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Quando Guglielmo Giannini cercò un’intesa col Pci

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Il Bloc Notes di Michele Magno

In visita a Napoli nel 1776, il marchese De Sade partecipa alle baldorie notturne della nobiltà partenopea e gusta i bei gelati offerti dal Borbone. Finché, una sera, si accorge che le coppe contenenti gli squisiti sorbetti sono legate al tavolo con lunghi spaghi, e chiede a un duca la ragione di una tale novità. “Perché Sua Maestà – gli spiega il duca – si è accorta che ai suoi cortigiani fanno gola più le coppe che i gelati, e pertanto ha preso questa precauzione”. Poi, abbassando la voce, implora: “Non lo dica in Francia, per carità”.

Questo aneddoto, raccontato da Luigi Compagnone in un divertente saggio sull’indole festaiola degli italiani (“Feste”, in “L’identità degli italiani”, Laterza, 1998), ci parla dell’arguzia di un sovrano (Ferdinando I) e dell’avidità di una aristocrazia parassitaria. Due secoli e mezzo dopo, cambia la scena sociale ma gli attori sono gli stessi. Sono appunto gli italiani, che non hanno mai smesso di pensare al loro paese come a un paese un po’ ribaldo e un po’ innocente, in cui il ricorso diffuso a metodi illegali non è mai stato visto come un morbo, una patologia, ma come l’espressione di un congenito spirito d’iniziativa, perfino di una creativa vitalità.

Ha scritto Cesare Garboli (“Ricordi tristi e civili”, Einaudi, 2001) che l’inguaribile malcontento del nostro popolo nasce da una ancestrale diffidenza verso lo Stato, sentito non come una federazione di cittadini ma come una realtà punitiva, estranea e usurpatrice. Matteo Salvini, questo è stato forse il suo vero capolavoro politico, ha cavalcato abilmente questo sentimento puntando le armi del nostro atavico qualunquismo contro un nuovo nemico, l’Europa matrigna e le dissolute élite globaliste. In questo senso, l’Uomo Qualunque può essere considerato come l’antenato più diretto delle forze populiste oggi al potere.

Nel 1947 il suo fondatore, Guglielmo Giannini, cercò un’intesa col Pci per rovesciare il governo De Gasperi. Si trovò di fronte non soltanto al diniego di Palmiro Togliatti, ma alla vivace reazione dei suoi stessi elettori, i quali gli ricordarono che il movimento era sorto proprio per combattere “l’arrivismo spudorato dei mestieranti della politica”. Il 18 aprile del 1948 Giannini veniva clamorosamente battuto e scompariva dalla ribalta nazionale. I cocciuti intellettuali e dirigenti della sinistra che ancora non hanno abbandonato la speranza di “romanizzare i barbari” (tradotto: di allearsi con i Cinquestelle) farebbero bene a non dimenticarlo.

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