“La nostra è un’offerta reale” e “un’opportunità unica”. Così l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha presentato agli analisti l’Opas lanciata su Monte dei Paschi di Siena. Un’operazione che arriva nelle stesse ore in cui Banco Bpm – il cui maggiore azionista, va ricordato, è la francese Crédit Agricole – ha proposto a sua volta un’aggregazione con la banca senese e che ha immediatamente riacceso il risiko bancario italiano. Sullo sfondo, però, non c’è soltanto il futuro di Mps. C’è anche quello di Mediobanca, del 13,2% di Generali custodito a Piazzetta Cuccia e degli equilibri che negli ultimi anni hanno visto protagonisti Delfin e Francesco Gaetano Caltagirone.
Piazza Affari, intanto, scommette sulla contendibilità di Siena: Mps balza del 10,7%, Banco Bpm sale di circa l’1,7%, mentre Intesa Sanpaolo arretra del 4,1% dopo il lancio dell’Opas.
LA “LETTERA D’AMORE” DI BPM E L'”OFFERTA REALE” DI INTESA
Nel corso della conference call, Messina ha voluto evidenziare ciò che distingue l’operazione di Intesa dalla proposta avanzata da Banco Bpm nelle stesse ore.
La mossa della banca guidata da Giuseppe Castagna, ha detto, “è una lettera d’amore”. Quasi un modo per dire “‘ti amo, rispondi alla mia richiesta’, ma non è un’offerta, è un modo per discutere qualcosa nel futuro. La nostra è un’offerta reale”.
Il messaggio è chiaro: Intesa non si presenta con una manifestazione di interesse o con una proposta da negoziare, ma con un’offerta pubblica di acquisto e scambio già definita nei numeri, nelle condizioni e nell’architettura industriale.
L’operazione prevede il riconoscimento di 16 nuove azioni Intesa ogni 10 azioni Mps conferite, più un euro in contanti per titolo. Il premio è pari al 12,5% rispetto al prezzo di chiusura del 5 giugno e supera il 17% rispetto alle medie degli ultimi mesi.
Ai valori di mercato precedenti all’annuncio, l’operazione attribuisce a Monte dei Paschi una valorizzazione superiore ai 30 miliardi di euro. Secondo Intesa, il gruppo risultante diventerebbe il secondo istituto dell’Eurozona per capitalizzazione di Borsa e potrebbe contare su oltre 27 milioni di clienti, circa 1.900 miliardi di euro di attività finanziarie della clientela e più di 16 miliardi di utile netto atteso nel 2029.
Messina si è detto convinto di poter raggiungere la soglia necessaria per il successo dell’offerta. “Credetemi, penso raggiungeremo la soglia minima dei due terzi del capitale”, ha affermato.
IL MESSAGGIO A DELFIN E CALTAGIRONE
Non passa inosservato il fatto che, rispondendo alle domande degli analisti, il numero uno di Intesa abbia chiamato direttamente in causa i due principali azionisti privati di Mps.
“Abbiamo ottimi rapporti con Delfin e Caltagirone e la mia aspettativa è che possano avere un atteggiamento positivo nei confronti di questa transazione”, ha detto. Secondo Messina, “tutti gli azionisti privati riconosceranno la bontà di questa operazione”.
Parole che arrivano in una fase particolarmente delicata. Negli ultimi mesi, infatti, Delfin e Caltagirone sono stati tra i protagonisti della conquista di Mediobanca attraverso Montepaschi e hanno rappresentato uno dei principali punti di riferimento del nuovo assetto azionario della banca senese.
Il richiamo di Messina ai due soci non è certo casuale. Il successo dell’Opas dipenderà anche dall’atteggiamento degli azionisti privati più rilevanti. Proprio in queste ore, peraltro, si sta svolgendo il Cda di Mps per valutare le proposte di Banco Bpm e di Intesa Sanpaolo.
GENERALI AL CENTRO DELLA PARTITA
Il punto è che dentro Mediobanca c’è il 13,2% di Generali, partecipazione che rappresenta da tempo uno dei principali terreni di confronto tra i diversi blocchi azionari del Leone.
Da qui la necessità, per Messina, di chiarire quale sarebbe il ruolo di Intesa nel caso in cui l’operazione andasse in porto.
“Consideriamo la quota in Generali un investimento azionario, niente di più”, ha specificato l’ad. A chi gli chiedeva se l’obiettivo finale fosse arrivare alla compagnia triestina, l’amministratore delegato di Intesa ha risposto senza lasciare spazio a interpretazioni. “Se mi chiedete: volete quindi fare un’acquisizione di Generali? La risposta è no”.
E ancora: “Non abbiamo interesse a mettere becco nella gestione di Generali”.
Intesa indica come strategiche le attività di wealth management, private banking, credito al consumo e corporate & investment banking che fanno capo a Mediobanca. L’obiettivo dichiarato da Messina è rafforzare ulteriormente il posizionamento del gruppo nel risparmio gestito e nella consulenza ai grandi patrimoni, fino a costruire quella che ha definito “la Ubs italiana”.
IL 3% DI GENERALI E IL DANISH COMPROMISE
Di qui la decisione di Intesa di acquistare una partecipazione del 3,01% in Generali insieme a un derivato di copertura collegato alla stessa quota.
