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Alaska, il petrolio resta centrale nell’economia

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Alaska, la ricerca di petrolio è localizzata per quasi la sua totalità nella regione del North Slope. In alcune aree dello stato vige il divieto per l’attività upstream. Per la produzione di energia elettrica ci sono diverse fonti, non ultimi i liquidi da petrolio.

Alaska e petrolio, una storia che viene da lontano. Nel 1867 lo zar di Russia cedette, in cambio di 7,2 milioni di dollari, l’Alaska agli Stati Uniti. Cento anni dopo, nel 1967, in Alaska si scopre il petrolio. Sarà anche una coincidenza, ma spesso i numeri raccontano molto di più di altri elementi il destino di una terra. Il petrolio e l’industria mineraria, con il turismo e il legno, sono uno dei pilastri dell’economia dell’Alaska. La domanda di energia per persona è la terza più alta della nazione.

Dopo il terremoto che nel 1964 lasciò in ginocchio l’Alaska, la scoperta del petrolio ha rappresentato la riscossa di questo grandissimo territorio a Nord-Ovest del Continente americano. Prima è stata la volta della corsa all’oro, che aveva caratterizzato la vita economica dell’Alaska fino al 1900 – attirando in questa regione nordica americani di ogni stato degli Usa – poi nel XX secolo è stata la corsa al petrolio che ha segnato la storia economica locale.

North Slope, la regione del petrolio
Il petrolio in Alaska è localizzato soprattutto nella regione Nord, il North Slope. Il più grande giacimento di petrolio storicamente dell’Alaska è quello di Prudhoe Bay, una delle baie che si affaccia sull’Oceano Artico. La produzione di petrolio di questo giacimento è scesa a meno di 300 mila barili al giorno, ma nel 1988 ha registrato anche picchi di 1,6 milioni barili al giorno. Le performance di questo giacimento continuano a condizionare tutta la produzione di petrolio in Alaska. Nonostante la riduzione della produzione di petrolio in Alaska, la regione rimane sotto questo punto di vista una delle più interessanti degli Usa: una dozzina dei 100 campi petroliferi più grandi degli Usa sono in Alaska.

piattaforma petrolifera

piattaforma petrolifera

L’Alaska dopo il Texas, la California e il North Dakota, a Gennaio del 2015, è stato il quarto produttore di greggio degli Stati Uniti d’America: oltre 15 milioni e mezzo di barili nel primo mese di quest’anno. La produzione di greggio negli Usa, nel mese di Gennaio 2015, è stata di oltre 284 milioni di barili.
Il greggio dell’Alaska viene trasportato in due modi: il primo, attraverso il Trans Alaska Pipeline – dal North Slope alla regione meridionale, a Valdez, al Valdez Oil Terminal – oleodotto che ha una portata massima di 2 milioni di barili al giorno, ma dal 2003 al 2011 la media giornaliera è stata di un quantitativo equivalente alla metà. Nel 2011, dai dati ufficiali forniti dal TAPS, l’equivalente giornaliero è stato di 600 mila barili.

Il greggio poi viene trasportato anche dalle navi cisterne che partono verso le raffinerie della stessa Alaska, della California, di Washington e delle Hawaii. Il Trans Alaska Pipeline è stato costruito dal 1974 al 1977: attraversa 800 miglia in Alaska, un territorio fatto di montagne, fiumi, faglie sismiche. Si tratta di uno dei più grandi progetti al mondo in materia, realizzato in tempi record, con un costo totale di 8 miliardi di dollari, che è anche l’orgoglio di questa terra, ne fa parte a pieno titolo nella vita dei cittadini dell’Alaska.

