Un’istantanea del bilaterale tra Donald Trump e Xi Jinping è una tavolata di delegazioni di soli maschi. Quest’immagine ha suscitato l’indignazione, tra l’altro, dell’economista Gita Gopinath, già al Fondo Monetario Internazionale. Il suo tweet è divenuto virale:
A painting of the end of meritocracy: A meeting of the two largest economies and not one woman at the table. pic.twitter.com/FM7lwQrRGT
— Gita Gopinath (@GitaGopinath) May 14, 2026
C’è un’immagine diversa, non a caso amplificata da “South China Morning Post”, storico quotidiano di Hong Kong acquisito dal gruppo Alibaba nel 2016, che diffonde in modo sistematico in lingua inglese storie dello sviluppo tecnologico e dei successi della ricerca in Cina. Eccola:
Seduta tra Elon Musk e Tim Cook nella Grande Sala del Popolo, c’è un’imprenditrice cinese: Zhou Qunfei. La sua biografia viene rilanciata, tra l’altro, da influencer di X come Mario Nawfal.
🇨🇳 Zhou Qunfei left school at 15 to polish watch glass in a Shenzhen factory with callused hands and HK$20k to her name.
30 years later she was seated between Elon and Tim Cook at the Trump-Xi state dinner.
The journey in between: she founded Lens Technology in 2003, bet… https://t.co/OXgWVcvV3H pic.twitter.com/PFfuZ2aTSY
— Mario Nawfal (@MarioNawfal) May 15, 2026
Soprattutto, gli autorevoli commensali sanno benissimo chi è. Lo stesso Cook ha visitato molte volte Lens Technology e ha incontrato spesso Zhou Qunfei. Le sue foto con lei sono numerose. Per esempio, nel 2024 l’ha incontrata anche alla presenza di Wang Chuanfu, il fondatore di BYD.
Non è certo la prima volta che la figura di Zhou Qunfei ottiene una forte attenzione comunicativa fuori dai confini cinesi. Già nel 2015 si diffondono vari articoli (anche in italiano, come questo di China Files per Il Fatto Quotidiano) che celebrano la miliardaria self-made cinese e la sua ascesa sociale, partita da un piccolo villaggio e dalle fabbriche di Shenzhen.
Lens Technology, che è anche fornitore di Tesla, viene più volte citata nel best-seller di Patrick McGee che ha lanciato un dibattito sul ruolo di Apple come abilitatore essenziale della capacità elettronica cinese. Quella di Apple in Cina rimane una questione essenziale, alla fine dell’epoca di Cook e nelle discussioni sui cambiamenti geografici della supply chain di Apple.
McGee ricorda come Lens Technology abbia svolto un ruolo fondamentale per le attività di Apple in Cina, operando come fornitore specializzato per il vetro speciale utilizzato per gli schermi degli iPhone. L’azienda si è guadagnata il rispetto degli ingegneri Apple anzitutto per le sue eccellenti capacità operative. Il lavoro di Lens era indispensabile per la realizzazione del prodotto finale: secondo le fonti di Apple citate da McGee, il vetro grezzo prodotto dall’azienda americana Corning era sostanzialmente inutile finché Lens non lo lavorava per renderlo utilizzabile.
Apple apprezzava Lens Technology anche per l’abilità della sua fondatrice nello sfruttare le conoscenze politiche per superare gli ostacoli operativi. McGee racconta che, in un’occasione in cui un grave blackout aveva colpito l’intera zona produttiva interrompendo le attività, le forti connessioni di Zhou Qunfei le permisero di far arrivare in breve tempo diversi camion dei pompieri dotati di generatori. Lens fu così l’unica struttura a poter continuare a operare, nel raggio di diversi isolati.
Nonostante il ruolo di Lens Technology per la realizzazione e la scalabilità dell’iPhone, McGee sottolinea anche che Apple, per mantenere il controllo sulla supply chain, adottò la tattica di inviare costantemente i propri ingegneri in Cina per formare le aziende rivali di Lens sulle stesse tecniche di lavorazione del vetro. La mossa doveva impedire a Lens di alzare i prezzi, mantenendola sotto costante pressione, nel timore che Apple potesse affidare l’enorme mole di ordini per le generazioni successive dell’iPhone a un altro fornitore.
