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Il drammatico sciopero di Samsung che rischia di paralizzare il mercato delle dram

Giovedì Samsung potrebbe essere paralizzata da uno sciopero dalla portata storica che rischia di riguardare 50mila lavoratori e protrarsi per più di due settimane. Il governo sta portando avanti trattative carsiche mentre una sentenza di un tribunale, accogliendo le istanze della dirigenza, getta nuova benzina sul fuoco

Si corre a Seul per scongiurare uno degli scioperi più importanti e imponenti che potrebbero colpire tra meno di 48 ore il colosso tecnologico sudcoreano Samsung. Pronti a imbracciare le braccia, fanno sapere i rappresentanti dei lavoratori, circa 50mila addetti. E l’astensione del lavoro rischierebbe pure di durare svariate settimane, circa 18 giorni, travolgendo il mercato dei chip in un momento in cui l’intero settore hi-tech fa già i conti con la crisi delle DRAM (nota anche come crisi delle RAM) che ha portato i prezzi a schizzare anche del 500%.

Secondo gli ultimi aggiornamenti della testata locale Yonhap Infomax, le due sigle sindacali maggiormente battagliere e il governo nel corso della notte avrebbero ridotto le distanze su alcuni punti, ma le trattative proseguono comunque spedite perché resta assai concreta la possibilità che il 21 maggio possa essere indetto lo sciopero.

COSA CHIEDONO I DIPENDENTI DI SAMSUNG

Nell’ultimo lustro le cedole di Samsung sono cresciute di oltre 240 punti percentuale e l’azienda ha macinato utili su utili ma i benefici – lamentano i rappresentanti dei lavoratori – sono andati esclusivamente ai top manager.

Per questo il sindacato chiede l’eliminazione della regola del tetto del 50% sul premio annuale rispetto agli stipendi e l’assegnazione del 15% dell’utile operativo annuo a un fondo condiviso dai lavoratori, con l’inserimento formale del meccanismo nei contratti.

Samsung avrebbe controproposto di destinare tra il 9% e il 10% dell’utile operativo annuo a un bonus solo nel caso in cui quest’anno il risultato superasse i 200.000 miliardi di won, mantenendo comunque il limite del 50% alla retribuzione variabile.

Una soluzione rigettata però dalle due sigle sindacali decise ad arrivare allo sciopero ricordando come ancora al 30 aprile Samsung abbia registrato ricavi consolidati pari a 133,9 trilioni di won, oltre 77 miliardi di euro, in crescita del 43% rispetto al trimestre precedente con l’utile operativo capace di raggiungere i 57,2 trilioni di won, sopra i 33 miliardi di euro al cambio, pari a +753% su base annua.

LA SENTENZA DELLA DISCORDIA

L’aspetto più paradossale dell’agitazione in vista riguarda il fatto che un tribunale, accogliendo la richiesta dei vertici di Samsung, abbia nel mentre ingiunto i lavoratori di presentarsi comunque al lavoro per non interrompere la produzione.

I giudici spiegano che, pur riconoscendo l’importanza del diritto allo sciopero, il Paese deve tutelare i propri asset strategici. Da qui la decisione di accogliere la richiesta di Samsung, che teme dai suoi clienti piazzati un po’ in tutto il mondo una grandinata di cause per i ritardi nella fornitura dei semiconduttori.

Così facendo, però, la replica dei lavoratori, si vuole anestetizzare la portata della protesta e soprattutto togliere ai sindacati la sola arma rimasta stante l’arenarsi delle trattative. Per questo numerosi osservatori temono che proprio la pronuncia del tribunale possa gettare ulteriore benzina sul fuoco.

I SINDACATI (E I LEADER DELLA PROTESTA) RISCHIANO MULTE ENORMI

Infatti i rappresentanti dei lavoratori si sono già detti pronti a sfidare anche il provvedimento giudiziario, nella consapevolezza di essere in prima linea nel caso Samsung dovesse chiedere alla giustizia di sanzionare i lavoratori che ignoreranno il provvedimento ottenuto.

Sui due principali sindacati pende la spada di Damocle di multe da 60mila euro per ogni giorno di sciopero, con la possibilità di comminare singole contravvenzioni, di importo persino maggiore, anche agli agitatori, a iniziare proprio dai leader sindacali.

L’OPZIONE CHE SOLLETICA IL GOVERNO

Il governo da parte sua pare inoltre tentato, nel caso in cui le parti non addivenissero a un accordo, ad avviare come extrema ratio un arbitrato così da congelare per almeno 30 giorni ogni possibile sciopero. La strada però resta insidiosa perché in quel caso l’azienda si rimetterebbe alla decisione di un soggetto terzo che potrebbe anche dare totalmente ragione ai sindacati.

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