Economia

Intesa Sanpaolo e Unicredit cucineranno il dossier Ferrarini?

di

FERRARINI

Cosa succede fra il gruppo Pini e la cordata guidata da Bonterre sostenuta da Intesa Sanpaolo e Unicredit per rilevare Ferrarini

 

Ancora aperta la partita fra il gruppo Pini e la cordata guidata da Bonterre, e sostenuta da Intesa Sanpaolo e Unicredit, per rilevare Ferrarini, la società di salumi in concordato dopo il tracollo dei conti tra il 2016 e il 2017 che a luglio 2018 è arrivata a un patrimonio netto negativo per 123 milioni.

Il maxi debito, di circa 360 milioni, è sorto a causa di investimenti sbagliati e dei finanziamenti ricevuti da Veneto Banca per l’acquisto di azioni dell’istituto di credito poi finito in liquidazione coatta amministrativa.

La vicenda si arricchisce anche di questioni che riguardano alcuni protagonisti, a partire da Amco, l’ex Sga di proprietà del ministero dell’Economia e delle Finanze, che è schierata con Pini Holding per rilevare il gruppo emiliano, guidato dall’ex vicepresidente di Confindustria per l’Europa, Lisa Ferrarini.

LE DUE CORDATE IN CAMPO

Da una parte, dunque, c’è il gruppo di società partecipate da Pini Holding, guidata da Roberto Pini, che è italo-ungherese e ha la sua base a Cipro. Solo un anno fa ha inaugurato a Binefar, in Spagna, un impianto che consente la macellazione di 160mila maiali a settimana. Da qui la paura di alcuni osservatori che si delocalizzi la produzione proprio nel Paese iberico.

Nella nota diffusa dopo la presentazione del concordato preventivo, viene evidenziato che Pini Holding “metterà a disposizione la propria rete commerciale nel mondo (la medesima che consentirà presto al Gruppo di superare i due miliardi di euro di fatturato), consentendo a Ferrarini di aumentare in modo esponenziale il raggio di azione all’estero e di promuovere il ‘Made in Italy’”.

Del gruppo si è tornati a parlare il 17 febbraio scorso quando è uscito un lancio dell’Ansa secondo cui Pini “avrebbe pagato una cauzione di 100 milioni di zloty polacchi (22 milioni di euro) nell’ambito dell’inchiesta per frode fiscale che lo coinvolge dal 2016 in Polonia”. A queste parole ha replicato il figlio dell’imprenditore, Roberto Pini, che è pure amministratore e proprietario della Pini Holding. “La cauzione per l’indagine aperta in Polonia è stata pagata tra il 2016 e i primi mesi del 2017. L’indagine è ancora in corso – ha spiegato – e non è ancora arrivata al primo grado di giudizi e lì mio padre conta di dimostrare la sua innocenza e l’estraneità dai fatti. Apprendiamo con stupore e sconcerto che media ungheresi e italiani rilanciano come nuove notizie che risalgono ad anni fa. C’è qualcuno che vuole avvelenare i pozzi per intaccare la nostra credibilità e non lo permetteremo. Voglio ribadire che la Pini Holding non ha alcun legame con le società in Polonia e Ungheria e che p leader di mercato a livello europeo e tra i principali player a livello globale con oltre un miliardo di fatturato, di cui il 50% sviluppato in Italia, e oltre duemila dipendenti nel mondo”.

IL RUOLO DI INTESA SANPAOLO E UNICREDIT

A contendersi Ferrarini ci sono pure Intesa Sanpaolo e Unicredit che hanno depositato al tribunale di Reggio Emilia una nuova proposta di concordato per salvare e rilanciare le attività di Ferrarini insieme ai partner industriali gruppo Bonterre-Grandi Salumifici Italiani, O.P.A.S. e HP. Nella nota congiunta emessa nell’occasione si sottolineava che la cordata “metterà a disposizione dell’operazione capacità imprenditoriali e apporti di capitale a cui si unisce il sostegno finanziario di Intesa Sanpaolo con un ammontare di 35 milioni di euro disponibile per la durata del Piano Industriale presentato”. Da ricordare che già a novembre 2019 Intesa Sanpaolo aveva presentato un piano per rilevare Ferrarini in cordata con il gruppo Bonferre-Grandi salumifici, con Opas (organizzazione di prodotto fra allevatori suini) e con il gruppo pugliese Casillo partecipazioni. L’offerta andava presentata entro il 22 dicembre ma un mese prima la banca guidata da Carlo Messina si era tirata fuori. A gennaio 2020, invece, le prime indiscrezioni che la davano pronta a tornare alla carica insieme a Unicredit. Fatto che si è concretizzato ad agosto 2020.