In questo percorso di collaborazione, Lens Technology ha anche ricevuto pesanti accuse, in particolare quella del 2020 di utilizzare il lavoro forzato in Xinjiang. Apple ha negato queste accuse, perché Lens Technology non è stata esclusa dalla lista dei fornitori, che ha criteri rigorosi.
L’immagine di Zhou Qunfei, oltre a essere un asset comunicativo per la Cina (la storia dell’imprenditrice che si è fatta da sola), conta perché al suo posto, al tavolo coi giganti della tecnologia statunitense, potevano esserci anche altre figure, altre storie imprenditoriali di fondatrici che operano nelle filiere tecnologiche e che si incrociano proprio con i “grandi uomini” degli Stati Uniti. Zhou Qunfei conta perché non è sola.
Per esempio, Tim Cook avrebbe potuto fare un’altra foto con Wang “Grace” Laichun, che ha iniziato la sua carriera come operaia di Foxconn per poi fondare Luxshare. Quest’azienda dapprima è a sua volta fornitrice del gigante taiwanese dell’elettronica e poi con Apple fa il grande salto: nel 2017 viene selezionata per la produzione degli AirPods e cresce progressivamente nella filiera del gigante di Cupertino. Qui vediamo l’imprenditrice cinese assieme a Cook, nelle frequenti visite del leader di Apple all’azienda. Luxshare è oggi un gigante dell’elettronica, con decine di miliardi di fatturato.
Oggi, la storia di Apple in Cina continua.
Attualmente, secondo le stime di Counterpoint Research e Nikkei Asia, più dell’80% dei 187 principali fornitori dell’azienda realizza i propri prodotti nelle fabbriche cinesi. Nonostante le pressioni legate alla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina e ai rischi evidenziati dalla pandemia abbiano spinto Apple a cercare – anzitutto retoricamente ma anche concretamente – di diversificare la supply chain in nazioni come l’India e il Vietnam, la Cina si conferma ancora oggi la base manifatturiera più efficiente del gigante di Cupertino a livello globale.
Le difficoltà logistiche, infrastrutturali e di equipaggiamento in India hanno per ora rallentato i piani di rapida espansione fuori dal territorio cinese nell’unico luogo che può offrire la stessa scala della Repubblica Popolare. Alla fine della sua stagione, si tratta di una conferma dell’infrastruttura di Cook, che lascerà il timone a John Ternus con ottimi risultati commerciali. Apple ha infatti vissuto una forte ripresa delle vendite in Cina, in particolare negli ultimi due trimestri, pur in un panorama ormai affollato di concrorrenti diretti cinesi.
È cruciale comprendere che aziende dal giro d’affari miliardario, a loro volta divenute nodi delle filiere, come Lens Technology e Luxshare, sono e saranno protagoniste anche della diversificazione produttiva dalla Cina.
Nel concreto, vuol dire che le realtà guidate da Zhou Qunfei e Wang Laichun sono e saranno presenti con strutture produttive in Vietnam, in Thailandia, in Messico, hanno acquisito e acquisiranno aziende in quei Paesi. Inoltre, formeranno la forza lavoro nel Sud-Est asiatico, in modo da mantenere un legame con l’ecosistema di Apple anche nei cambiamenti dalla Cina ad altre aree.
Giungiamo ora a un’altra storia di grande importanza.
Al posto di Zhou Qunfei, tra Cook e Musk, poteva esserci anche un’altra imprenditrice: Luo Weiwei di Innoscience. Per essere più precisi, poteva sedersi vicino a Jensen Huang. Vediamo perché.
Anche la storia di Luo Weiwei è stata diffusa da “South China Morning Post”, anche con card motivazionali, perché rappresenta un altro pilastro oltre a quello dell’ascesa sociale attraverso l’imprenditorialità innovativa: il ritorno degli scienziati in Cina dagli altri Paesi (in particolare gli Stati Uniti) per contribuire allo sviluppo del Paese.
Luo Weiwei, dopo quindici anni trascorsi alla NASA, ha infatti deciso di tornare in Cina per costruire fabbriche di semiconduttori. Era il 2015, l’anno in cui viene presentato il piano Made in China 2025: non poteva esserci progetto più importante.
La ricercatrice-imprenditrice, con un dottorato in matematica applicata dalla Massey University in Nuova Zelanda e un’esperienza nello sviluppo di tecnologie aerospaziali per conto del governo degli Stati Uniti, decise di puntare sul nitruro di gallio (GaN), considerato una nicchia promettente ma lontana dal mercato di massa. Da questa intuizione nacque InnoScience.