Artic National Wildlife Refuge, area vietata per le attività Oil
La ricerca e l’estrazione di petrolio è invece vietata nell’Arctic National Wildlife Refuge, ed in altre zone dal punto di vista ecologico sensibili. L’Arctic National Wildlife Refuge è grande tanto quanto il South Carolina ed è un territorio che comprende 18 fiumi importanti e varie specie di piante e di animali. Secondo alcune indiscrezioni, riportate ultimamente dal New York Times, il piano quinquennale 2017-2022 degli Usa sulle trivellazioni, al quale sta lavorando la Casa Bianca, prevederà più licenze sulla costa Atlantica degli Stati Uniti invece che sulla sponda Artica. Di questo non sono contenti, per ragioni diverse, sia gli ambientalisti che le compagnie petrolifere.
Gas naturale, rete elettrica, raffinazione e Gnl: unicità del caso Alaska
Il gas naturale che si produce in Alaska viene largamente iniettato di nuovo nei giacimenti petroliferi. Da questo punto di vista, l’Alaska è il secondo produttore degli Stati Uniti, in termini lordi, di gas naturale, ma buona parte non viene utilizzato, né commercializzato. Tra l’altro, è stato considerato economicamente sconveniente costruire pipeline che trasportino il gas dall’Alaska ai 48 stati degli Usa. Fino al 2012 Kenai, cittadina sulla sponda meridionale, è stato l’unico terminale di gas naturale liquefatto (GNL); dal 2012 è in costruzione nell’area di Valdez – cittadina dove approda il Trans Alaska Pipeline – un nuovo terminal per il Gnl, voluto da quattro compagnie petrolifere.

A Kenai esiste una delle raffinerie di petrolio dello Stato, così come vicino a Fairbanks. L’Alaska consuma molto carburante perché è uno Stato di passaggio per i voli militari, commerciali e civili; in secondo luogo, in Alaska il petrolio viene utilizzato anche per produrre energia elettrica.

La rete elettrica dell’Alaska non è come quella degli altri Stati degli Usa. Le grandi distanze e il numero esiguo di abitanti – eccetto per le zone di Anchorage e Fairbanks – fa sì che la produzione e la distribuzione di energia elettrica avvenga diversamente, non con rete ad alta tensione. I liquidi da petrolio costituiscono la fonte principale di produzione elettrica, specialmente nelle zone isolate e lontane dai centri cittadini.

 

Idroelettrico e biomasse nel mix energetico
L’idroelettrico contribuisce per un quinto alla produzione di energia elettrica dello Stato, le centrali idroelettriche sono circa 50. Ai fini della produzione di energia elettrica contribuiscono anche le biomasse e la geotermia. Per la produzione di elettricità da biomasse un ruolo importante proviene dal legno, dagli scarti del legno, dall’olio di pesce e dai rifiuti urbani. L’Alaska è uno degli otto Stati di America che nel 2012 ha prodotto energia elettrica anche da geotermia: l’impianto più importante è partito nel 2006 a Chena Hot Springs ed aveva una potenza produttiva inizialmente di 400 kW, poi aumentata fino a 730 kW.

L’Eni in Alaska
Eni è presente in Alaska con oltre 100 licenze nell’area di North Slope. Tra i suoi ultimi obiettivi raggiunti, è bene ricordare la produzione di 25 mila barili di olio al giorno nel campo di Nikaitchuq, nell’offshore del North Slope. Eni detiene il 100% delle quote di questo giacimento, e per la compagnia petrolifera italiana ha rappresentato una sfida tecnologica di non poco conto, con la perforazione di pozzi orizzontali multilaterals. Per il giacimento di Nikaitchuq si stimano potenzialità per circa 200 milioni di barili di olio. La messa in produzione ha rappresentato per Eni la prima operazione nell’area dell’Artico. Nell’arco del 2015, l’obiettivo è di arrivare a produrre 30 mila barili al giorno. Attualmente, il petrolio estratto viene trattato nella locale centrale e poi trasportato attraverso la Trans Alaska Pipeline, senza bisogno di ulteriori trattamenti, già pronto per essere immesso sul mercato.

Eni detiene anche il 30% del giacimento ad olio di Oooguruk. Si tratta di un’isola artificiale nel Mare di Beaufort, dove la compagnia del Cane a sei zampe opera in condizioni climatiche estreme, e ha dovuto coniugare nella produzione rispetto dell’ambiente ed alta efficienza tecnologica. Il giacimento dista 5 miglia dalla costa nella Baia di Harrison, nel Mare del Beaufort. Le potenzialità di questo giacimento sono state stimate all’inizio delle attività, in 90 milioni di barili di olio.

Quando parliamo di condizioni ambientali e climatiche estreme e sfidanti, nel Mare di Beaufort ci riferiamo a forti venti polari, correnti sotterranee e banchi di ghiaccio, alti come un palazzo di tre piani, in movimento.

 

Articolo pubblicato in OIl Book di www.abo.net

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