Economia

Carige e Bcc, tutti i nuovi sbuffi contro Ccb (Cassa centrale banca)

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Piovono critiche sull’operazione che porterebbe la capogruppo Ccb ad acquisire Carige. Intanto il 20 settembre è in programma l’assemblea della banca ligure per varare il piano di rafforzamento del capitale. Ecco cosa dicono esperti, banchieri Bcc e politici


Settembre importante per Carige, chiamata a decidere sull’aumento di capitale nella prossima assemblea di mercoledì 20 e alle prese con un possibile matrimonio con Ccb, una delle due capogruppo delle Bcc, ovvero le banche del credito cooperativo a mutualità prevalente – l’altra è Iccrea – nata dopo la riforma del 2016. Unione, quella con il gruppo ligure che nel primo semestre dell’anno ha già perso oltre 428 milioni e che rischia la liquidazione senza l’ok al piano di rafforzamento patrimoniale, che però sta scatenando molte polemiche.

C’è chi teme uno sradicamento delle Bcc dai territori di origine per salvare un istituto in “crisi irreversibile” come Carige, chi paventa uno snaturamento della natura del credito mutualistico e chi evidenzia come in tal modo verranno sottratte risorse proprio ai luoghi che le hanno create e accumulate. Da non dimenticare che la Banca centrale europea ha già dato il via libera al piano di salvataggio di Carige che prevede un aumento di capitale di 700 milioni e l’emissione di un bond subordinato da 200 milioni e che nei 700 milioni vanno conteggiati 63 milioni in arrivo da Ccb.

Insomma, i due promessi sposi stanno già facendo conoscenza.

DELLAI: SERVONO SOLUZIONI PER RENDERE PIU’ FORTE IL RADICAMENTO TRENTINO

Andando a sbirciare le dichiarazioni sulla questione, occorre registrare il 25 agosto scorso l’intervento di Lorenzo Dellai, ex deputato e soprattutto ex presidente della Provincia di Trento, sul Corriere del Trentino. Dellai ricorda che la delegazione parlamentare regionale si era impegnata perché nella legge di riforma ci fossero clausole sostenibili per il modello trentino. “Personalmente credo sia il momento di lasciare da parte le discussioni pregresse e di valorizzare d’ora in poi questa importante difficile avventura nell’interesse del Trentino – scrive -.(…) Penso sia importante che si operi tutti per la buona riuscita dell’iniziativa e, nello stesso tempo, che si mettano in campo tutte le risorse capaci di mantenere il radicamento in Trentino del gruppo”.

Allo stesso tempo però, aggiunge, “non guasterebbe uno sforzo maggiore di Ccb per comunicare il senso del progetto e le sue prospettive in chiave anche locale. (…) Forse, sarebbe possibile e opportuno trovare le soluzioni per rendere ancora più forte e credibile tale radicamento trentino, attraverso il diretto o indiretto coinvolgimento in Ccb di alcune istituzioni finanziarie locali, anche a matrice pubblica”.

Per Dellai, inoltre, sarebbe “estremamente utile mettere in campo un’iniziativa specifica di alta formazione e ricerca su un tema che diventa ogni giorno più determinante per il futuro del settore: l’informatica bancaria di nuova concezione, supportata dall’intelligenza artificiale. Il Trentino ha enormi potenzialità in questo settore”. La sua ricetta per Ccb dunque punta a “rafforzare, con sostenibile credibilità, le radici e l’identità territoriale; rinnovare, senza abiure, ma anche senza nostalgie, il patrimonio ideale e valoriale di una esperienza straordinari a così legata alla nostra storia locale; investire sull’innovazione culturale e tecnologica; non avere paura di cimentarsi sugli scenari ormai necessariamente globali: quattro virtù fondamentali per il Credito cooperativo trentino e per l’Autonomia speciale”.

CONTI: I RISPARMI DEL SUD PER SALVARE UNA BANCA DEL NORD

Già dal titolo si evince il tono dell’intervento sulla Gazzetta del Mezzogiorno di Lorenzo Conti, analista finanziario, secondo cui ora le banche cooperative “sono anche in grado di affrontare da protagoniste l’onerosa operazione di mercato per rimettere in piedi una banca decotta di rilevanti dimensioni qual è Carige con la benedizione della Bce. Insomma, un sistema che solo pochi mesi fa veniva sospinto dalle autorità ad aggregazioni di salvataggio, oggi sembra manifestare una solidità patrimoniale e capacità operativa da spendere anche al di fuori della categoria”.

Conti però si domanda se sia lecito che una capogruppo cooperativa che ha avuto dalle affiliate un aumento di capitale per dare corso a un obbligo di legge lo usi per operazioni di mercato ad alto rischio. Allo stesso tempo si chiede se sia corretto – a livello imprenditoriale – utilizzare quote di patrimonio indivisibile delle singole Bcc per sostenere il salvataggio di una banca spa “in crisi irreversibile”.

“Bisogna dirlo con estrema chiarezza – prosegue l’analista finanziario -: le rilevanti risorse che una parte del Credito Cooperativo impiegherà a vantaggio di Carige saranno risorse sottratte ai territori che le hanno generate ed accumulate. Inoltre, se si considera che una parte non secondaria di quei mezzi patrimoniali provengono dal Mezzogiorno d’Italia, la questione diventa paradossale”.

