Con la sentenza del Tribunale Civile di Bari emessa il 24 gennaio, sono state accertate in sede civile le responsabilità per “mala gestio” nella gestione della Banca Popolare di Bari (BPB) tra il 2015 e il 2018.
Gli ex vertici sono stati condannati a risarcire complessivamente circa 122 milioni di euro alla Banca del Mezzogiorno (BdM), l’istituto nato dalle ceneri della BPB, per pratiche imprudenti come occultamento di dati e concessioni di crediti patologici.
La scure dei giudici è stata pesante con i vertici della ex Popolare, come Marco e Gianluca Jacobini (fino a 109 milioni in solido), Giorgio Papa (42 milioni) e poi con quote minori per altri amministratori, sindaci e la società di revisione PwC; il punto è che sono numerose le fonti che mettono in dubbio l’effettivo recupero di queste somme. Infatti, gli ex vertici, inclusi gli Jacobini, hanno fondi limitati (pochi milioni, già vincolati da altri procedimenti), rendendo così improbabile il pagamento integrale delle somme richieste.
La sentenza è arrivata dopo anni di indagini sul crac della banca barese, la cui accertata mala gestio ha causato perdite superiori a 400 milioni di euro nel 2018, con un patrimonio netto negativo di 346 milioni e crediti deteriorati per circa 2 miliardi. Perdite che hanno azzerato il valore delle azioni e degli obbligazionisti subordinati.
I problemi della BPB affondano le radici in una espansione aggressiva, inclusa l’acquisizione di Tercas nel 2014, che ha appesantito i bilanci con crediti deteriorati che hanno raggiunto il 25% del totale nel 2019. La gestione “padronale” della famiglia Jacobini, con Marco come ex presidente e Gianluca come ex vicedirettore generale, è durata fino a quando l’ispezione della Banca d’Italia nel 2018 ha rivelato perdite superiori a 400 milioni solo per quell’anno. Eventi a cui ha fatto inevitabilmente seguito l’amministrazione straordinaria del 2019 disposta da Bankitalia, con la trasformazione in Banca del Mezzogiorno (BdM), parte del gruppo Mediocredito Centrale.
La sentenza civile si concentra su violazioni specifiche: distorsioni informative e occultamento di dati ai consiglieri non esecutivi, prassi patologiche nella concessione di fidi in violazione della regolamentazione bancaria, e gravi carenze nel monitoraggio dei rischi. Un caso emblematico è il finanziamento al Gruppo Maiora (guidato da Vito Fusillo), con un’esposizione di 160 milioni di euro priva di garanzie adeguate, simbolo di una gestione sproporzionata che ha contribuito al collasso patrimoniale. Per questa specifica operazione, la condanna ammonta a circa 103 milioni: 85 milioni in solido per i Jacobini, 18 milioni per l’ex amministratore delegato Giorgio Papa, e 2,57 milioni per la società di revisione PricewaterhouseCoopers (PwC), che non ha adeguatamente valutato i rischi. Questo importo si inserisce nel totale di 122 milioni, che include risarcimenti per altre operazioni, parametrizzati ai compensi percepiti dagli ex amministratori e sindaci.
Usciti indenni dal marasma e quindi assolti, Gianvito Giannelli, Gregorio Monachino e Alberto Longo, che pure hanno avuto responsabilità di vertice nella gestione della banca.
Le implicazioni sono molteplici. Da un lato, la sentenza rafforza le rivendicazioni dei circa 70.000 azionisti, che hanno perso 1,5 miliardi di euro in valore azionario, con Codacons che l’ha definita “storica”, un segnale che i diritti dei risparmiatori non sono secondari.
Questa sentenza civile non interferisce con il processo penale in corso a Bari, iniziato nel 2021, che vede imputati gli stessi vertici per reati come falso in bilancio e ostacolo alla vigilanza, con circa 3.000 risparmiatori come parti civili.
Tuttavia non sfiora nemmeno gli organi di vigilanza, Bankitalia in testa. Perché appare di tutta evidenza che condotte gestionali così macroscopicamente scorrette – 160 milioni di crediti con garanzie dubbie sono una trave impossibile da ignorare anche per un revisore alle prime armi – non possono essere passate inosservate agli uomini di via Nazionale che peraltro visitavano spesso la banca barese.
La gestione del credito e del risparmio – come beni costituzionalmente tutelati – è l’attività imprenditoriale più regolata e sorvegliata al mondo. Questo non significa ovviamente eliminare il rischio d’impresa; ma dovrebbe garantire una relativa immunità rispetto ad episodi come quelli accertati e sanzionati dai giudici baresi.
Se invece è accaduto quanto contestato dai giudici non possono essere colpevoli soltanto i controllati, ma devono essere almeno chiamati in causa i controllori che, per diversi anni prima del 2018, avrebbero potuto intervenire con ben altra incisività.
Quelle condanne – con lo scenario di mala gestio descritto da giudici – anziché essere risposte risolutive, portano a formulare tante altre domande a cui forse non ci sarà mai una risposta.






