Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto ricorso al Defense Production Act, una legge del periodo della Guerra fredda legata alla tutela della sicurezza nazionale, per stimolare l’industria americana del carbone: più nello specifico, per costruire nuove centrali elettriche alimentate con questo combustibile, per sostenere gli impianti già esistenti e per realizzare un terminale di esportazione in California, sull’oceano Pacifico.
I fondi pubblici legati al Defense Production Act ammontano a 500 milioni di dollari in tutto. La fetta più consistente di questa somma – cioè 425 milioni di dollari – verrà assegnata a una decina di centrali a carbone, gestite da aziende come Duke Energy, Hallador Energy, Oklahoma Gas & Electric Company e American Electric Power Company. I restanti 75 milioni, invece, saranno spesi per sostenere la costruzione del terminale West Gateway a Oakland, in California, dalla capacità di esportazione stimata di dodici milioni di tonnellate di carbone all’anno: considerata la posizione, l’impianto si rivolgerà principalmente ai mercati asiatici, grandi consumatori di questo combustibile fossile.
In aggiunta ai 500 milioni legati al Defense Production Act, l’amministrazione Trump ha stanziato altri 185 milioni in forma di sovvenzioni del dipartimento dell’Energia per la realizzazione di due centrali a carbone in Alaska e nella Virginia occidentale e per la riattivazione di un impianto nel Maryland.
LE DICHIARAZIONI DI TRUMP
“Stiamo compiendo un passo storico per ridurre il prezzo dell’energia e il costo della vita per tutti gli americani grazie al potere del carbone pulito e sostenibile”, ha dichiarato giovedì Trump: il carbone, in realtà, è il combustibile fossile maggiormente emissivo.
“Se guardiamo alla Cina, se guardiamo a tanti paesi di successo, vediamo che utilizzano il carbone”, ha aggiunto Trump. È vero che la Cina è il paese che consuma più carbone al mondo, più di ogni altra nazione messa insieme, utilizzando sia per la generazione elettrica che nell’industria chimica, la Cina è anche il paese che emette più CO2 al mondo, rappresentando oltre il 30 per cento del totale globale.
IL CONFRONTO TRA ASIA E STATI UNITI
Il carbone, inoltre, è di gran lunga la fonte più utilizzata per la produzione di elettricità in Asia, con una media del 40-50 per cento a livello regionale. Nel 2024, il 74 per cento dell’energia elettrica dell’India è stata generata con il carbone, il 57 per cento in Cina, il 32 per cento in Giappone e il 30 per cento in Corea del sud.
Negli Stati Uniti, di contro, la quota del carbone nella generazione elettrica è molto più bassa, del 17 per cento nel 2025. Quanto ai lavoratori nelle miniere, il loro numero è sceso l’anno scorso a 39.800, contro i 51.500 del 2017.
LE MOSSE DI TRUMP PER SALVARE IL CARBONE AMERICANO
Pur essendo stato progressivamente marginalizzato dal gas naturale e dalle fonti rinnovabili nella generazione di elettricità, Trump si è dato l’obiettivo di salvare il carbone dal declino. Per questo, ad aprile dell’anno scorso ha firmato un ordine esecutivo per stimolarne l’estrazione (sia per uso energetico che come materia prima per la siderurgia) e per supportarne la generazione elettrica: tra le altre cose, ha approvato l’ampliamento delle miniere, posticipato la dismissione delle centrali ormai vecchie e rimosso alcuni vincoli sulle emissioni di inquinanti.
Lo scorso settembre il dipartimento degli Interni ha reso disponibili quasi cinque milioni e mezzo di ettari di terreni federali per le nuove concessioni carbonifere, mentre il dipartimento dell’Energia ha stanziato 625 milioni di dollari per ampliare la generazione elettrica a carbone.
PERCHÉ TRUMP INSISTE COSÌ TANTO SUL CARBONE?
Al di là, forse, dell’ambizione personale di passare alla storia come il presidente che ha “salvato” l’industria del carbone dopo decenni di crisi e contrazioni, questa insistenza di Trump sul carbone è dettata dalla volontà di vincere la corsa all’intelligenza artificiale con la Cina (vittoria che dipende anche dall’abbondanza di energia a basso prezzo) e dalla necessità di abbassare le bollette elettriche ai consumatori americani (bollette che salgono anche a causa dei grandi consumi dei data center).
La guerra all’Iran – iniziata proprio dalla Casa Bianca – e la chiusura pressoché totale dello stretto di Hormuz hanno poi causato una crescita importante dei prezzi della benzina e del gasolio, derivati del petrolio: l’abbassamento del costo della vita per gli americani, però, era stata una delle promesse principali del presidente, che deve tenerne conto in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.
Dietro allo stimolo al carbone c’è, infine, una certa avversione di Trump nei confronti degli impianti fotovoltaici e – soprattutto – eolici: la sua amministrazione ha tagliato i sussidi federali a queste tecnologie, che invece il precedente governo di Joe Biden aveva invece incentivato sia nelle installazioni che nella manifattura, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza industriale dalla Cina.
IL CONTESTO: “LA CORSA ALLE ARMI SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE CON LA CINA”
Qualche mese fa il segretario dell’Energia Chris Wright aveva detto di aspettarsi che molte centrali a carbone posticiperanno le loro date di chiusura per continuare a fornire elettricità alla rete e alimentare i data center per l’intelligenza artificiale. Tempo prima, il segretario degli Interni Doug Burgum aveva dichiarato che “senza un carico di base perderemo la corsa alle armi sull’intelligenza artificiale con la Cina, e se la perderemo ciò avrà un impatto diretto sulla nostra sicurezza nazionale”.
Con carico di base, o baseload, Burgum faceva riferimento agli impianti che forniscono elettricità alla rete in maniera stabile e continuativa, come appunto le centrali a carbone, ma anche quelle a gas e quelle nucleari. Gli impianti eolici e fotovoltaici, al contrario, sono intermittenti.







