Economia

Tutte le indigestioni politiche e bancarie su Ferrarini

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Ferrarini

Che cosa succede sul dossier Ferrarini. Le ultime novità nell’articolo di Emanuela Rossi

 

Continua a suscitare l’interesse della politica la sorte di Ferrarini, gruppo emiliano guidato dall’ex vicepresidente di Confindustria per l’Europa, Lisa Ferrarini, finito in concordato preventivo e conteso da due cordate. A destare curiosità, e polemiche, soprattutto il ruolo di Amco, l’ex Sga di proprietà del ministero dell’Economia e delle Finanze che si è schierato con Pini Holding.

LA VICENDA FERRARINI

La disputa dunque è fra il gruppo Pini e la cordata guidata da Bonterre, e sostenuta da Intesa Sanpaolo e Unicredit, per rilevare Ferrarini, la società di salumi in concordato dopo il tracollo dei conti tra il 2016 e il 2017 che a luglio 2018 è arrivata a un patrimonio netto negativo per 123 milioni. Il gruppo vanta un maxi debito, di circa 360 milioni, nato a causa di investimenti sbagliati e dei finanziamenti ricevuti da Veneto Banca per l’acquisto di azioni dell’istituto di credito poi finito in liquidazione coatta amministrativa. Il 23 luglio 2018 Ferrarini ha depositato presso il Tribunale di Reggio Emilia un concordato preventivo con riserva ed è stata ammessa alla procedura il 12 marzo 2019.

Da una parte, dunque, c’è il gruppo di società partecipate da Pini Holding, guidata da Roberto Pini, che è italo-ungherese e ha la sua base a Cipro; dall’altra, invece, Intesa Sanpaolo e Unicredit che ad agosto hanno depositato al tribunale di Reggio Emilia una nuova proposta di concordato per salvare e rilanciare le attività di Ferrarini insieme ai partner industriali gruppo Bonterre-Grandi Salumifici Italiani, O.P.A.S. e HP.

IL RUOLO DI AMCO

In tutto questo, come si diceva, sempre più discusso è il ruolo di Amco, l’ex Sga al 100 per 100 di proprietà di Via XX Settembre, che si è schierata dalla parte di Pini Holding. Secondo quanto indicato da Ferrarini, Amco metterà a disposizione nuova finanza ed entrerà nel capitale del veicolo di investimento, chiamato Rilancio Industrie Agroalimentari S.r.l., con una quota del 20% sostituendo con azioni i crediti vantati dall’ex Sga verso le società lussemburghesi azioniste di Ferrarini S.p.A. rispetto ai quali il gruppo Pini si è reso coobbligato. Nella sua veste Amco potrà designare componenti degli organi societari e responsabili di funzioni di controllo, agendo come partner strategico nel turnaround.

Da ricordare che il 3 febbraio scorso l’amministratore delegato di Amco, Marina Natale, è stata ascoltata in commissione bicamerale d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario. Natale ha motivato la scelta di sostenere la proposta di concordato presentata dal gruppo Pini affermando che era stata fatta una comparazione con quella presentata da Bonterre ed altri.

In ambienti parlamentari, tuttavia, si fa notare che la delibera di Amco a favore di Pini è del 25 maggio mentre la proposta Bonterre ed altri è successiva, essendo stata presentata solo il 10 agosto. Nella stessa audizione, l’ad ha pure affermato che “la proposta Pini comporta un soddisfo dei creditori del 30% interamente per cassa mentre la proposta concorrente prevede un soddisfo dei creditori del 10,41% di cui solo un terzo in denaro”. Esponenti politici evidenziano però come la proposta Pini non contempli il pagamento “per cassa” certo al momento dell’esecuzione del concordato preventivo ma sia previsto il pagamento per riparti in denaro solo se e quando il piano industriale sotteso alla proposta Pini, articolato su una durata di sette anni, avrà successo.

Per questi motivi, in ambienti parlamentari si ritiene opportuno che Natale risponda ulteriormente alla commissione e che prima Amco trasmetta tutti gli atti e i documenti a sua disposizione inerenti la vicenda Ferrarini. Addirittura si ipotizza — qualora fosse confermato che si è di fronte a dichiarazioni imprecise — di inviare una segnalazione all’Autorità Giudiziaria su quanto affermato nella seduta del 3 febbraio.

