Il Papa lo aveva detto ai servizi in faccia: sette mesi dopo, le inchieste raccontano lo stesso mercato.
Dicembre 2025: Leone XIV ammonisce i vertici dell’intelligence italiana sull’uso delle informazioni riservate. Luglio 2026: arrestato un ex 007 che vendeva segreti ai russi. In mezzo, i dossieraggi di Squadra Fiore ed Equalize. Non sono storie separate, è una sola filiera.
TRE DATE, UN SOLO MERCATO
Il 12 dicembre 2025, nel centenario dell’intelligence italiana, Leone XIV riceve in udienza i vertici del comparto e pronuncia una frase archiviata all’epoca come richiamo etico di circostanza: vigilare con rigore affinché le informazioni riservate non siano usate per intimidire, manipolare, ricattare, screditare politici, giornalisti o altri attori della società civile.
Il 20 aprile 2026 le procure di Roma e Milano, in coordinamento, muovono sui dossieraggi: la Squadra Fiore nella Capitale, struttura clandestina di ex appartenenti a forze dell’ordine e servizi dedita al commercio di informazioni estratte abusivamente dalle banche dati dello Stato, tra gli undici indagati l’ex numero due del DIS, e un nuovo filone della milanese Equalize.
Il 7 luglio 2026 il Ros arresta a Roma due ex AISI, in pensione da oltre dieci anni, accusati di aver ceduto a un funzionario russo sotto copertura diplomatica segreti sulla produzione industriale della difesa e i nominativi di agenti del controspionaggio, estratti tramite sei fonti, tra cui quattro militari in servizio.
Quando il Papa parlava, lo scandalo Equalize era pubblico da un anno, ma i filoni più gravi, Squadra Fiore e l’indagine sull’ex 007 al soldo dei russi, correvano ancora sotto riserbo. E qui basta un dato di fatto, senza bisogno di dietrologie: l’indagine sull’ex 007 l’aveva aperta l’AISI sette mesi prima, e in quella sala i vertici dell’AISI erano seduti in prima fila.
Chi quel fascicolo l’aveva avviato non aveva bisogno di esegesi per capire la portata del richiamo. Un messaggio comprensibile per chi aveva il contesto e invisibile per chi leggeva il comunicato: la definizione operativa di segnale debole. E la tentazione di trattare i tre fascicoli come scandali distinti va respinta, perché l’architettura è sempre identica: personale con accessi legittimi, presenti o residui, che monetizza l’informazione verso una domanda solvibile.
Cambia solo il committente, studi legali e aziende nei dossieraggi, un servizio ostile nell’ultimo caso. Il broker che oggi vende visure a un cliente privato è tecnicamente già qualificato per vendere domani a un’ambasciata: ha le fonti, i telefoni cifrati, i nomi in codice. Gli manca solo un committente con budget migliore, e a Roma il committente con budget migliore prima o poi si presenta.
IL MODELLO: L’ACCESS BROKER ANALOGICO
Nella cybersecurity esiste una figura precisa, l’initial access broker: chi non conduce l’attacco ma vende l’accesso, tiene la porta aperta e la affitta al miglior offerente. Il caso del 7 luglio è la trasposizione analogica esatta. L’ex funzionario non è la fonte: è il broker.
Fuori dal comparto da tredici anni, non ha accesso diretto a nulla. Ha qualcosa di più durevole, una rete di obbligazione: militari in servizio, in posizioni sensibili, che gli devono una promozione, un trasferimento, un passaggio di carriera. L’accesso formale scade con il congedo. Quello informale matura come un titolo obbligazionario, e in un sistema che funziona per cordate ogni anno di anzianità è una cedola.
Dal lato della domanda, il committente non ha reclutato una fonte: ha acquisito in blocco trent’anni di capitale relazionale, con un solo punto di contatto da gestire: la fonte non incontra mai il committente, il broker assorbe tutto il rischio di contatto, e il committente, coperto da immunità diplomatica, resta a piede libero anche a rete smantellata.
