Economia

Bcc, ecco perché sono folli le regole per Iccrea e Ccb

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La follia è evidente nella regolamentazione europea che considera Significant le Bcc per il solo fatto di essere confluite nei gruppi bancari cooperativi. L’analisi di Marco Bindelli

 

Il 31 maggio scorso, nelle sue Considerazioni finali, il governatore Ignazio Visco ha indicato la direzione da seguire per le Banche di credito cooperativo (Bcc): conciliare i benefici della vicinanza e della conoscenza che le banche locali hanno verso le imprese dei territori sfruttando le sinergie di costo e nel contempo rafforzare la solidità mantenendo la natura mutualistica. In teoria sarebbe il cuore della riforma delle Bcc del 2016. In teoria, perché le indicazioni di Visco si scontrano con i paradossi delle regole bancarie europee, che avvantaggiano le grandi banche e penalizzano le più piccole, quelle capaci di garantire finanziamenti alle tante piccole e medie imprese che sono l’ossatura della rete produttiva italiana.

La follia di questo paradosso è evidente nella regolamentazione europea che considera Significant le Bcc per il solo fatto di essere confluite nei gruppi bancari cooperativi, la cui adesione è peraltro obbligatoria. In questo modo rientrano nel novero delle grandi banche sottoposte al Meccanismo di vigilanza unico (Mvu) che fa capo alla Banca centrale europea (Bce). Un meccanismo che comporta enormi oneri per le piccole banche. Le Bcc vengono considerate, dal punto di vista dei controlli, degli oneri normativi e dei vincoli cui sono sottoposte, alla stessa stregua di colossi europei come Société Generale, BBVA o Deutsche Bank.

Mentre Paesi come Stati Uniti e Germania, che vantano grandi industrie, hanno ben compreso l’importanza di avere piccole banche territoriali efficienti e si sono attivati per non penalizzarle, in Italia, Paese col maggiore numero in Europa di piccole e medio imprese (che generano circa l’80% dell’occupazione totale), non c’è stata sino a oggi, a eccezione di qualche miglioria apportata dall’attuale maggioranza alla riforma delle Bcc, alcun tentativo di valorizzare meccanismi virtuosi di concessione di credito alle Pmi meritevoli. E a spingere in Europa affinché questi meccanismi vengano adottati.

Basta analizzare la regolamentazione bancaria americana o il pensiero del presidente della Federal Reserve per comprendere il valore attribuito oltreoceano alla semplificazione normativa correlata alla dimensione bancaria. In Italia si è invece proceduto al contrario. Nel 2005, per dire, è stato l’unico tra i maggiori Paesi europei ad aver imposto l’obbligo di redazione del bilancio in base ai principi contabili internazionali anche per le banche non quotate, cioè le più piccole. Obbligo che oggi, a causa dell’aumento dello spread, può generare problemi per la valutazione dei titoli di Stato detenuti e che comporta una riduzione di credito per le previsioni contenute nel nuovo principio Ifrs9. Nell’ultima legge di Bilancio il governo ha permesso una deroga, ma saranno poche le piccole banche che riusciranno a usufruirne considerato che le disposizioni attuative sono state appena emanate.

L’applicazione del principio di proporzionalità nell’Ue nella regolamentazione bancaria e nella supervisione creerebbe un sistema bancario più equo e tutelante. Andrebbe, ad esempio, sostenuta la proposta tedesca formulata lo scorso anno di una regolamentazione ad hoc per le piccole banche che prevede norme prudenziali più semplici, coerenti con il loro modello di business. La proposta viene peraltro dal Paese che è riuscito a tenere fuori gran parte del suo sistema bancario dalla vigilanza diretta della Bce.

Anche quando non erano considerate Significant, ed erano vigilate dalla Banca d’Italia, le Bcc figuravano tra le banche più svantaggiate in quanto enti a mutualità prevalente che scontano vincoli e limitazioni di carattere operativo.

Diversi banchieri e accademici hanno evidenziato la necessità di una concreta applicazione del principio di proporzionalità nella regolamentazione bancaria europea. Considerare Significant le 227 Bcc italiane confluite ora nei due gruppi bancari cooperativi porta al paradosso che il numero delle banche italiane direttamente vigilate dalla Bce è quasi il 60%, contro l’1% della Germania. Fortunatamente sembra al momento posticipata l’applicazione dell’Asset Quality Review, il processo di revisione degli attivi patrimoniali imposto dalla Bce alle grandi banche per la valutazione del merito creditizio delle grandi aziende multinazionali che penalizza le Bcc e compromette la possibilità di erogare credito alle micro imprese meritevoli.

In questo spiraglio che si è aperto è pertanto auspicabile che il governo si mobiliti per l’effettiva applicazione del principio di proporzionalità, anche facendo richiamo all’art. 70 del Meccanismo unico di vigilanza (Mvu) che prevede la possibilità di considerare inappropriata la classificazione Significant di una banca in presenza di circostanze particolari, come, appunto la partecipazione obbligatoria di una Bcc a un gruppo bancario cooperativo. Il momento pare propizio.

(estratto di un’analisi pubblicata sul Fatto Quotidiano; qui l’analisi integrale)

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