Il nitruro di gallio permette dispositivi di potenza più efficienti e compatti rispetto al silicio tradizionale: le sue applicazioni coprono i caricatori rapidi per smartphone, le stazioni base 5G, la propulsione per veicoli elettrici ma anche i sistemi militari e le infrastrutture dei data center per l’intelligenza artificiale.
Per l’importanza dell’elettronica di potenza in Europa, sia in termini di ricerca che di produzione, Innoscience ha stabilito una presenza in Belgio, vicino al centro di ricerca IMEC, fin dal 2022, ha siglato collaborazioni con l’azienda italofrancese STM mentre ha avuto una lunga battaglia legale con la tedesca Infineon. A fine 2024, la quotazione ha fornito capitali per lo sviluppo dell’azienda, che in precedenza ha ricevuto anche investimenti da Zeng Yuqun, il fondatore di CATL, leader mondiale delle batterie, e perfino da SK China, cioè la sussidiaria cinese del conglomerato coreano SK.
Con Innoscience, al tavolo siede anche, indirettamente, un elemento chimico: il gallio, che si è trovato nel 2025 al centro della guerra di restrizioni tra Pechino e Washington. Il Pentagono ha da tempo incluso il gallio nelle sue liste di tecnologie critiche, indicando il pericolo di dipendenza dalla Cina. Il gallio è ricavato principalmente come sottoprodotto della produzione industriale dell’alluminio della bauxite in alluminio nel processo Bayer, a cui seguono diverse lavorazioni per ottenere il materiale ad alta purezza necessario per i semiconduttori. Questo processo rende dipendente la disponibilità e la scalabilità del gallio dai volumi di raffinazione e lavorazione del metallo primario da cui è estratto. In questo secolo, con l’aumento della raffinazione di alluminio in Cina, c’è stata anche una politica specifica cinese per aggiungere agli impianti l’attrezzatura necessaria per estrarre il gallio, che ha messo fuori mercato i produttori non cinesi e ha generato una notevole concentrazione.
La Cina così domina sia la prima fase produttiva che i processi di lavorazione, con aziende come Chalco, Vital Materials, Nanjing Jinmei Gallium Co. Ltd. (quest’ultima fondata originariamente con capitali statunitensi).
Poiché questa filiera è cinese, i concorrenti occidentali di Innoscience, nonché i fornitori delle applicazioni militari occidentali del nitruro di gallio, ne sono dipendenti. Le aziende che producono nitruro di gallio negli Stati Uniti, come EPC (Efficient Power Conversion), Navitas Semiconductor, le divisioni GaN di Wolfspeed e dei gruppi acquisiti da Infineon e Renesas, sono da ultimo esposte a questa vulnerabilità a monte.
È anche questo il contesto in cui va letta la crescita dell’azienda della scienziata tornata dalla NASA, che non è costretta a preoccuparsi del prezzo del gallio né della sua disponibilità nel modo in cui lo sono i suoi concorrenti.
Veniamo ora al punto che abbiamo anticipato: Luo Weiwei poteva sedersi al tavolo del banchetto delle superpotenze vicino a Jensen Huang.
Perché? Perché nel 2025 Innoscience è entrata nella filiera di NVIDIA, come fornitore cinese all’interno dell’architettura a corrente continua a 800 volt (VDC) per i data center per l’intelligenza artificiale. L’azienda viene citata in modo esplicito, assieme agli attori che occupano in quel segmento, nei documenti di NVIDIA. Secondo Innoscience, i suoi dispositivi aumentano la densità di potenza dei server, riducono i componenti del sistema e abbattono in modo consistente i consumi.
L’immagine ufficiale di NVIDIA che vedete sopra, sui partner di settore dell’ecosistema elettrico per i data center, mostra il logo di Innoscience. Non finisce qui, perché ci sono anche altre aziende cinesi, come Lead Wealth (posseduta da BYD Electronics, quindi parte del gruppo fondato da Wang Chuanfu) e Megmeet.
In conclusione, dietro la foto della Grande Sala del Popolo non c’è solo l’imprenditoria femminile cinese, con la sua narrazione pervasiva. C’è anche una storia meno visibile, di filiere intrecciate, di ecosistemi, di fornitori diretti e indiretti, che continuerà a bussare alla porta della nostra epoca di capitalismo politico.
(Estratto da Capitalismo politico)







