La Francia vedrà mai, sul proprio territorio, l’inaugurazione di una gigafactory in grado di produrre ogni anno milioni di pannelli solari? Oppure continuerà a dipendere massicciamente dalle importazioni cinesi per questa tecnologia che permette di produrre elettricità a basse emissioni di carbonio? « La Francia punta su progetti di insediamento di diversi stabilimenti sul proprio territorio, che potrebbero consentire di produrre fino a 10 GW [gigawatt] di componenti in vari anelli strategici della catena del valore, entro il 2035», ha sottolineato il governo il 13 febbraio, in occasione della pubblicazione del suo terzo programma pluriennale per l’energia (PPE3).
Appena tre mesi dopo, uno di questi progetti è già stato accantonato. La piccola società Carbon, che lo portava avanti dal marzo 2022, è stata posta in liquidazione giudiziaria il 13 maggio. […]
Oggi si può parlare di «disastro», secondo Daniel Bour, presidente di Enerplan, l’organizzazione dei datori di lavoro del settore solare. Dopo tante promesse, la caduta è ancora più dura. Carbon prevedeva, su un complesso di 45 ettari, di produrre più di 10 milioni di pannelli all’anno. Ovvero una capacità annua di 5 GW, dai lingotti di silicio alle celle e ai moduli. E tutto questo a Fos-sur-Mer (Bouches-du-Rhône), con la prospettiva di «3.000 posti di lavoro diretti e duraturi» in una delle zone industriali oggi più inquinate del paese.
Le normative UE in questione
Nel giugno 2023, durante una visita al grande porto di Marsiglia-Fos, Emmanuel Macron ha voluto vederci un esempio di «reindustrializzazione attraverso l’ecologia». Per facilitarne la realizzazione, un decreto firmato nel luglio 2024 da Gabriel Attal, allora primo ministro, ha attribuito al progetto il marchio di «interesse nazionale maggiore». A tal punto che, già nell’aprile 2025, Carbon ha ufficializzato l’ottenimento della licenza edilizia e delle autorizzazioni ambientali.
Se il progetto alla fine è fallito, è per altre ragioni. Contattato da Le Monde, Pierre-Emmanuel Martin, presidente della start-up e fondatore di Terre et Lac, un produttore di energia di Lione, ritiene che la sua disavventura sia dovuta soprattutto all’assenza, a livello dell’Unione europea (UE), di un «quadro sufficientemente chiaro e trasparente per gli investitori».
Secondo i calcoli del titolare, l’azienda ha speso quasi 21 milioni di euro, di cui meno di 2 milioni di fondi pubblici, provenienti principalmente dalla regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra. Tuttavia, in definitiva, l’investimento totale avrebbe dovuto mobilitare una somma di gran lunga superiore, dato che si parlava piuttosto di… 1,7 miliardi di euro.
Su LinkedIn, l’azienda critica soprattutto le normative dell’UE, che ritiene troppo deboli di fronte alla concorrenza cinese. «L’obiettivo del NZIA [Net-Zero Industry Act, che mira a rilocalizzare parte della produzione di tecnologie energetiche pulite nell’UE], adottato nel giugno 2024, si è limitato a diversificare le catene di approvvigionamento senza creare una preferenza per la produzione europea», sostiene.
Certo, a marzo la Commissione europea ha proposto un altro testo, l’Industrial Accelerator Act, in particolare per valorizzare il «made in Europe». Ma questo testo deve ancora essere oggetto di negoziati al Parlamento europeo.
L’impatto del fallimento di Carbon sulla Francia
Dal punto di vista della Francia, il fallimento di Carbon è «indicativo della difficoltà di garantire condizioni di concorrenza equa per l’industria fotovoltaica europea di fronte alla concorrenza asiatica», si spiega al ministero dell’Economia, sottolineando al contempo che «ciò non significa che il raggiungimento di una sovranità industriale» in questo settore sia inimmaginabile.
I dibattiti hanno anche danneggiato l’attrattiva delle energie rinnovabili e «scoraggiato potenziali investitori», ritiene Daniel Bour, di Enerplan. Certo, le energie rinnovabili sono sfuggite alla moratoria richiesta dalla destra e dall’estrema destra all’Assemblea nazionale. Ma il governo ha comunque rallentato il ritmo di installazione dei pannelli solari, nel suo PPE3 pubblicato a febbraio, rispetto al ritmo previsto per il 2025.
Su un altro piano, il fallimento di Carbon potrebbe fornire nuovi argomenti alle associazioni che si battono contro la costruzione di una linea ad altissima tensione (400.000 volt) tra il Gard e Fos-sur-Mer, un progetto portato avanti dal gestore della rete di trasporto dell’elettricità, RTE.
Lontano dalla Provenza, il secondo progetto più avanzato di gigafactory in Francia è ancora d’attualità. La società Holosolis, anch’essa creata nel marzo 2022, conta oggi 16 dipendenti. Opera sotto l’impulso di un attore con sede nei Paesi Bassi e presente in altri paesi europei, EIT InnoEnergy. Il suo obiettivo: creare un grande stabilimento a Hambach (Mosella), non lontano da Sarreguemines, ma solo per moduli e celle. Questo secondo progetto punta a una capacità di 5 GW, per circa 2.000 posti di lavoro. L’inizio dei lavori per lo stabilimento è attualmente previsto per la fine del 2027, mentre quello per la produzione dei pannelli è previsto per la fine del 2028. Si tratta già di un ritardo di oltre un anno rispetto al calendario iniziale.
(Estratto dalla rassegna stampa di eprcomunicazione)







