Economia

Carige, ecco sfide e rischi per Cassa centrale banca (Ccb)

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Cosa succederà a Genova venerdì 20 settembre? Il piano di salvataggio di Carige verrà approvato dall’assemblea? E i Malacalza cosa faranno? Conversazione di Start con Fabio Pavesi, giornalista esperto di banche e finanza, già al Sole 24 Ore

Potrebbe succedere di tutto e per chi segue queste vicende si è trasformato in un appuntamento imperdibile. L’assemblea in programma venerdì prossimo a Genova dovrà decretare se Carige resterà in vita – promuovendo il piano di salvataggio preparato dai commissari e approvato dalla Banca centrale europea – o se invece sarà avviata a risoluzione o – peggio ancora – a liquidazione coatta amministrativa.

Vita o morte, sostanzialmente, per l’istituto di credito ligure con un “grande sconfitto”, il primo azionista Vittorio Malacalza e famiglia, che – c’è da giurare – venderà cara la pelle.

A delineare un quadro quasi da romanzo d’avventura è Fabio Pavesi, giornalista che da circa trent’anni legge bilanci bancari e scrive di finanza.

IL PESSIMO UMORE DI MALACALZA

“La verità è che i Malacalza (che detengono il 27,55% di Carige, ndr) si sentono traditi – spiega a Start Magazine -: avrebbero voluto uno sconto del 50% sul riacquisto delle azioni del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, come fatto a Ccb. Cassa central banca, ”una delle due capogruppo delle banche di credito cooperativo che al termine dell’operazione – e con il piano di salvataggio approvato – diventerà socio di riferimento di Carige. Da parte dei tre commissari – Pietro Modiano, Fabio Innocenzi e Raffaele Lener – è però arrivato un secco “no” adducendo quale motivazione il fatto che non si potesse rimettere mano al piano di salvataggio da 900 milioni, 700 dall’aumento di capitale e 200 dal bond subordinato.

“La richiesta della famiglia in realtà mi sembra ragionevole – afferma Pavesi – visto che ha già perso 380-390 milioni” ma occorre osservare che il rapporto dei Malacalza con i commissari, in particolare con Modiano, non è mai stato semplice. “Ripeto: tutto sommato la famiglia non ha tutti i torti, al di là di certe intemperanze, la sua posizione va capita. Di sicuro – aggiunge il giornalista per anni al Sole 24 Ore – i Malacalza sono i gradi sconfitti di questa storia anche se non vanno di certo in dissesto. Da ricordare peraltro che tuttora non hanno svalutato la quota in loro possesso”.

COSA PUO’ ACCADERE

Ma cosa succederà venerdì? Al momento Vittorio e i figli Davide e Mattia non hanno reso note le loro intenzioni: se partecipare all’aumento di capitale – per un esborso di altri 23 milioni circa – oppure dire di no mettendo probabilmente una pietra tombale sull’istituto. “Il capostipite sa che votando no o astenendosi (l’astensione vale come voto contrario, ndr) rischia di passare alla storia come quello che ha fatto fallire Carige e la mia impressione è che la famiglia le proverà tutte e magari potrebbe usare il rifiuto dello sconto come alibi”.

Dal canto loro, i commissari temono che il piano di salvataggio non venga approvato e per questo – come sostiene Il Messaggero – Banca d’Italia e Banca centrale europea avrebbero già preparato un’exit strategy: convocare un’altra assemblea a stretto giro congelando i diritti di voto dei Malacalza in nome della stabilità finanziaria e della tutela degli azionisti. “E’ anche possibile che i Malacalza non si presenteranno in assemblea”, prosegue Pavesi, in questo modo togliendo le castagne dal fuoco ai commissari che sarebbero quasi certi di ottenere la promozione del piano da parte dei restanti azionisti.

LA QUESTIONE DEGLI NPL

Secondo Pavesi i malumori della famiglia piacentina riguarderebbero anche “la gestione degli Npl perché il piano dei commissari prevede che vengano ceduti tutti (sono circa 1,9 miliardi, ndr) ma che nel contempo Carige smetta di fare la banca visto che fino al 2023 sono bloccati i prestiti. Dunque, nessun segno di miglioramento nella gestione industriale dell’istituto”.

L’ATTUALE SITUAZIONE DELLA BANCA

Una banca che, secondo Pavesi, “non è gestita a livello industriale da almeno sei anni da quando cioè l’ex presidente Giovanni Berneschi è finito in galera e poi si sono succeduti una serie di amministratori delegati che hanno ricapitalizzato ma hanno badato poco alla gestione industriale. E pure i commissari hanno fatto poco in questa direzione: si sono preoccupati solo di trovare un compratore”, Ccb appunto.

Intanto Carige continua ad accumulare perdite: il primo semestre si è chiuso con il margine d’interesse sceso del 66%. Previsti altri 300 milioni di perdite nel secondo semestre che porteranno a un buco complessivo nel 2019 di 700 milioni, che sarà ripianato appunto dall’aumento di capitale.

I RISCHI PER CCB

“Salvata la banca e con requisiti patrimoniali fra i migliori in Italia, Ccb si troverà di fronte una situazione nient’affatto facile” prevede Pavesi che ricorda: “Secondo il piano scritto dai commissari, da qui al 2023 Carige avrà ricavi sostanzialmente fermi con i prestiti congelati a 11 miliardi e l’unico intervento previsto è un taglio del 30% costo del lavoro”. Insomma, i trentini – la cui scelta di accasarsi a Genova ha scosso parecchio politica e imprese del territorio – rischiano di imbarcarsi in un’avventura molto complicata e di dover fare il lavoro sporco: “Diventerebbero primi azionisti di una banca pulita che però per tornare a fare utile deve metter fuori dall’istituto 1.200 dipendenti su 4.000”.

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