C’è poi un dato che va letto per quello che è: il prezzo. Ventimila euro in contanti in casa del principale indagato. Cifre da ristrutturazione del bagno, in cambio di segreti militari e di nominativi di persone che rischiano fisicamente.
E qui vale una regola elementare di microeconomia dell’intelligence: il prezzo basso è un’informazione. Le spiegazioni alternative esistono, un acconto, un compenso frazionato per ragioni operative, e vanno tenute sul tavolo.
Ma la lettura più coerente con il quadro complessivo, tre inchieste sullo stesso mercato in pochi mesi, resta la più semplice: quando un servizio ostile compra segreti di Stato a prezzi da saldo, il potere contrattuale sta tutto dalla parte dell’acquirente, perché l’offerta è abbondante. Il committente non paga poco perché è tirchio: paga poco perché il mercato glielo consente. Quei ventimila euro sono la quotazione corrente della fedeltà alla Repubblica sul mercato romano.
L’HABITAT: LA CAPITALE DEI DUE CORPI DIPLOMATICI
Il broker non opera nel vuoto. Roma ospita una densità diplomatica senza equivalenti, due Stati sovrani, le agenzie ONU, decine di ambasciate doppie, presso il Quirinale e presso la Santa Sede. E c’è un dettaglio di architettura giuridica che nessun’altra capitale possiede: l’articolo 12 del Trattato Lateranense obbliga l’Italia a garantire prerogative e transito agli inviati accreditati presso la Santa Sede anche quando appartengono a Stati che con l’Italia non hanno relazioni, o le hanno pessime.
Roma è quindi l’unico posto al mondo dove uno Stato può mantenere due stazioni diplomatiche parallele a poche centinaia di metri l’una dall’altra, con regimi di accreditamento e di controllo distinti: se una rappresentanza finisce sotto pressione, l’altra offre ridondanza operativa, schermata da un’altra sovranità.
Ogni rappresentanza di uno Stato ostile o competitore va trattata, ed è l’assunzione di lavoro di qualunque controspionaggio al mondo, anche come stazione di raccolta, e qui le stazioni sono strutturalmente doppie. E attorno a ogni stazione prospera un indotto riconoscibile a occhio nudo: ex funzionari riciclati in consulenti, faccendieri, sedicenti analisti dal tenore di vita non riconducibile ad alcun reddito dichiarabile, che presidiano gli stessi ristoranti e gli stessi salotti tra Prati e i ministeri.
Questo indotto svolge una funzione precisa nel ciclo di intelligence avversario: la pre-qualificazione. Il funzionario sotto copertura non avvicina direttamente il militare in servizio, sarebbe rumoroso.
Avvicina il broker, che conosce il territorio, parla la lingua delle cordate, sa chi ha debiti, chi ha rancori, chi ha un mutuo pesante. Il broker fa scouting, il diplomatico paga in contanti. E la contiguità fisica e sociale tra i due corpi diplomatici romani rende questo mercato un rischio condiviso tra Stato italiano e Santa Sede: le parole di dicembre sulla Chiesa vittima di servizi che agiscono per fini non buoni vanno lette anche in questa chiave.
L’INDICATORE CHE NESSUNO MISURA: TREDICI ANNI
Il dato tecnicamente più rilevante dell’intera vicenda è uno solo: tredici anni. È la latenza tra il congedo del principale indagato e lo smantellamento della sua rete. Il sistema italiano non misura questa grandezza. Il vetting fotografa la persona al momento dell’abilitazione, il congedo è trattato come un evento amministrativo, la restituzione del badge, non come un evento di sicurezza.
Nessuno misura il decadimento dell’accesso informale, cioè quanto a lungo la rete di obbligazione di un ex resta operativa. Il confronto con i sistemi anglosassoni è impietoso: negli Stati Uniti chi ha detenuto abilitazioni di livello alto, tipo TS/SCI, resta soggetto a verifiche continue e a campione anche dopo, e l’obbligo di dichiarare i contatti con cittadini di Stati stranieri non si estingue con l’impiego. In Italia il congedato diventa un fantasma istituzionale, invisibile per il sistema di sicurezza, e contemporaneamente un re del salotto a Prati, visibilissimo per chi recluta.
