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Confindustria Bonomi Meloni

Carlo Bonomi di Confindustria parla come Giorgia Meloni?

Pesanti critiche alle politiche Ue e investimenti pubblici come se piovesse: a chiederli non è solo il governo Meloni ma anche la Confindustria di Bonomi che fa registrare una inattesa identità di vedute con Palazzo Chigi

Continua la sintonia tra Confindustria e il governo. Sorprendente non solo per i temi, spesso lontani dagli inni al liberismo selvaggio e alla deregulation da sempre propugnati dagli imprenditori, su cui si registra una inedita identità di vedute con l’esecutivo, ma anche per il fronte comune rispetto a una Ue tornata matrigna e non pìù madre. Chi si aspettava che la rappresentanza del mondo imprenditoriale avrebbe mugugnato rispetto ai ritardi italiani sul Pnrr per entrare persino in fibrillazione di fronte alle prove muscolari che Palazzo Chigi ha deciso di ingaggiare con Bruxelles sul Mes, resterà deluso: Carlo Bonomi continua a seguire con apprezzamento le mosse di Giorgia Meloni.

CONTRO L’UE L’ALLEANZA BONOMI – MELONI

«La schizofrenia europea è ormai evidente, l’estremismo regolatorio ideologico è alla base di molti provvedimenti Ue, un approccio dogmatico che rischia di provocare uno spaesamento delle imprese e la perdita di attività strategiche del paese». A dirlo non è né un leghista né un esponente di Fratelli d’Italia, bensì Carlo Bonomi, dalle colonne del quotidiano di casa, che ha ripreso nei giorni scorsi il suo intervento a un convegno sulla sostenibilità organizzato da Confindustria Bergamo e Brescia.

Il numero 1 degli industriali ribadisce il proprio malcontento rispetto alla nuova visione green della Commissione Ue: «Solo il Fit for 55 richiederà all’Italia investimenti per 1.100 miliardi e il Pnrr italiano rappresenta solo il 3,7% del fabbisogno di investimenti diretti, cui aggiungere i costi indiretti».

Per questo Bonomi abbandona i temi cari a Confindustria sulla libera iniziativa privata e sulla necessità di limitare gli interventi del legislatore invocando «un grande piano di investimenti per la transizione 5.0, indipendente dalla logica degli aiuti di Stato, che dia risorse direttamente alle imprese a livello Ue: una politica industriale europea che metta al centro le imprese e le competenze e stimoli gli investimenti. Dobbiamo concentrarci su come fare industria 5.0 in Europa».

Ma il malcontento sui lacci e lacciuoli del legislatore comunitario resta. Per Bonomi, difatti, le norme Ue «rischiano unicamente, se non arginate, di indebolire il tessuto industriale. Questa battaglia sulla competitività non possono combatterla i singoli Stati. Invece sta accadendo l’opposto. La mancanza di una visione strategica sta lasciando liberi i grandi paesi Ue, tra tutti Francia e Germania, di agire in maniera autonoma. Le politiche industriali non coordinate e il prevalere di egoismi rischiano di essere una minaccia non solo per l’industria italiana ma per le fondamenta dell’Europa stessa».

L’IRA DI CONFINUSTRIA SULL’IRA DI BIDEN

Quel che è certo è che anche sugli altri mercati si registra un intervento pubblico senza pari, fatto di sussidi e misure protezionistiche (il più eclatante è l’Ira di Biden) che impone a lasciare nel cassetto gli ideali liberali: «Stati Uniti e Cina stanno investendo risorse considerevoli e senza precedenti. L’Europa come risponde? L’assetto europeo non sembra essere adeguato ad affrontare le sfide in termini di competitività con questi giganti».

Per questo occorre una «cooperazione tra Stati, altrimenti ogni azione è una goccia nel mare: l’Europa è responsabile solo dell’8% delle emissioni climalteranti, la Cina, nel 2021, del 33%, superando la somma di Stati Uniti, Europa, India e Russia».

La sinergia col governo sembra insomma ai massimi livelli. Bonomi, che non le mandava a dire a Giuseppe Conte in piena pandemia e sulla gestione del Pnrr («Noi immaginavamo un Piano che si concentrasse a rafforzare il potenziale di crescita del Paese. Ci siamo invece trovati di fronte a una serie di interventi a pioggia») e che pareva aver perso il sorriso con la caduta di Mario Draghi ( «Noi industriali increduli di fronte alla caduta di Draghi. L’irresponsabilità dei partiti quel giorno ha toccato l’apice», disse a fine luglio ’22 al Corriere), pare aver trovato in Meloni l’interlocutrice desiderata.

NON SOLO BONOMI, CONFINDUSTRIA STRAVEDE PER MELONI

Soltanto pochi giorni fa avevamo registrato il curioso tamtam mediatico apparso sulle pagine del Sole confindustriale: ben due articoli (una intervista all’ex numero 1 di Confindustria Lombardia Marco Bonometti, presidente del Gruppo OMR, Officine Meccaniche Rezzatesi, realtà specializzata nella produzione di basamenti per motori, trasmissioni, telaio e sospensioni affiancata da un editoriale del curatore della pagina sui motori) per dire che Stellantis sta lasciando il nostro Paese alla chetichella e serve dunque un intervento dello Stato nell’azionariato per zavorrarla qui.

Questi interventi erano stati seguiti da quello ancora più esplicito di Paolo Scudieri, presidente dell’Anfia, l’Associazione delle imprese della filiera automotive, amministratore delegato del Gruppo Adler Hp Pelzer, azienda di famiglia fondata dal padre, Achille, nel 1956 dal fatturato sui 2 miliardi di euro attiva nella progettazione, nello sviluppo e nella produzione di componenti e sistemi per l’industria del trasporto ma, soprattutto, membro dell’Advisory Board di Confindustria. In passato è stato inoltre membro della Giunta nazionale di Confindustria e del comitato ristretto per l’Internazionalizzazione.

«È necessario equilibrare le forze e i pesi in Stellantis, si tratta di una cosa giusta, alla luce della presenza dello Stato francese» è il commento di Scudieri alla proposta avanzata sul Sole 24 Ore da Bonometti, che ha parlato della possibilità di un ingresso di Cdp in Stellantis per equilibrare la presenza dello Stato francese e tutelare la filiera italiana.

L’aspetto più interessante è che la proposta ricalca quella che il partito di Giorgia Meloni avanzò a Mario Draghi, all’epoca presidente del Consiglio. “Presenteremo un progetto che preveda la predisposizione di un piano nazionale per l’automotive e la partecipazione di Cdp nell’azionariato della nuova azienda al pari della quota pubblica francese. Ormai è, infatti, chiaro come non si sia trattato affatto di una fusione paritetica tra Fca e Psa ma di una vendita che prefigura una governance francese, il cui azionista pubblico ha, peraltro, aumentato la propria quota dopo la fusione, contrariamente a quanto precedentemente affermato”, disse infatti a un meeting online del marzo 2021 Adolfo Urso, oggi ministro alle Imprese e Made in Italy.

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