IL RUOLO DI AMCO

Nella contesa spicca il ruolo di Amco, che – secondo quanto indicato da Ferrarini – metterà a disposizione nuova finanza ed entrerà nel capitale del veicolo di investimento, chiamato Rilancio Industrie Agroalimentari S.r.l., con una quota del 20% sostituendo con azioni i crediti vantati dall’ex Sga verso le società lussemburghesi azioniste di Ferrarini S.p.A. rispetto ai quali il gruppo Pini si è reso coobbligato. Nella sua veste Amco potrà designare componenti degli organi societari e responsabili di funzioni di controllo, agendo come partner strategico nel turnaround. Anche la presenza di Amco dovrebbe garantire che “nel futuro non mancheranno i presupposti per mantenere e, anzi, incrementare i livelli occupazionali, come è sempre avvenuto nelle importanti iniziative in Italia del Gruppo Pini, che da anni investe sul territorio nazionale rilanciando, con successo, imprese in difficoltà, senza aver mai delocalizzato all’estero le attività”.

COS’HA DETTO NATALE (AMCO) IN COMMISSIONE D’INCHIESTA SUL SISTEMA BANCARIO

Il 3 febbraio l’amministratore delegato di Amco, Marina Natale, è stata ascoltata in commissione bicamerale d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario e, tra le varie domande, il senatore Massimo Ferro (Forza Italia) e il deputato Giulio Centemero (Lega) hanno chiesto delucidazioni proprio sull’andamento della vicenda Ferrarini. In tale sede, l’amministratore delegato ha motivato la scelta di sostenere la proposta di concordato presentata dal gruppo Pini affermando che era stata fatta una comparazione con quella presentata da Bonterre ed altri.

In ambienti parlamentari, tuttavia, si fa notare che la delibera di Amco a favore di Pini è del 25 maggio mentre la proposta Bonterre ed altri è successiva, essendo stata presentata solo il 10 agosto; come può essere avvenuta, quindi, questa asserita comparazione?

Inoltre Natale, nella stessa audizione, ha affermato che “la proposta Pini comporta un soddisfo dei creditori del 30% interamente per cassa mentre la proposta concorrente prevede un soddisfo dei creditori del 10,41% di cui solo un terzo in denaro”.

In realtà, esponenti politici fanno rilevare come la proposta Pini non contempli il pagamento “per cassa” certo al momento dell’esecuzione del concordato preventivo ma sia previsto il pagamento per riparti in denaro solo se e quando il piano industriale sotteso alla proposta Pini, articolato su una durata di sette anni, avrà successo; dopodiché, è vero che se il piano avrà successo il pagamento sarà ‘per cassa’ ma il successo non è affatto garantito bensì semplicemente ipotizzato da un asseveratore quale il dottor Federico Bacchiega di Modena.

Per questi motivi, in ambienti parlamentari si ritiene opportuno chiedere ulteriori risposte precise e circoscritte da parte dell’ad alla commissione, con la preventiva trasmissione da parte di Amco di tutti gli atti e i documenti a sua disposizione inerenti la vicenda Ferrarini; sino a ipotizzare, qualora fosse confermato che si è di fronte a dichiarazioni imprecise, l’invio di una segnalazione all’Autorità Giudiziaria su quanto affermato nella seduta del 3 febbraio 2021.

A CHE PUNTO È LA BATTAGLIA LEGALE

Negli ultimi mesi, come racconta Business Insider, si sono verificati anche due eventi salienti. A settembre scorso la cordata Bonterre ha presentato alla divisione Concorrenza della Commissione Ue una denuncia legata proprio alla partecipazione di Amco e nello stesso periodo Ferrarini spa ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione contro il decreto emesso dalla Corte d’appello di Bologna che aveva dichiarato l’incompetenza del tribunale di Reggio Emilia sulla procedura di concordato, poi trasferita a Bologna. È attesa dunque la sentenza della cassazione che dovrà stabilire quale sa il tribunale competente a omologare il concordato.

Intanto, riferisce sempre Business Insider, nel 2020 il margine operativo lordo della Ferrarini spa è stimato in una decina di milioni e “da ambienti vicini alla famiglia Ferrarini spiegano che prova del fatto che l’azienda va bene è che i dipendenti sono tutti diretti, senza il ricorso a cooperative”.

GLI IMMOBILI PIGNORATI

Nel frattempo le banche si interessano al gruppo alimentare anche per altri motivi. Ad esempio, Unicredit ha ottenuto il pignoramento di circa 20 immobili appartenuti alla famiglia Ferrarini tra cui la sede dell’azienda a Rivaltella. Il via libera è stato dato dal tribunale per le esecuzioni immobiliari di Reggio Emilia a un mutuo erogato nel 2003 da Bipop-Carire, gruppo in seguito acquisito da piazza Gae Aulenti. Il residuo è pari a 1,7 milioni che la banca vuole riscuotere con il pignoramento dei beni che ora sono di proprietà della vedova del fondatore, Lina Botti, e che non dovrebbe avere ricadute sui concordati. È verosimile però che le parti giungano a trovare il modo di saldare il debito rimanente evitando il pignoramento.

Da ricordare che fra i maggiori creditori di Ferrarini c’è proprio Amco che ha ereditato da Sga i crediti deteriorati di Veneto Banca.

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