Le aziende statunitensi di gas naturale liquefatto (Gnl) si aspettavano che l’Europa sarebbe diventata il loro mercato di riferimento e che avrebbe finanziato, con i suoi acquisti, la costruzione di nuovi progetti di esportazione. E invece il Vecchio continente non ha finora firmato tanti contratti di fornitura a lungo termine, nonostante la crisi nel golfo Persico e nonostante i piani di distacco energetico dalla Russia.
Secondo le fonti di Bloomberg, gli esportatori americani di Gnl hanno ricevuto tante manifestazioni di interesse da parte dei potenziali clienti europei, ma pochi impegni di acquisto concreti: c’entra, pare, il timore diffuso di sviluppare una dipendenza eccessiva dagli Stati Uniti, che non vengono più percepiti come degli alleati fidati.
LE PAROLE DI EXXONMOBIL
Già lo scorso settembre – cioè prima ancora che iniziasse la guerra di Stati Uniti e Israele all’Iran – un dirigente della compagnia petrolifera ExxonMobil disse al Financial Times che l’Europa era diventata “il mercato più importante” per gli esportatori americani di Gnl. A suo dire, la regione avrebbe dovuto “capire come sostenere i contratti a lungo termine”, anziché procedere con gli acquisti sul mercato spot, quello giornaliero e all’ingrosso.
Per i venditori, i contratti a lungo termine sono vantaggiosi perché garantiscono certezza e permettono di pianificare gli investimenti. Agli acquirenti, invece, i contratti offrono prezzi fissi e solitamente più bassi di quelli sul mercato spot (sul quale, peraltro, i carichi di Gnl tendono a dirigersi verso le aree del mondo disposte a pagare di più).
NESSUN NUOVO ACCORDO CON ITALIA, GERMANIA E FRANCIA
Eppure, dall’inizio dell’anno le aziende statunitensi di Gnl hanno firmato solo un nuovo accordo di fornitura a lungo termine in Europa, con la Grecia. Nessun contratto, invece, è stato siglato con le economie più grandi del continente, cioè Italia, Francia e Germania.
A luglio dell’anno scorso, invece, Eni aveva raggiunto un accordo ventennale con Venture Global per due milioni di tonnellate di gas liquefatto all’anno. Anche la società tedesca Sefe aveva firmato un contratto per vent’anni con Venture Global, più uno per dieci anni con ConocoPhillips.
GLI STATI UNITI HANNO BISOGNO DELL’EUROPA, E VICEVERSA
Per l’Europa, gli Stati Uniti si sono già rivelati dei fornitori energetici fondamentali nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, quando hanno permesso la sostituzione del gas russo con il loro Gnl. Nel 2025 gli Stati Uniti sono valsi più del 26 per cento delle importazioni gasifere totali dell’Unione europea, preceduti solo dalla Norvegia con il 31 per cento.
Anche l’Europa, data l’ampiezza del suo mercato, è fondamentale per gli Stati Uniti: gli esportatori americani contano infatti sui contratti con gli acquirenti europei per finanziare la costruzione di nuovi impianti, che possono costare diversi miliardi di dollari. Senza accordi di lungo termine, però, il finanziamento di questi progetti diventa difficile. L’anno scorso, peraltro, l’azienda Energy Transfer ha dovuto sospendere lo sviluppo del terminale di Lake Charles, in Louisiana, proprio perché le spese erano salite troppo e la redditività dell’investimento era stata compromessa.
NON C’ENTRA SOLO LA POLITICA
La reticenza delle società energetiche europee a firmare degli accordi di lungo termine con gli americani è dovuta anche alla percezione che gli Stati Uniti – viste le parole e le azioni del presidente Donald Trump sul commercio, sulla Nato o sulla Groenlandia, per esempio – non siano più degli alleati affidabili come un tempo. Uno dei paesi energeticamente più esposti agli Stati Uniti è la Germania, visto che oltre il 90 per cento delle sue importazioni di Gnl arrivano proprio dall’America.
– Per approfondire: La Germania si gaserà con il Gnl del Canada per smarcarsi dagli Usa
Ma anche l’Italia importa parecchio Gnl americano. Nel 2025 le nostre importazioni di combustibile liquefatto hanno sfiorato i 21 miliardi di metri cubi in tutto: i primi fornitori sono per l’appunto gli Stati Uniti con una quota del 44 per cento, seguiti a distanza dal Qatar (24 per cento) e dall’Algeria (21 per cento).
Al di là dei ragionamenti politici, secondo Bloomberg la riluttanza dell’Europa a firmare dei contratti a lunga scadenza dipende anche dai calcoli economici. Agli europei, cioè, sta bene rifornirsi sul mercato spot – nonostante la maggiore esposizione alle crisi dei prezzi e dell’offerta – perché un impegno pluriennale potrebbe finire per rivelarsi sconveniente ed entrare in contrasto con gli obiettivi comunitari di decarbonizzazione. In altre parole, oggi l’Europa consuma molto gas, ma tra qualche anno il fabbisogno potrebbe diminuire per effetto della sostituzione dei combustibili fossili nella generazione elettrica.
A questo proposito, un dirigente della società energetica tedesca Uniper ha recentemente dichiarato che “in Europa esistono piani per la decarbonizzazione nel lungo termine, con normative già in vigore di cui dobbiamo tenere conto. Non mi aspetto che i clienti in Europa si impegnino così facilmente in un contratto ventennale” di Gnl.







