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Perché Gorillas ha fatto sboom?

Gorillas

La decisione di lasciare il nostro paese da parte di Gorillas, una società tedesca del food delivery è destinata a far discutere. L’articolo di Mario Sassi

La decisione di lasciare il nostro paese da parte di Gorillas, una società tedesca del food delivery è destinata a far discutere. Non è la sola e non sarà l’unica perché occupa un segmento della filiera tutt’altro che stabilizzato, estremamente sensibile al contesto socioeconomico che lo circonda, in bilico permanente tra la volontà di espansione di un business potenziale, condiviso con altri competitor e alla ricerca di una redditività oggi estremamente difficile da ipotizzare.

La trama stessa della vicenda presenta aspetti interessanti che consentono uno sguardo non convenzionale sul quadro di riferimento economico finanziario, le accelerazioni, le cadute e le possibili ripartenze che l’innovazione porta sempre con sé.

Entrata a gamba tesa nel nostro mercato, ritenuta un’unicorno quindi sostenuta finanziariamente, predestinata al successo sicuro con un modello di business parzialmente diverso dalla concorrenza incentrato sulla novità della consegna a domicilio ultrarapida in un mondo, quello della spesa, che resta estremamente tradizionale e conservatore.

A cosa serve farsi consegnare la spesa in dieci minuti? A nulla se non si inquadra questa come altre iniziative imprenditoriali nel solco del cambiamento e dell’innovazione indotti dalla tecnologia. Alcune destinate a generare ulteriori innovazioni altre a tramontare rapidamente perché troppo in anticipo o fuori contesto. Da qui le campane a morto di questi giorni. La solita semplificazione di un ragionamento complesso.

Eppure l’innovazione riprenderà per altre vie il suo cammino. In Gorillas c’era l’idea che i rider dovessero anche stazionare nel dark store per assimilarne la cultura e le dinamiche di acquisto e la loro contrattualizzazione li rendeva un po’ diversi dagli altri. Sicuramente più simpatici. Con in più la presenza di manager che provenivano dalla GDO in grado di mixare logistica e tecnologia con cliente e prodotto. Ne avevo scritto in ottobre. Concludevo l’articolo con una domanda retorica: “È un business che può reggere con le proprie gambe? La strada è ancora lunga e impervia. Grandi o piccoli unicorni ne resteranno comunque pochi. Però qualcuno resterà. Vedremo chi saprà farsi largo e come”.

PURTROPPO SIAMO ARRIVATI AL PUNTO

L’inflazione, la guerra in Europa orientale ha spinto gli investitori e i consumatori ad una maggiore cautela. Il contesto post pandemia è mutato. Il settore del quick commerce si è così trasformato da un punto di riferimento interessante dell’evoluzione dell’e-commerce ad una parziale vittima sacrificale degli investitori in startup oggi nervosi e preoccupati dall’andamento dell’economia. Ciò non significa che il rubinetto sia stato chiuso per tutte le start up (140 miliardi di dollari di finanziamenti per le start-up globali nel primo trimestre del 2022 contro 130 miliardi di dollari nello stesso periodo del 2021 non sono bruscolini). Tuttavia un maggiore controllo sull’allocazione del capitale è una conseguenza naturale.

Gorillas è stata forse una delle più rapide ad innescare la retromarcia. Non solo in Italia. La stess Getir ha annunciato che prevede di ridurre l’organico di oltre 800 persone, mentre Zapp ha annunciato di licenziare 200 lavoratori, lasciando completamente le città britanniche Cambridge e Bristol. Roel Gevaers, professore all’Università di Anversa che ha studiato le problematiche della consegna dell’ultimo miglio ha dichiarato: “Tutte quelle società IT logistiche-catena di approvvigionamento che si affidano a denaro a basso costo, ora sono nel panico”. La domanda, salvo alcuni picchi durante la pandemia, è rimasta bassa. Le aziende che avevano pianificato di emulare il percorso dell’app di ride-hailing Uber verso una presenza globale (Uber opera in più di 10.000 città) sono tutte sotto pressione. Gli investitori non hanno più la pazienza di attendere troppo tempo per vedere realizzare profitti. Una doccia fredda per realtà come Gorillas.

La redditività diventa quindi prioritaria come ha sostenuto Ugur Samut, cofondatore di Gorillas, alla conferenza del Global Summit del Consumer Goods Forum il 22 giugno. Secondo Gevaers: “aziende come Gorillas e Getir avevano pianificato di bruciare enormi quantità di denaro acquistando aggressivamente quote di mercato. Ed è la tua base di clienti che diventa interessante più della redditività”. Per questo l’obiettivo era rendere rapidamente riconoscibile il marchio portandolo allo stesso livello dei supermercati. Getir ha dimostrato che il modello di business funziona perché molti dei suoi negozi nel primo mercato dell’azienda in Turchia sono ormai redditizi.

Tuttavia Il tema della prospettiva delle realtà cosiddette “unicorno” è per la loro natura stessa in evoluzione. Secondo un recente studio di Credit Suisse fa riflettere, ad esempio, la velocità con cui un sotto settore come il foodtech (4 miliardi i dollari raccolti da aziende come Getir, Gorillas e Flink) sia cresciuto così rapidamente senza porsi interrogativi sulla sostenibilità e sulle motivazioni di tale raccolta di capitali e sui rendimenti che può generare. Per questo, prima di suonare campane a morto sul singolo sottosettore occorre interrogarsi su cosa c’è dietro perché la natura dell’intero ecosistema dell’unicorno è intrinsecamente interconnessa.

Ci sono società tecnologiche emergenti che promuovono lo sviluppo della nuova economia e altre che attingono questa tecnologia per sconvolgere gli operatori storici della vecchia economia. Gorillas o altri erano e sono un semplice tassello di questo puzzle in movimento. Evoluzione tecnologica e sofisticazione della logistica innescano cambiamenti. Alcuni in grado di produrre luce propria, altri di fornire stimoli e attivare ulteriori cambiamenti. Qui sta la riflessione vera. La luna e non il dito rappresentato dalla necessità o meno di accelerare i tempi di consegna della spesa.

Tornando in casa nostra non stupisce la reazione del sindacato. Già l’aver messo in carico al sindacato dei trasporti l’interlocuzione con queste realtà dimostra i limiti del dibattito nostrano su questo sottosettore. Se il soggetto sindacale restano i rider e l’organizzazione del lavoro delle piattaforme il confronto finirà su di un binario morto. Ovviamente è importante avere uno o più contratti nazionali di riferimento. Ma questi contratti vanno costruito insieme tra le parti tenendo conto della particolare natura di queste imprese. Ciascuna nel suo sotto settore.

Certo c’è un problema di tariffe, di diritti e di tutele ma se non lo si inserisce in un modello di business specifico il risultato sarà di aver tagliato un vestito per una stagione che non c’è più. Con tutto ciò che questo comporta. E lo vedremo presto. Nel frattempo Gorillas è ai titoli di coda in mezza Europa. E il riconoscimento del lavoro delle piattaforme non c’entra nulla.

 

Articolo pubblicato su mariosassi.it

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