Gli Stati Uniti hanno deciso di non rinnovare per altri sedici anni l’accordo di libero scambio con il Messico e il Canada, l’Usmca, entrato in vigore nel 2020 in sostituzione del trattato Nafta: era stato negoziato durante la prima amministrazione di Donald Trump, che lo definì “il miglior accordo che abbiamo mai concluso”, prima di passare a criticarlo.
L’Usmca rimarrà dunque attivo per altri dieci anni e continuerà a essere sottoposto alle revisioni annuali; nel 2036 potrebbe scadere, a meno che le parti non decidano di rinnovarlo con delle modifiche.
PERCHÉ A TRUMP NON PIACE PIÙ L’USMCA?
L’insoddisfazione dell’amministrazione Trump per l’Usmca è dovuta alla crescita dei deficit degli Stati Uniti nel commercio di beni con i due vicini nordamericani: quello con il Messico ha raggiunto i 197 miliardi di dollari nel 2025, mentre quello con il Canada è ammontato a 48 miliardi. Il deficit con il Canada è legato principalmente alle importazioni petrolifere – il greggio canadese è di varietà pesante, adatto a essere lavorato dalle raffinerie statunitensi -, mentre il deficit con il Messico al ricollocamento delle aziende manifatturiere americane, che stanno cercando di ridurre la loro esposizione alla Cina.
Il Messico, infatti, è stato ritenuto una buona alternativa alla Cina per via della sua vicinanza geografica agli Stati Uniti, del basso costo del lavoro e dell’integrazione industriale-commerciale con il resto del Nordamerica (merito proprio dell’Usmca, e prima ancora del Nafta). Questo processo di “accorciamento geografico” delle catene di approvvigionamento è noto in gergo come near-shoring; quando invece il paese in cui si delocalizza la manifattura è considerato affine sul piano politico o comunque affidabile, si parla di friend-shoring. Nel caso specifico del Messico, friend-shoring e near-shoring coincidono.
L’amministrazione Trump, però, preferisce il reshoring al near-shoring: vorrebbe cioè che la manifattura americana facesse ritorno in patria, negli Stati Uniti, anziché delocalizzare nelle vicinanze.
COSA VOGLIONO LE AZIENDE AMERICANE
Il commercio tra Stati Uniti, Messico e Canada vale all’incirca 1600 miliardi di dollari all’anno: nel 2020, quando entrò in vigore l’Usmca, valeva 1000 miliardi.
Anche se l’amministrazione Trump non sembra puntare all’abbandono dell’Usmca bensì alla rinegoziazione di alcune parti, un’ipotetica uscita degli Stati Uniti appare difficile: l’accordo gode infatti di sostegno politico bipartisan e del favore delle imprese.
I costruttori automobilistici, per esempio, lo ritengono fondamentale per la competitività della loro filiera: costruire tutti i componenti negli Stati Uniti non sarebbe fattibile. Anche i coltivatori e gli allevatori statunitensi chiedono la prosecuzione del libero scambio in Nordamerica, dato che Messico e Canada acquistano oltre un terzo delle esportazioni agricole degli Stati Uniti. In generale, la decisione di non rinnovare automaticamente l’Usmca alimenta l’incertezza e potrebbe disincentivare gli investimenti nel potenziamento delle filiere nordamericane.
E ORA?
L’amministrazione Trump ha detto di voler procedere con dei negoziati bilaterali con Messico e Canada.
Quelli con il Messico si terranno la penultima settimana di luglio e saranno incentrati sull’inasprimento delle regole di origine per le automobili e per altri prodotti industriali, una misura volta a contrastare la penetrazione cinese in Messico e, di riflesso, nel resto della regione. La Casa Bianca vuole che i veicoli prodotti in Nordamerica contengano almeno il 50 per cento di componenti statunitensi, in modo da portare la quota complessiva di contenuto regionale sopra l’80 per cento; ma Città del Messico sta facendo resistenza.
I rapporti tra gli Stati Uniti e il Canada sono ancora più complicati, perché Ottawa sta cercando di ridurre la propria dipendenza commerciale da Washington e Trump si è scontrato con il primo ministro canadese Mark Carney, ideologicamente molto distante.