Conti fa dunque l’esempio delle Bcc pugliesi che hanno versato a Ccb, per l’aumento di capitale, circa 70 milioni, necessario alla costituzione della capogruppo. Si tratta di un capitale attinto da risorse indivisibili, spiega, generate dal locale scambio mutualistico che viene in parte “drenato dalle buone banche del Sud verso una pessima banca del Nord anche con il consenso delle autorità”.

MARINO: IL RISCHIO E’ LA RIFORMA

Punta il dito contro la riforma delle Bcc Antonio Marino, direttore generale della Bcc di Aquara, intervistato dal giornale campano La città. La paura, argomenta, è che “le Banche di credito cooperativo non possano più svolgere quella funzione di mutualità che è stata da 130 anni una delle loro principali caratteristiche”. Ricorda Marino: “La riforma fu fatta perché la capogruppo doveva coordinare e dirigere le 84 banche finite sotto la sua ala protettiva. Ad un tratto – sbotta – ci siamo trovati tra i piedi la questione dell’acquisizione di Carige, perché lo Stato non sapeva a chi affidare questa patata bollente. L’ha presentata come un affare, che avrebbe prodotto utili tra 2 anni. Il problema che anche Carige è una Spa e Cassa centrale assorbendola avrà degli sportelli, cosa che all’epoca non erano previsti”.

Il dg non ha dubbi: “Occorre preservare l’autonomia delle banche sane. La distinzione deve essere tra banche sane e banche meno sane, non tra banche grandi e piccole. Ebbene noi chiediamo che le banche sane siano controllate dalle capogruppo ma non siano dirette dalla capogruppo” secondo una “esatta applicazione dello spirito della riforma del 2018. Le nostre Bcc – puntualizza – rischiano di diventare sportelli sciocchi della capogruppo con forte perdita di motivazione degli attori locali e quindi della capacità di accompagnare lo sviluppo locale”.

Infine, Marino lancia un messaggio al governo: “Vorremmo che il legislatore si occupasse di ridurre il carico burocratico sulle banche più piccole, che ci fosse una gradualità degli adempimenti a seconda della dimensione della banca. Se le banche oggi fanno meno utili lo si deve in gran parte all’invadenza dello Stato e delle sue numerosissime norme che sovrintendono alle banche. Allo stesso modo dobbiamo criticare la mancanza di leggi che tutelano i creditori, che diano certezze dei pagamenti”.

SEPE: LE NOZZE CHE RISCHIANO DI SNATURARE LE BCC

Nel “programmato matrimonio tra Cassa Centrale Banca e Carige, che ha già avuto la sua prima benedizione dalla Bce, con l’autorizzazione all’acquisizione di una quota di minoranza della prima nella seconda”, scrive su First online Marco Sepe, ordinario di Diritto dell’economia e pro rettore dell’università Unitelma Sapienza, è nato un dibattito che si è polarizzato tra due posizioni: “Chi ha sostenuto che l’operazione in parola sia destinata a segnare la fine dell’essenza cooperativa del gruppo Ccb, riproponendosi i dubbi di legittimità costituzionale da più parti prospettati sulla riforma delle Bcc” e “chi ha benedetto l’operazione come un esempio virtuoso di interazione fra la componente istituzionale (Fondo Interbancario e Vigilanza) e la componente privata del settore bancario”.

Sepe nota pure che alcuni “esponenti politici avrebbero preferito vedere realizzato un consolidamento del gruppo Ccb al proprio interno, capitalizzando al meglio le sinergie che derivano dall’unione, prima di affrontare l’imponente operazione Carige” mentre altri auspicano che – “anche a seguito dell’operazione” – “permanga un forte radicamento territoriale del gruppo”. Senza dimenticare che “l’operazione ha riacutizzato i ‘mal di pancia’ (invero mai sopiti) di quella parte del mondo delle Bcc che considera la riforma, al di là delle petizioni di principio scritte nella legge e delle rassicurazioni delle istituzioni, come il ‘de profundis’ nei fatti delle istanze socio economiche espresse dai territori e della natura mutualistica che caratterizza le Bcc”.

Secondo il docente del primo ateneo romano “con la riforma del gruppo bancario cooperativo si è passati a una nuova dimensione di mutualità, da mutualità intesa in senso tradizionale, come gestione di servizio in favore dei soci, riferito allo scambio mutualistico realizzato nell’ambito sociale di ciascuna Bcc, a una ‘mutualità di sistema’ e istituzionalizzata”. Con l’operazione Ccb-Carige, dunque, si impegnano le risorse delle Bcc “per il salvataggio di banche costituite in forma di società per azioni”.

Ma la capogruppo, si domanda Sepe, “posta davanti a scelte gestionali alternative, quale componente tendenzialmente favorirà?”. Per esempio, nel caso in cui Carige e una Bcc locale abbiano filiali in uno stesso comune, chi verrebbe appoggiata? “Pare logico ritenere – sostiene Sepe – che la componente azionaria del gruppo sarà tendenzialmente favorita, in quanto le s.p.a. bancarie controllate trasferiscono utili alla capogruppo, a fronte dei limiti previsti per le Bcc affiliate”.

Per questo “al di là del vantaggio economico per Ccb dell’operazione Carige, il rischio è dunque, quantomeno nel tempo, l’eterogenesi del gruppo” il quale nasce cooperativo e diventa lucrativo. Peraltro, conclude il professore della Sapienza, “non è da escludere che si profili un armistizio storico, un matrimonio tra la ghibellina Siena e il guelfo mondo delle Bcc, quando il Tesoro, in relazione ai vincoli europei, sarà chiamato a dismettere la partecipazione di controllo in Montepaschi”.

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