Una scelta che ha immediatamente alimentato interrogativi sulle reali intenzioni del gruppo e sul mantenimento dei benefici regolamentari legati al Danish Compromise, il meccanismo europeo che consente alle banche di assorbire meno capitale quando detengono partecipazioni in compagnie assicurative e che per Intesa rappresenta un elemento importante sotto il profilo patrimoniale.
Messina ha cercato di sgomberare il campo dai dubbi, manifestando la volontà di prevenire possibili iniziative difensive da parte della compagnia. “Per quanto riguarda Generali vogliamo mantenere e dobbiamo evitare possibili mosse da parte di Generali che potrebbe acquisire il 3% di Intesa. Sapete che abbiamo già sperimentato questi approcci, si può sbagliare una volta ma non di più”.
L’acquisto della quota, tuttavia, non viene presentato come una condizione necessaria per conservare i benefici regolamentari. Sul punto l’amministratore delegato è stato netto: “Non abbiamo bisogno di avere il 3% di Generali per applicare il Danish Compromise”.
Il messaggio agli analisti è chiaro: secondo Intesa, l’operazione su Montepaschi e Mediobanca non metterà a rischio il trattamento prudenziale favorevole legato alle partecipazioni assicurative e non comporterà quindi un impatto negativo sul capitale del gruppo. Una rassicurazione particolarmente importante perché il mantenimento del Danish Compromise è considerato dal mercato uno dei presupposti per preservare la solidità patrimoniale e la capacità di distribuire dividendi anche dopo l’operazione.
ANTITRUST, UNIPOL E LA SOLUZIONE CHE HA SBLOCCATO L’OPERAZIONE
Per lungo tempo Intesa è stata considerata il soggetto meno probabile per una mossa su Montepaschi a causa delle possibili criticità Antitrust.
Messina ha ricordato che il problema esisteva davvero. Per questo il gruppo ha lavorato a una soluzione che consentisse di ridurre in modo significativo la sovrapposizione tra le due reti.
In questo quadro si inserisce l’accordo raggiunto con Unipol, destinata a rilevare una parte consistente delle attività di Mps. Una soluzione che, nelle intenzioni di Intesa, contribuisce a rendere gestibili le possibili criticità Antitrust legate all’operazione.
In caso di successo dell’Opas, la compagnia guidata da Carlo Cimbri rileverà una banca comprendente il marchio Mps, circa 635 filiali, circa 55 miliardi di raccolta diretta e 42 miliardi di impieghi, oltre alle strutture necessarie per operare autonomamente. Intesa manterrà invece Mediobanca, il suo marchio, circa 625 sportelli e le attività considerate più coerenti con il proprio modello di business, dal wealth management al credito al consumo fino al corporate & investment banking. Il perimetro destinato a restare all’interno del gruppo rappresenterebbe circa l’80% dell’utile netto stimato dell’entità combinata tra Siena e Piazzetta Cuccia.
È il tassello che consente a Messina di presentare oggi come praticabile un’operazione che fino a pochi giorni fa molti consideravano difficilmente realizzabile.
L’INCROCIO CON I FRANCESI E LA POSIZIONE DEL GOVERNO
La partita, però, non si esaurisce nei numeri industriali.
La proposta di Banco Bpm arriva infatti da una banca che vede la francese Crédit Agricole come primo azionista con una quota vicina al 23%. Un elemento che pesa inevitabilmente anche nella lettura politica del risiko.
Sul possibile atteggiamento delle istituzioni, un’indicazione è arrivata anche da Carlo Cimbri. Il presidente di Unipol ha spiegato di non sapere se Carlo Messina abbia avuto contatti con il governo per illustrare l’operazione, trattandosi di un’offerta promossa da Intesa Sanpaolo. Tuttavia, “conoscendo la perizia e la professionalità con cui Intesa opera e la sensibilità del mio collega, penso che qualche interlocuzione l’abbia avuta”. Cimbri ha aggiunto di attendersi che il progetto sia “ben visto dai regolatori domestici ed europei” e che questo “metta il nostro governo in una posizione favorevole”.
Una combinazione tra Mps e Banco Bpm porterebbe i francesi a esercitare un’influenza rilevante anche sugli equilibri che ruotano attorno a Mediobanca e Generali. Intesa propone invece un assetto diverso, nel quale il controllo delle principali caselle del sistema resterebbe in mani italiane, con il coinvolgimento di soggetti come Unipol, Bper, Mediobanca e la stessa Generali.
Non a caso, mentre Crédit Agricole ha scelto di non commentare l’operazione, Messina ha preferito concentrarsi sul messaggio che ritiene decisivo: quella lanciata da Intesa non è una semplice manifestazione di interesse ma “un’offerta reale”, costruita attorno a una complessa architettura industriale che passa da Mps, arriva a Mediobanca e inevitabilmente sfiora Generali, Delfin e Caltagirone.
Secondo le stime diffuse dal gruppo, l’operazione consentirebbe di generare sinergie annue per circa 2,9 miliardi di euro, di cui 1,4 miliardi derivanti da riduzioni di costi e 1,5 miliardi da maggiori ricavi. Intesa prevede inoltre di mantenere una solida posizione patrimoniale, con un Cet1 ratio superiore al 14%, e di continuare a distribuire agli azionisti il 70% dell’utile netto. È su questi numeri, oltre che sugli equilibri che ruotano attorno a Generali, che si giocherà una parte importante della partita.