LA RICHIESTA DI ANZALDI (IV)

Sulla vicenda continua l’interesse della politica. È di questi giorni l’appello al governo, al presidente del Consiglio e al ministro dell’Economia e delle Finanze da parte del deputato di Italia Viva, Michele Anzaldi. “Mi aspetto che ora il Governo Draghi, il presidente del Consiglio e il ministro Franco prendano in mano la questione e tutelino italianità e posti di lavoro” ha affermato in una intervista al Riformista il parlamentare che contesta la scelta di Amco. Anche Anzaldi punta a coinvolgere l’autorità giudiziaria in merito alla ricostruzione offerta da Natale e sollecita in questa direzione la presidente della commissione bicamerale d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario, Carla Ruocco (M5S). “Ancora attendo che qualcuno spieghi agli italiani perché un’azienda di Stato come Amco scelga di parteggiare per un privato, le cui principali attività economiche si svolgono all’estero — ha detto ancora Anzaldi —, invece di schierarsi dalla parte di una cordata di sistema, appoggiata da tutte le associazioni di categoria, che vede capofila un’eccellenza italiana come il Gruppo Bonterre, con il sostegno delle due principali banche italiane Intesa e Unicredit”.

L’INTERROGAZIONE DI GALLINELLA (M5S)

Solo di pochi giorni fa è l’interrogazione a risposta scritta presentata dal presidente della commissione Agricoltura, Filippo Gallinella (M5S) al ministro dell’Economia e delle Finanze e a quello delle Politiche agricole, alimentari e forestali. Gallinella ricorda che “da giugno 2019 a dicembre 2019, Intesa Sanpaolo e la società a totale partecipazione pubblica Amco SpA (100 per cento capitale detenuto dal MEF) hanno richiesto, come creditrici con una quota del passivo superiore al 10 per cento, di accedere ai documenti della procedura e della società, al fine di depositare una proposta concorrente ex articolo 163.4 legge fallimentare”.

Il deputato pentastellato ripercorre poi le ultime tappe della vicenda, relative all’ultimo anno: “Il Tribunale di Reggio Emilia il 6 e l’8 maggio 2020 ha inizialmente accolto, con un primo decreto, la rinuncia di Ferrarini alla proposta concordataria, dichiarando l’improcedibilità del concordato preventivo di Ferrarini, e in seguito accolto, con un secondo decreto, l’istanza di un nuovo concordato in bianco ex articolo 161.6 legge fallimentare di Ferrarini, concedendo termine per una nuova proposta”. Si tratta di decreti che sono stati impugnati da Intesa Sanpaolo e Unicredit avanti alla Corte d’Appello di Bologna che ne ha evidenziato “la loro illegittimità”.

In seguito, il 10 agosto scorso, i due istituti di credito come proponenti e BONTERRE-Grandi Salumifici Italiani di Modena, OPAS di Carpi di Modena e CAI-Happy Pig come partner industriali hanno presentato al Tribunale di Reggio Emilia una proposta concorrente mentre il 31 agosto Ferrarini S.p.A. ha ripresentato al Tribunale di Reggio Emilia una propria proposta in luogo di quella ritirata “che vedrà l’azienda passare sotto il controllo del Gruppo Pini e della stessa Amco SpA, che nel frattempo non solo è divenuta consocia col 20 per cento del Gruppo Pini nell’iniziativa, ma finanzierà la società controllata da Gruppo Pini, in caso di acquisizione della Ferrarini in sede concordataria, con 12 milioni di euro”.

Infine Gallinella cita fonti di stampa secondo cui “la Corte d’Appello di Bologna, pronunciandosi sull’impugnativa presentata da Intesa Sanpaolo e Unicredit, ha di fatto azzerato tutto il procedimento, con il venir meno degli effetti di tutti gli atti e le proposte sin qui depositate, compresa la proposta del Gruppo Pini e della Società pubblica Amco che, si legge sulla stampa, dovrà essere ripresentata presso il Tribunale Fallimentare di Bologna” e altri rumor che “sollevano dubbi sulla proposta di passaggio della Ferrarini sotto il controllo del Gruppo Pini”.

Stanti così le cose, in una vicenda piuttosto intricata, il parlamentare chiede ai due ministri se siano a conoscenza dei fatti in cui è coinvolta anche una società a totale capitale pubblico, ossia Amco, e se non intendano “verificare, per quanto di competenza, la vicenda nel complesso, al fine in particolare di evitare ripercussioni per il settore dell’industria alimentare italiana”.

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