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Dalla Serbia arriva una lezione di storia valida anche per noi

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Il post di Luca Longo

Milan Nedić non sarà riabilitato e resta un criminale di guerra. Questa la decisione presa l’11 luglio dal Viši Sud (l’Alta Corte) di Belgrado e pubblicata alla fine di luglio.

L’istanza di riabilitazione era stata inoltrata nel 2015 dalla famiglia. L’obiettivo era riconoscere che Nedić era stato “privato della libertà senza decisione amministrativa o giudiziaria, come vittima di persecuzione per ragioni politiche e ideologiche” e richiedeva l’annullamento della revoca dei diritti civili e della confisca di tutte le sue proprietà.

Ma perché le autorità jugoslave dichiararono “nemico del popolo” Milan Nedić – una delle figure più controverse della storia serba contemporanea?

Generale del regio esercito jugoslavo, ricoprì alte cariche tra cui quella di ministro dell’esercito nel 1939. Quando – il 28 ottobre 1940 – l’Italia fascista attaccò la Grecia, Nedić propose l’alleanza con le forze dell’Asse e per questo fu cacciato dal ministero. I nazisti intervennero a fianco di Mussolini quando l’invasione della Grecia si rivelò un disastro. Nedić fu nominato comandante delle truppe incaricate di difendere il sud della Serbia dall’avanzata nazista in Bulgaria, in Macedonia e nel Kosovo. Ma la capitolazione del Paese risultò velocissima.

Nell’agosto del 1941 i nazisti gli affidarono l’incarico di formare il “Governo di Salvezza Nazionale”. Fu applicato un modello già sperimentato col governo di Vichy di Philippe Pétain in Francia, con quello di Vidkun Quisling in Norvegia e che sarebbe stato ripetuto due anni dopo con la Repubblica di Salò di Mussolini: governi apparentemente sovrani ma guidati da collaborazionisti locali alle totali dipendenze del Terzo Reich.

Sotto il governo Nedić, la Serbia visse alcune delle pagine più tragiche della sua storia. Sotto le forze di occupazione, la deportazione di ebrei, rom, comunisti e antifascisti raggiunse il massimo dell’efficienza. Questi furono dapprima internati nel campo di concentramento di Sajmište (nel circondario di Zemun, allora parte di un altro stato fantoccio: lo “Stato Indipendente Croato”) per essere poi sterminati nel modo “più economico” e disumano possibile. Su iniziativa di Heinrich Himmler, per “ridurre lo stress psicologico degli internati”, fu ordinata la modifica del tubo di scappamento dei camion destinati a trasportare i prigionieri in modo che formasse una “U” e rientrasse nel vano posteriore dove si trovavano ammassati gli internati che venivano asfissiati durante il trasporto.

Nell’agosto del 1942, il generale Alexander Lohr, comandante delle truppe naziste nei Balcani, dichiarò che la Serbia era “Judenfrei”: fu il primo paese dell’Europa occupata a godere di tale status. Lo storico Misha Glenny ha mostrato che degli oltre 8.000 tra donne e bambini ebrei che passarono per il campo di Sajmište, solo 6 arrivarono vivi alla sconfitta dei nazisti.

Milan Nedić, non si limitò ad essere esecutore e complice di queste atrocità, ma organizzò lo sforzo bellico a fianco dei nazisti e le loro campagne di occupazione e di aggressione. Con la liberazione della Serbia da parte delle truppe sovietiche con l’appoggio dell’Esercito Popolare di Liberazione di Tito, Nedić scappò con i tedeschi in Austria, cercando anche di organizzare una resistenza nazionalista alla nuova Jugoslavia socialista. Arrestato nel gennaio del 1946, si è suicidato il 4 febbraio, prima che fosse aperto il processo per collaborazionismo, crimini di guerra e contro l’umanità.

Nonostante non sia mai stato giudicato colpevole (per essersi suicidato prima della sentenza definitiva) il governo della Repubblica Federale Democratica di Jugoslavia lo dichiarò “nemico del popolo”. Ed è proprio sulla base dell’assenza della condanna definitiva che i discendenti di Nedic avevano chiesto la riabilitazione del loro avo, perché gli fossero restituiti i diritti civili e – soprattutto – le proprietà.

Anche se si trattava di un criminale patentato, la sua figura è divenuta paradossalmente controversa negli anni novanta e soprattutto nei primi anni del XXI secolo, quando nel dibattito pubblico sono comparse posizioni inclini a considerare Nedić non tanto un criminale e traditore del proprio popolo, quanto piuttosto un patriota, che ha difeso l’integrità della Serbia e ha combattuto per gli interessi del popolo serbo sotto occupazione della Germania nazista.

Ricordiamo che la Serbia ha pagato l’occupazione nazista con 300.000 morti, dei quali 80.000 nei campi di concentramento. E sono più di un milione e mezzo i morti jugoslavi nel corso della guerra; fra questi almeno 300.000 i partigiani di Tito caduti per la liberazione del Paese.

La notizia del procedimento di revisione di Nedić aveva rinfocolato le polemiche originate dalla riabilitazione di altre figure controverse della Seconda Guerra Mondiale, da Branimir Glavaš riabilitato dai crimini contro civili serbi a Osijek, al leader del movimento cetnico Draža Mihailovic, fino al feroce anticomunista Alojzije Stepinac, arcivescovo di Zagabria ai tempi dello Stato Indipendente Croato, connivente allo sterminio degli ebrei croati, promosso cardinale da Pio XII e beatificato da Giovanni Paolo II.

Negli stessi anni, in Italia, non solo i nostalgici della monarchia chiedevano il rientro in Patria dei discendenti di Casa Savoia, ma addirittura la restituzione delle proprietà e la sepoltura nel Pantheon di chi mandò Mussolini al governo, firmò le Leggi per la Difesa della Razza, fu connivente e complice di venti anni di fascismo e se la diede a gambe quando arrivarono i nazisti.

Intanto Renzo de Felice e Claudio Pavone tentavano la spericolata riabilitazione dei “ragazzi di Salò”, presentati come patrioti che si trovavano “dalla parte sbagliata”, finché il presidente Giorgio Napolitano non ha imposto uno stop ripristinando un chiaro confine fra chi ha combattuto per la liberazione della propria Patria e chi sparava e torturava a fianco degli invasori nazisti.

Nonostante le vicissitudini post belliche cui sono andati incontro i Paesi dell’ex Jugoslavia, oggi la Serbia con questa sentenza esemplare ha dimostrato di non aver dimenticato la propria storia. Che sia un insegnamento anche per noi.

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