E qui va nominato un paradosso che l’intera casistica rende evidente: nessuno di questi soggetti è un bisognoso. Sono percettori di trattamenti pubblici generosi, spesso con pensionamenti a età in cui un dipendente ordinario è a metà carriera.
La teoria vorrebbe che il trattamento generoso comprasse fedeltà anche dopo il congedo. La pratica mostra il rovescio: la pensione ricca non previene il danno, lo finanzia. Copre i costi fissi della vita da broker, il tempo, i salotti, mentre i ricavi del mercato grigio diventano margine puro.
La soluzione, sia chiaro, non è sorvegliare i pensionati, che sono cittadini come gli altri: sarebbe il dossieraggio con altro cappello, la patologia denunciata a dicembre. Il sensore va messo sul lato di chi le chiavi le ha ancora in mano.
Tre misure, a legislazione quasi invariata: obbligo di segnalazione, per il personale in servizio nei comparti classificati, dei contatti ricorrenti con ex degli stessi comparti; re-vetting periodico che includa reti relazionali e anomalie patrimoniali, perché ventimila euro in contanti in casa di un pensionato sono un’anomalia rilevabile a condizione che qualcuno la cerchi; regime post impiego con divieto temporaneo di consulenza in ambiti contigui e obbligo di disclosure sui rapporti con soggetti esteri.
NON È EVERSIONE, È PEGGIO
Davanti a un quadro simile la tentazione dell’etichetta forte, rete eversiva, è comprensibile. Va resistita, per rigore prima che per prudenza: eversione implica un progetto di sovvertimento dell’ordine costituzionale, e nelle carte quel reato non compare.
Nessuno di questi soggetti vuole rovesciare lo Stato: vogliono monetizzarlo. Ed è esattamente questo a renderli più insidiosi di un eversore. L’eversore classico è leggibile, ha un’ideologia, un obiettivo, un’organizzazione da decapitare. Qui non c’è niente da decapitare, perché non c’è un’organizzazione: c’è un mercato. Eppure, l’effetto aggregato, banche dati dello Stato trattate come magazzino merci, segreti militari a listino, identità di agenti del controspionaggio cedute a una potenza ostile, è oggettivamente destabilizzante.
È eversione come esternalità, non come intenzione: un mercato che produce effetti eversivi senza bisogno di un solo eversore. Le informazioni cedute a Mosca non servono a rovesciare lo Stato italiano: servono a renderlo cieco e lento il giorno in cui a qualcun altro servisse che lo fosse.
DISCIPLINA E ONORE, IL RESTO È MERCATO
L’operazione del 7 luglio dimostra che il controspionaggio, quando ingaggia, funziona: l’AISI ha agganciato la rete partendo dai movimenti degli operatori russi e in quattordici mesi l’ha smontata. Ma un sistema che intercetta il broker dopo che il mercato lo ha remunerato per anni gioca in difesa sul proprio campo.
Resta un ultimo passaggio, ed è istituzionale. Il richiamo morale è arrivato a dicembre, dal vertice più alto disponibile su quel piano. Quello penale sta arrivando, un fascicolo alla volta. Manca il terzo, quello costituzionale, e la norma esiste già: articolo 54, secondo comma. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore. Il giuramento di fedeltà alla Repubblica, a differenza del badge, non ha data di scadenza con il congedo.
Il custode di quella norma siede al Quirinale, e la grammatica del Colle non prevede commenti alle inchieste in corso. Ma chi analizza per segnali deboli sa dove guardare: se nei prossimi discorsi presidenziali al comparto sicurezza comparirà il lessico dell’articolo 54, vorrà dire che anche il terzo richiamo è partito.






