Economia

Come e perché Montanino (Confindustria) ha svegliato il governo sulla manovra depressiva

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Solo Start Magazine, e pochi altri, avevano evidenziato la natura restrittiva della Nadef. Ieri il centro studi di Confindustria diretto da Montanino ha usato parole chiarissime…

Credevamo di essere stati troppo severi nel giudicare la manovra di fine anno. Avevamo paventato il rischio di un effetto recessivo, sempre che la Commissione europea avesse avallato l’ipotesi di un successo nella lotta all’evasione fiscale: capace di portare quei sospirati 7 miliardi nelle casse dello Stato. Eravamo stati confortati dal giudizio negativo della maggior parte della stampa italiana, ma il pericolo di un errore, seppure involontario, rimaneva. Non è mai facile, in economia, cogliere il sentiment profondo del mondo degli affari e su questa ipotesi costruire le possibili previsioni. C’era stata, poi, la gran cassa governativa. Quel prospettare, specie da parte del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, una “vie en rose” per la società italiana, appena dietro l’angolo. Più prudente il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, che indicava in un indefinito programma triennale, la strada della salvezza. Ma tre anni, nella complicata realtà italiana, sono come tre decenni se non proprio come tre secoli.

Oggi il quadro appare più chiaro. Finalmente sono scesi in campo i “produttori”. Quel ceto imprenditoriale dalle cui decisioni operative dipende il destino del Paese. Pollice verso e, finalmente, un momento di chiarezza, dopo le fumisterie dei mesi passati. All’origine del malessere non solo il fatto che, negli equilibri governativi, il Nord produttivo è completamente sottovalutato. A questa debolezza di poteva rimediare con una politica più coraggiosa. Che prendesse il toro per le corna, ponendo fine alla politica del “non fare”. Niente trivelle; No alle grandi infrastrutture, sterco del demonio; una giustizia giacobina che vede truffatori in ogni angolo del Paese, ma poi manda a casa i criminali veri; la difesa degli ultimi, ma a danno dei penultimi. E via dicendo.

Aveva iniziato Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda, nell’assemblea generale del 3 ottobre scorso. Intervento ruvido, alla presenza del presidente del Consiglio. Nessuno sconto nei confronti del governo, ma un discorso rivolto soprattutto ai suoi rappresentati. Quegli imprenditori che guardano con sconcerto a quel che capita intorno loro, nello sforzo di competere con Paesi che hanno niente di meglio dell’Italia. Salvo una classe dirigente in grado di fare la differenza. Nell’elenco puntiglioso dei mali che affliggono la politica italiana e delle risposte peggiorative – da ”quota cento” al salario di cittadinanza – e delle relative amnesie governative – l’assenza di una politica di sviluppo – ha fatto impressione l’elogio di Mario Draghi. “Un grande italiano” che è stato capace, con la calma dei forti, di respingere l’assalto dei conservatori tedeschi ed olandesi. E salvare l’euro con una politica monetaria non convenzionale. Un’indicazione che lo stesso Roberto Gualtieri dovrebbe saper cogliere ed affrontare con la Commissione europea la necessità di in cambiamento nei paradigmi della politica finanziaria. Non più lo schema del Fiscal compact, ma il punto di partenza rappresentato dagli squilibri macroeconomici. Il vero punto dolente della politica europea, che fornisce alle giravolte di Donald Trump, l’occasione di perseverare nell’errore. Si guardi solo alle sue ultime decisioni sulla Siria.

Una parte della stampa italiana ha cercato di neutralizzare quelle critiche, riconducendo il tutto alle beghe interne di Confindustria, in vista del rinnovo delle cariche sociali. Corsa verso la presidenza: questo è stato il commento. Che ben venga se questo sarà lo spirito con cui un’organizzazione, che reca in sé i segni della crisi, vorrà di nuovo parlare al Paese tutto. E’ tempo che la classe dirigente italiana – che non è solo quella racchiusa nei palazzi della politica – scenda in campo per dare una speranza di futuro. Questo è il rinnovamento che serve. Altro che le fantasiose teorie di qualche sociologo alla ricerca di un suo piccolo spazio di mercato. Basta guardare all’ultimo rapporto dell’Ocse che, in modo impietoso, descrive la “decrescita infelice” del nostro Paese. Ultimo dal 1995 tra le maggiori economie, salvo il Brasile e l’Argentina. Ultimo in Europa tra tutti gli partner. Se le teorie di Larry Summer, sulla stagnazione secolare, hanno un qualche fondamento, l’Italia ne è la dimostrazione.

Sulla scia di quell’intervento, l’ultimo report del Centro studi della Confindustria, illustrato ieri alla presenza del ministro dell’Economia, traduce quelle pulsioni nel linguaggio più asettico dei numeri e delle prospettive. “In uno scenario a “politiche invariate”, includendo il rialzo di IVA e accise e le spese indifferibili, il PIL rimarrà fermo non solo nel 2019 ma anche nel 2020. Se invece l’aumento delle imposte indirette venisse annullato e finanziato interamente a deficit, il PIL crescerebbe dello 0,4 per cento nel 2020, ma il rapporto deficit/PIL sarebbe pericolosamente vicino al 3 per cento”: questo l’incipit del rapporto. La dimostrazione della morsa che comprime l’economia e la società italiana e che non consente vie di scampo, nell’ambito di un approccio tradizionale.

La diagnosi è quella nota. Più volte illustrate anche su questo giornale. Un “modello di sviluppo” che è trainato in modo quasi esclusivo dalle esportazioni, mentre ristagna la domanda interna. Un forte avanzo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti che si traduce in un risparmio interno (2,2 per cento del Pil secondo le previsioni del CsC) che prende la via dell’estero, per mancanza di occasioni d’investimento. L’eccesso del carico fiscale, con le sue sperequazioni. Un tasso di disoccupazione che, nonostante i leggeri miglioramenti, rappresenta il sintomo più vistoso della cattiva utilizzazione dei fattori produttivi. Ma “alla lunga se non riparte il PIL la crescita occupazionale si fermerà, così come si osserva già nel bimestre luglio-agosto” ha fatto osservare il suo direttore, Andrea Montanino. Cose ben note a chi si occupa di politica economica. Ma fuori dal radar di un ceto politico che pensa ad altro.

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