Caro direttore,
il nostro paese da lungo tempo è afflitto da mali che toccano ogni aspetto della vita economica: dai salari bassi alla sostenibilità del debito pubblico, dalla capacità di attrarre investimenti stranieri alla fuga dei giovani all’estero. Sono fenomeni ormai noti anche ai sassi. Perfino a Giorgia Meloni e a Emanuele Orsini, che hanno parlato all’assemblea di Confindustria del 26 maggio scorso. Ne hanno parlato, però, soprattutto per attaccare l’Ue. Beninteso, quest’ultima porta sulle sue spalle il peso di numerose e gravi colpe (Mario Draghi docet), ma non può diventare un alibi per chi non riesce a fare i compiti a casa. Tanto più per chi ancora si ostina a difendere la regola dell’unanimità quando l’Ue deve adottare decisioni strategiche.
Provo a confortare queste osservazioni critiche con qualche dato. Tra il 2000 e il 2025 il pil pro- capite italiano è cresciuto di dieci punti percentuali in termini reali. Nello stesso periodo l’Eurozona è cresciuta mediamente di quaranta punti. Nel 2024 la produttività del lavoro italiana è scesa dell’1,9 per cento, il valore peggiore di tutta l’Unione. Come è potuto succedere?
Intanto ricordiamo che non sempre è stato così. Negli anni Sessanta la produttività totale dei fattori italiana viaggiava al 4,8 per cento all’anno, allineata o superiore alle altre grandi economie europee, e contribuiva in modo decisivo al miracolo economico. Quel motore si è inceppato gradualmente nei due decenni successivi, è arrivato a zero negli anni Novanta, è diventato negativo negli anni Duemila e ha addirittura sottratto crescita tra il 2008 e il 2013.
L’ultimo Rapporto Istat (dicembre 2025), relativo al periodo 1995-2024, mostra che la produttività del lavoro italiana è cresciuta in media dello 0,3 per cento all’anno per trent’anni, contro l’1,5 per cento della media dell’Unione europea, cinque volte tanto. Nell’ultimo decennio la forbice si allargata. più recente la distanza non si è chiusa. Tra il 2014 e il 2024 siamo rimasti fermi, mentre la Germania ha viaggiato a un più 0,9 per cento annuo, la Spagna a un più 0,5, la Ue a un più 1,1.
Nel quinquennio passato l’Italia ha aumentato l’occupazione e le ore lavorate più di tutti i partner europei, ma il valore aggiunto prodotto da ciascuna ora è cresciuto solo dell’1,6 per cento in cinque anni, contro il 3,8 per cento del quinquennio precedente, ed è perfino calato del 3,5 per cento cumulato tra il 2023 e il 2024. La produttività italiana del lavoro nel 2024 è pari al 68 per cento di quella tedesca e all’84 per cento della media dell’area euro. Detto altrimenti, un’ora di lavoro in Italia produce circa due terzi di quanto produce un’ora di lavoro in Germania. La differenza non sta nelle persone, ma nel sistema economico in cui quelle persone lavorano.
Allora il destino del nostro paese è la stagnazione economica? Ovviamente no. Dipende dalle scelte che si fanno e dai costi che si è disposti a sopportare. Qui torna la questione dei compiti che si possono e, quindi, si dovrebbero fare a casa.
Caro direttore, l’Italia rischia di rimanere intrappolata in quello che gli economisti chiamano un “equilibrio di basso livello”: un sistema stabile ma povero, dove produttività bassa genera salari bassi che scoraggiano gli investimenti necessari per aumentare la produttività. Uscirne richiederebbe cambiamenti simultanei su diversi fronti: apertura alla concorrenza dei mercati in cui spadroneggiano interessi corporativi, politiche industriali che favoriscano la crescita dimensionale delle imprese, investimenti in formazione e ricerca, semplificazione burocratica, infrastrutture moderne, un sistema fiscale che premi l’innovazione.
Sono problemi antichi che continuano a essere coperti dal silenzio di chi dovrebbe avere più interesse a denunciarli e a proporre soluzioni concrete e credibili. Vale per gli imprenditori, per chi governa e per chi si oppone.







