Jensen balla a una festa dei suoi dipendenti a Taiwan, e la musica è l’inconfondibile “You Can Never Can Tell” del ballo di Mia Wallace (Uma Thurman) e Vincent Vega (John Travolta) in “Pulp Fiction”. Il leader di NVIDIA imita anche i gesti di Travolta.
La scena, divenuta virale, non è isolata, ma fa parte di una lunga sequela di episodi taiwanesi, culminati nel tradizionale discorso del 1° giugno, al Computex.
Appena arrivato prima del previsto all’aeroporto, Jensen si mette subito a distribuire bottigliette di Yakult ai giornalisti e ai fan che lo aspettavano in pista.
Sono seguite visite nei mercatini notturni, mais grigliato, tofu con Morris Chang preparato dalla moglie Sophie, frutta fresca, autografi nei bagni, pranzi e cene, birre, battute, chiacchiere con bambini, foto con cani e gatti, inaugurazioni, consegna delle chiavi della città da parte del sindaco di Taipei, apertura di bottiglie di Dom Perignon per i neoassunti.
Il 28 maggio si è tenuto il tradizionale appuntamento della cena con l’élite manifatturiera taiwanese, i “ragazzi di Taiwan”, presso il ristorante Brick Kiln.
Questo è solo un piccolo riassunto degli eventi perché gli episodi sono stati molti di più.
Un momento topico è stato quello di un’intervista fatta letteralmente al ristorante, in cui Jensen interagisce scherzando con i colleghi e le persone presenti, invitando i leader della tecnologia taiwanese a salutare perché sono in televisione.
Prima che il paffuto C.C. Wei di TSMC si alzi a salutare, l’intervista non può cominciare.
Alla fine dell’incontro, la giornalista commossa regala a Jensen una bottiglia di whisky taiwanese con un’incisione personalizzata e gli spiega di aver progettato il design utilizzando un agente di intelligenza artificiale per ritrarlo insieme a del tipico cibo di strada taiwanese e a un sacchetto di frutta.
Colpito e affascinato da questo dono, Jensen ringrazia ma decide di autografare la bottiglia per restituirla alla giornalista.
Questi episodi sono ormai parte integrante del personaggio Jensen, in una casistica che nel 2024 ho chiamato “Jensenmania” e che da Taiwan alla Cina, dal Vietnam alla Corea del Sud (dove tornerà tra qualche giorno), continua a caratterizzare il protagonista della filiera dell’intelligenza artificiale, il quale ovviamente sa di essere un personaggio e alimenta il suo mito.
Gli ingredienti principali del mito sono cinque:
- Famiglia
- Sport
- Soldi
- Sofferenza
- Cibo.
Vediamoli, uno dopo l’altro.
Per esempio, in questi giorni Jensen era a Taiwan con la sua famiglia: non solo la moglie Lori e i figli Spencer e Madison, ma anche i genitori e il fratello.
All’inizio del discorso del Computex, ha ringraziato i suoi genitori, cosa che fa quasi in qualunque occasione.
L’attaccamento alla sua famiglia è un valore con cui Jensen parla soprattutto ad alcune culture asiatiche, per cui i legami sono essenziali.
Il fatto che suo figlio Spencer, che prima di entrare in NVIDIA gestiva un bar a Taipei, si metta a portare acqua per rinfrescare la calca di persone che si apposta per celebrare il padre, è parte di questo schema, in cui il successo è importante, perché bisogna fare soldi, ma è altrettanto importante sapersi comportare in modo ammirevole.
Lo sport è un altro valore che rientra spesso nei discorsi di Jensen, anzitutto perché da ragazzino è stato uno sportivo, campione in erba di ping pong, e perché attribuisce alla routine quotidiana nel Kentucky di 100 push up e 100 sit up la sua disciplina nel contesto difficile in cui giunge da bambino negli Stati Uniti (nel libro che ho scritto con Virginia Volpi “Non è intelligente ma si applica” ovviamente una sezione si chiama “Cento flessioni al giorno).
Jensen non è Peter Thiel: non è che si allena per poi finanziare i giochi dei dopati.
