.

IPS E BCC

Il quotidiano MF/Milano Finanza del 4 marzo scorso annunciava che, nel decreto Salvaitalia a cui sta lavorando il governo per fronteggiare l’emergenza Coronavirus, potrebbe essere introdotta una  riforma delle Bcc attraverso l’applicazione degli Ips a tutte le Bcc.

Che i vincoli imposti alle Bcc aderenti ai due Gbc costituiti lo scorso anno sotto le capogruppo Iccrea Banca e Cassa centrale banca (Ccb) siano troppo stringenti lo hanno espressamente  rimarcato anche alcune Casse rurali (Cr) trentine sul Corriere del Trentino del 6 marzo 2020, dove peraltro viene ribadita la necessità di una maggiore autonomia da parte delle Bcc che godono di un buono stato di salute, autonomia che evidentemente non si riscontra all’interno del Gbc anche dopo le modifiche a tal fine apportate alla riforma dal precedente governo gialloverde.

Nonostante la forte volontà politica di tutte le forze parlamentari (unica eccezione l’esponente di Italia Viva, Donatella Conzatti, che tuttavia riconosce la necessità di dover trovare soluzioni condivise che consentano di rimuovere il paradosso di applicare alle Bcc le medesime regole previste per i colossi bancari europei), il tentativo di introdurre gli Ips anche per le Bcc che operano al di fuori delle provincie di Trento e Bolzano non appare di facile composizione, quanto meno per la ipotizzabile contrarietà dell’autorità di vigilanza.

Peraltro, il tentativo di introduzione degli Ips venne perseguito sin dal maggio del 2018 dalla Lega di Salvini; esperimento sfociato in una serie di importanti modifiche normative apportate nell’interesse delle Bcc che, tuttavia, ancora faticano a trovare applicazione nell’ambito dei due Gbc.

Ci fu poi il tentativo dei mesi scorsi di introdurre gli Ips sia nel decreto Salva Popolare di Bari che nel Milleproroghe e che portò, dopo la presentazione di emendamenti del M5S e del PD, ad un ordine del giorno firmato da deputati della Lega e dello stesso PD con il quale si impegnava il governo a trattare gli Ips in un apposito decreto (si veda qui su StartMag).

Volendo risalire ancora più indietro nel tempo, va anche ricordato un analogo tentativo promosso da Federcasse prima del concepimento della riforma del 2016.

IPS E GRUPPI BANCARI COOPERATIVI

Chi scrive ha sempre sostenuto che i Gbc avrebbero assicurato, attraverso le capogruppo, oltre alla garanzia incrociata per la tutela della solidità patrimoniale delle Bcc, anche ulteriori benefici alle numerose Bcc solide e virtuose, meritevoli di conservare la propria autonomia nei territori in cui operano. Tra questi, così come chiaramente previsto dalla legge di riforma e dai contratti di coesione sottoscritti con le capogruppo, si segnalano (i) la necessità di coniugare, da parte delle capogruppo, gli aspetti mutualistici e territoriali legati alla conoscenza delle imprese locali con l’efficace sfruttamento delle sinergie di costo in grado di aumentare la redditività e (ii) l’obbligo, sempre da parte delle capogruppo, di promuovere la competitività e l’efficienza delle Bcc attraverso un’offerta di prodotti, servizi, soluzioni organizzative e tecnologiche adeguata alle esigenze di mercato.

Se a distanza di pochi mesi il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, è dovuto intervenire pubblicamente per sollecitare le capogruppo dei Gbc ad assolvere i propri doveri, appare ovvio concludere che quei benefici ulteriori che i Gbc dovevano apportare rispetto agli Ips in larga parte non siano stati conseguiti e che, quindi, sia andata gradualmente lievitando una forte determinazione a voler rimuovere i lacci che legano le Bcc alle capogruppo ed a mantenere solamente il rapporto di garanzie incrociate mediante il passaggio agli Ips.

E’ doveroso soggiungere che anche all’autorità governativa va attribuita la responsabilità di non aver contribuito ad una completa e corretta  attuazione della riforma delle Bcc e, in particolare, di non aver ancora emanato il decreto che disciplina i controlli finalizzati a verificare che l’esercizio del ruolo e delle funzioni delle capogruppo risultino coerenti con le finalità mutualistiche delle Bcc. Più precisamente, il Ministro dello sviluppo economico (Mise), di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze (Mef) e sentita la Banca d’Italia, avrebbe dovuto emanare il citato decreto entro il 31 marzo 2019.

Da ultimo, va detto che da tempo sono stati segnalati i problemi che il Gbc avrebbe comportato per le Bcc con riguardo alla mancanza di proporzionalità della regolamentazione ed all’inasprimento della vigilanza bancaria; vale a dire le problematiche di cui alle lettere (c) e (d) indicate in premessa e che, paradossalmente, generano una situazione tale per cui le banche di dimensioni analoghe a quelle delle Bcc che hanno conservato lo status di less significant (piccole banche SpA o banche Popolari o Casse Raiffeisen),  possono continuare a fornire supporto creditizio al proprio territorio di riferimento senza dover sottostare alle  regole ed alla vigilanza delle Bcc Significant.

IL FUTURO DEI GBC IN PRESENZA DEL COVID-19

Le due capogruppo non si sono espresse, quanto meno pubblicamente, per contrastare il paradosso della regolamentazione e della vigilanza bancaria, e sembrerebbe nemmeno avrebbero tentato di far comprendere alla vigilanza europea le peculiarità e le sostanziali differenze di un Gbc rispetto ad un normale gruppo bancario.

Federcasse, che pure ha denunciato da tempo il problema, fa fatica ad imporsi quale unico interlocutore politico-associativo delle Bcc confluite nei due Gbc perché sta terminando il percorso di rivisitazione ed aggiornamento del proprio statuto sociale finalizzato a consentirle di essere definitivamente super partes. Percorso in cui peraltro non è ancora ben chiaro se possa contare sul pieno appoggio di entrambe la capogruppo, le quali forse ravvisano nel potenziamento di tale organismo un ostacolo all’esercizio di un potere che ritengono sia stato loro conferito a divinis.

L’unica cosa certa è che in presenza di un’epidemia che rischia di affossare l’economia reale e in special modo le PMI, le Bcc si stanno appellando sempre più alle forze politiche affinché le due capogruppo possano essere trasformate in gestori di Ips ovvero, ma solo in subordine, qualora ciò non risultasse praticabile, affinché vengano apportate una serie di modifiche alla normativa primaria per costringere le capogruppo ad assolvere correttamente il proprio ruolo, lasciando effettiva autonomia alle Bcc sane, e, in particolare, per rimuovere quei vincoli della regolamentazione bancaria che portano a considerare le Bcc alla stregua dei grandi colossi bancari europei.

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