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Ecco perché non convince il decretone Rilancio

di

fiscale

Perché i conti del decreto Rilancio non tornano. L’intervento di Alessandra Servidori

 

Qualcuno nel Governo osa dire che capisce la rabbia degli italiani. Ma non è rabbia è sconforto di fronte ad un decretone pasticciato e soprattutto senza copertura economica. Le promesse sono tante da troppo tempo e da quando è emergenza virale le e gli italiani sono disorientati e soprattutto stanchi. Molto stanchi. E poi c’è la questione apertissima del Mes sulla quale l’Eurogruppo deve decidere in queste ore e noi ci presentiamo con la mano tesa e tremolante.

La mancanza di liquidità in cassa, regole poco chiare e costi di sanificazione altissimi rendono le riaperture degli esercizi degli operatori commerciali impossibili e molti preferiscono lasciare la saracinesca abbassata perché le spese sono tante per poi guadagnare poco e chiudere definitivamente. Le imprese a rischio nel commercio e turismo sono il 10% (Confcommercio) del totale dunque circa 270.000 e i posti di lavoro persi saranno 420.000: gli operatori hanno perso la pazienza non hanno visto nulla e spesso neanche i 600 euro e nel turismo le perdite saranno intorno ai 120 miliardi da qui a fine 2020.

Per le piccole e medie imprese da metà aprile ci sono state una media di 8.500 richieste al giorno per il Fondo di garanzia gestito dal ministero dello sviluppo economico, con in alcuni giorni in cui si è arrivati a 12.000 e 20.000 domande. Questi i numeri riferiti alla task force che deve vigilare per la liquidità alle imprese che deve essere assicurata dal sistema bancario e finanziario: risulta che alle micro imprese è stato rilasciato il 78% delle garanzie richieste, il 18,5% alle piccole imprese, il 2,5% alle medie imprese e lo 0,2/per cento alle imprese di maggiore grandezza. Dunque è nelle imprese la sofferenza maggiore è nel sistema arrugginito la difficoltà.

Dei 55 miliardi annunciati, non ancora ipoteticamente controfirmati dal Presidente della Repubblica – in queste ore sotto la lente di ingrandimento della Ragioneria generale dello Stato per la mancanza di almeno 7 miliardi di copertura ad alcune voci –  e della situazione complessiva si deve tenere conto. Per esempio si deve tener conto della rendicontazione dell’Inapp – l’istituto di vigilanza per le politiche pubbliche vigilato dal Ministero del lavoro – il quale lascia poco spazio alle promesse del cd Decreto Rilancio/Ristoro.

Infatti riferisce Inapp nel rapporto Emergenza sanitaria e misure di sostegno al reddito dei lavoratori in Italia, se l’emergenza dura un anno – come ha pronosticato Conte – la stima complessiva degli oneri per lo Stato per corrispondere le indennità agli oltre 5 milioni di lavoratori soltanto nel precedente cd decreto Cura Italia, per il sostegno al reddito delle categorie più colpite, ammonterà a oltre 39 miliardi di euro e questi sommati al costo di oltre 5 miliardi di euro per gli oltre 2,5 milioni di percettori del Reddito o pensione di cittadinanza porterà a oneri pari a oltre 44 miliardi di euro, per 8 milioni di persone complessive. Una cifra che equivale ai 4/5 degli interventi attesi e promessi dal Rilancio (55 miliardi). Dunque la verità è evidente: sussidi a pioggia dello Stato assistenziale e, spostando solo le tasse a settembre, l’imprenditoria naufraga a settembre. Invece di fare arrivare risorse alle imprese con il tanto atteso provvedimento a fondo perduto erogato dall’Agenzia delle entrate, con un meccanismo perverso che richiede il fatturato dell’anno prima come riferimento e la clausola che i soggetti richiedenti non abbiano diritto ai bonus e indennità del decreto Cura Italia che ancora, lo sappiamo bene, deve essere espletato poiché gli ingranaggi si sono bloccati. Si torna come al gioco dell’oca alla casella di partenza.

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