Si allena per esprimere la dedizione e l’attenzione, per vantarsi del suo tatuaggio di NVIDIA sul braccio, per fare il figo dicendo (fino a qualche anno fa) che può sollevare i prodotti di NVIDIA perché sono pesanti ma non per lui.
Lo sport e l’allenamento insegnano un metodo di vivere il tempo, di stare al mondo e di stare con sé.
Il terzo tratto essenziale sono i soldi.
Jensen parla continuamente di soldi. Tra battute e serietà, si gasa elogiando le aziende con cui collabora misurando di quanto è cresciuto il loro titolo, abbraccia i partner ricordando quanti soldi stanno facendo. Nella sua “CEO Math” (l’espressione con cui identifica le sue previsioni di mercati aggredibili, il TAM) cita sempre cifre iperboliche.
Ci sono culture che hanno una certa ritrosia a parlare di denaro, o persone che hanno paura di dire quanto devono essere pagate. Il denaro nella tecnica comunicativa di Jensen è sempre presente, per parlare sul serio e stemperare: perfino quando descriveva qualche anno fa le innovazioni della litografia computazionale (poi divenute in gran parte realtà), ci teneva a specificare che bisogna fare grandi scommesse di ricerca del genere ma sempre stando attenti a fare soldi.
Quarto punto: la sofferenza.
Un celebre discorso agli studenti di Stanford ne ha fornito la rappresentazione più chiara, perché in esso diceva che non avrebbe mai potuto dare a loro, che erano privilegiati, il tratto più importante, e cioè “il dolore e la sofferenza” che forgiano il carattere.
Impegnarsi, partire da una posizione subordinata, soffrire, soffrire così tanto da dire “non so se, tornando indietro, rifarei NVIDIA”: questi sono messaggi essenziali che Jensen veicola nel suo “Eschilo nella Silicon Valley”.
Con lo stereotipo della sofferenza trasmette anche l’importanza dello studio e l’idea per cui, anche nel contesto attuale, non ci sono scorciatoie per chi si affaccia alla vita professionale.
L’elemento conclusivo, ovviamente, è il cibo.
Ci sono vagonate di immagini di Jensen che mangia, in una serie interminabile di tappe di street food e banchetti in cui si pesca dai piatti che stanno al centro, piatti che ruotano, e si scambiano, mentre si alza la voce a tavola tutti insieme, tanto che anche quando parlano i manager e gli imprenditori di Taiwan al ristorante c’è troppo casino per fare l’intervista, e lui la fa lo stesso apposta.
Sono momenti tipici di godimento del cibo all’interno delle culture asiatiche di cui Jensen vuole essere riconosciuto come simbolo.
Jensen non smette mai di parlare di cibo, non smette mai di mangiare, cerca di servire ai tavoli quando riesce, mangia in piedi, mangia seduto, annuncia che tra un po’ si mangerà. Quando va nei think tank di sicurezza nazionale di Washington, deve dire che i noodles al maiale piccante in Arizona ora sono fantastici, grazie alla presenza dei taiwanesi.
Quando va in Vietnam, lo aspetta lo street foood.
Quando va a Pechino nella visita di Trump, non deve farsi vedere mentre fa il banchetto ufficiale, perché quelle immagini devono essere soverchiate da lui che elogia il cibo cinese di strada.
Ha mangiato e servito pollo fritto in Corea del Sud e continuerà a farlo.
La “nonnina della frutta” di Taiwan, di cui ho parlato anche nel mio libro “La Cina ha vinto”, viene ormai ringraziata durante le conferenze tecnologiche.
Attraverso tutti questi tratti, avanza il mito di Jensen.
Certo, non è il primo leader aziendale a ballare.
Tuttavia, la costruzione del suo personaggio, e come il suo personaggio sembra aderire al modo con cui gli piace sul serio passare il tempo, l’ha reso un leader tecnologico con un profilo ormai diverso da quello di tanti altri. Difficile immaginarlo riempito di fischi, come Eric Schmidt, durante un discorso sull’intelligenza artificiale agli studenti universitari. Per ora, gli studenti della Carnegie Mellon University l’hanno ascoltato con attenzione, mentre ha detto di essere un immigrato come tanti di loro, e mentre ha ringraziato per l’ennesima volta i suoi genitori, pensando alla freschezza della frutta di Taiwan.







