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Perché anche in Confindustria si sbuffa su Stellantis

Ned Curic

Quale futuro per Stellantis? Ecco le preoccupazioni di industriali, sindacati e politici per gli stabilimenti italiani di Fca dopo la fusione con Psa

 

Preoccupa il futuro di Stellantis in Italia. A temere per il futuro degli stabilimenti italiani nel post nascita del quarto gruppo automobilistico al mondo sono sindacati, industriali, politici e amministratori pubblici, come è emerso nel corso di una videoconferenza sull’argomento organizzata da Fratelli d’Italia.

E proprio il partito di Giorgia Meloni invoca l’intervento dello Stato italiano, tramite Cdp.

Ecco cosa si è detto.

FRATELLI D’ITALIA CHIEDE INTERVENTO CDP

Partiamo dagli auspici. Fratelli d’Italia, preoccupato dal futuro di Fca e dei suoi stabilimenti italiani, invoca l’intervento dello Stato tramite un intervento di Cassa depositi e prestiti. L’obiettivo sarebbe quello di riequilibrare l’azionariato della nuova società, in cui è fortemente presente lo Stato francese.

LE PAROLDE DI ADOLFO URSO

“Presenteremo un progetto che preveda la predisposizione di un piano nazionale per l’automotive e la partecipazione di Cdp nell’azionariato della nuova azienda al pari della quota pubblica francese. Ormai è, infatti, chiaro come non si sia trattato affatto di una fusione paritetica tra Fca e Psa ma di una vendita che prefigura una governance francese, il cui azionista pubblico ha, peraltro, aumentato la propria quota dopo la fusione, contrariamente a quanto precedentemente affermato”, ha detto il senatore di Fratelli d’Italia, Adolfo Urso, responsabile del Dipartimento Impresa e vicepresidente del Copasir.

SI TEME FUTURO DEGLI STABILIMENTI

La mano dello Stato servirebbe a tutelare, è emerso durante la videoconferenza, il futuro degli stabilimenti italiani, scongiurando che “gli stabilimenti di Melfi, che passerebbe da due linee di produzione a una sacrificando Jeep Renegade, di Cassino e di Pomigliano perdano altra capacità produttiva, visto il precedente di Termini Imerese”, riporta l’agenzia Dire.

LE PREOCCUPAZIONI DI CONFINDUSTRIA LOMBARDA

Le preoccupazioni sul futuro degli stabilimenti sono condivise anche da Confindustria. Su Stellantis, “non vorremmo affrontare un’altra storia come quella dell’Ilva, dove emergono tutti i limiti di una parte importante della politica italiana. Il settore dell’auto a livello nazionale vale 400 miliardi di euro di fatturato e 27 di salari, pari al 20% del Pil, ma l’Italia non l’ha mai considerato strategico. Non discutiamo il libero mercato, un’impresa ha ragione di muoversi come vuole; la responsabilità è quella di non aver creato le condizioni affinché le aziende italiane dell’auto fossero competitive in modo strutturale. Bene gli incentivi, ma dobbiamo togliere burocrazia e rendere attrattiva l’Italia”, ha detto il presidente di Confindustria Lombardia Marco Bonometti.

“Perché un prodotto Psa costa meno di quello prodotto da noi? E attenzione che in Italia i siti produttivi Fca sono tutti al sud, bisogna difendere il Mezzogiorno”.

CONFINDUSTRIA BASILICATA: NON VOGLIAMO DIRE ADDIO AD FCA

Stessi timori di Francesco Somma, presidente di Confindustria Basilicata (indotto Fca di 3.000 occupati e 50 imprese): “L’addio alla Fiat l’abbiamo dato già da qualche anno, ora speriamo di non dirlo anche a Fca. Il ministro Giorgetti e il premier Draghi danno garanzie, comunque, e confidiamo in loro”.

“Si parlava di attivare una terza linea di produzione e ora invece si teme, anche se al momento restano ‘boatos’, di ridurre tutto a una sola linea. Mi accontenterei quindi nella partita Stellantis di uno Stato stakeholder, che faccia valere gli interessi nazionali: gli incentivi per lo svecchiamento del parco auto vadano allora a produzioni che riguardano gli Euro 6, e non solo all’elettrico”.

ALFA ROMEO TRASFERITA FRANCIA?

“Non esiste più neanche il nome Fiat, in Fca almeno era mantenuto: rischiamo che ci venga cancellato tutto”, ha detto Elena Chiorino, assessore al Lavoro della Regione Piemonte.

Stesse paure di Hella Colleoni, presidente di Confimi Industria, ricordando come circoli “che pure Alfa Romeo si trasferirà in Francia”.

POZZI (LUISS): NON CI SARANNO SVOLTE POSITIVE PER ITALIA

A non vedere di buon occhio la fusione tra Fca e Psa è anche Cesare Pozzi, docente di Economia Industriale alla Luiss, che crede che la mossa non avrà svolte a favore dell’Italia in “un settore fondamentale e strategico per questa nazione” con “l’indotto, la componentistica” che “i dealer rischiano di entrare in una crisi davvero profonda, vista anche la contingenza della pandemia”.

LE PREOCCUPAZIONI DEI SINDACATI SU CASSINO

Ed anche i sindacati sono particolarmente preoccupati per eventuali interventi strutturali che possono interessare gli stabilimenti. “L’operazione Stellantis non è una fusione, ma un’acquisizione: gli investimenti previsti a Melfi sull’ibrido sono tuttora in carico, a Cassino gli asset assegnati non permetteranno la saturazione degli impianti, e il disimpegno su Giulietta è un errore strategico. I rapporti tra Draghi e Macron ci fanno stare un po’ più tranquilli, ma servono un protagonismo diverso, capacità di progettazione, una riconversione di lavoratori e siti, una riforma degli ammortizzatori”, commenta Fabio Bernardini, segretario provinciale dei metalmeccanici Cisl di Frosinone.

I SINDACATI TEMONO PER MELFI

E’ “molto preoccupato” per Melfi anche Vincenzo Tortorelli, segretario regionale Uil Basilicata: su “Melfi abbiamo fatto di tutto sulla flessibilità in questi anni, se l’ad Tavares vuole ridurre i costi ci confrontiamo, ma questo non può significare non pulire uno stabilimento, ad esempio”.

Ha espresso preoccupazione anche Angelo Summa, segretario regionale della Cgil Basilicata: “Le attuali 440.000 vetture prodotte a Melfi all’anno verrebbero dimezzate. I siti italiani oggi sono tutti sottodimensionati, dobbiamo usare le risorse del Recovery Plan per un settore strategico come il nostro”.

UGL INVOCA POLITICA INDUSTRIALE ITALIANA

Serve una politica industriale seria per Tullia Bevilacqua, di Ugl Emilia-Romagna: “Qual è l’idea di politica industriale dell’Italia? Non è chiara. Sosteniamo la partecipazione dei lavoratori alla gestione d’impresa ma in Italia c’è una resistenza su questo da parte di aziende e Confindustria. Invece, potrebbe dare ottimi risultati come successo in Europa. Manca una certa capacita’ di osare a protezione delle nostre aziende, quindi”.

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