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Non solo Banca del Mezzogiorno, ecco come la francese Credit Agricole coccola il Tesoro

Il gruppo francese Credit Agricole punta sulla Banca del Mezzogiorno (ex Pop Bari) di proprietà del Mef, cresce in Banco Bpm e partecipa mellifluamente al risiko creditizio italiano. Fatti e approfondimenti

 

Crédit Agricole entra nella partita per Banca del Mezzogiorno (ex Popolare di Bari) e si inserisce nel risiko bancario italiano. Da Parigi è arrivata una manifestazione d’interesse per l’istituto controllato dal Tesoro, un segnale che conferma come l’Italia resti terreno privilegiato per l’espansione della finanza francese. Sul tavolo non c’è solo una banca risanata e tornata in utile, ma un tassello strategico nel mosaico del credito nel Sud e, più in generale, negli equilibri europei del settore.

AGRICOLE PUNTA BDM, PARTITA APERTA

Secondo quanto riportato da MF, Crédit Agricole ha formalizzato il proprio interesse per Bdm, l’istituto salvato nel 2020 dal Mediocredito centrale con un intervento complessivo da 1,6 miliardi di euro sostenuto anche dal Fondo interbancario di tutela dei depositi. Oggi la banca è tornata in carreggiata: utile netto di 31,83 milioni nel 2025, in crescita del 42%, e una rete di circa 190 sportelli concentrata tra Puglia, Campania e Abruzzo. Proprio questa presenza territoriale nel Meridione rappresenta il vero valore industriale dell’istituto.

Il dossier è gestito dal Ministero dell’Economia, che controlla l’istituto attraverso Invitalia, e punta ora alla privatizzazione. L’obiettivo è valorizzare la banca barese intorno ai 600 milioni di euro, cifra in linea con il patrimonio netto ma giudicata da alcuni operatori ambiziosa, anche alla luce di una redditività ancora contenuta, con ROE attorno al 5,7%.

Non c’è solo il gruppo francese. In corsa ci sono anche Credem e il tandem Iccrea-Popolare di Puglia e Basilicata, mentre resta sullo sfondo l’incognita Unicredit, che potrebbe inserirsi più avanti. Le offerte vincolanti sono attese per maggio, con l’obiettivo di arrivare a una fase di esclusiva in autunno e chiudere l’operazione entro fine anno.

Sul dossier aleggia anche la possibilità di intervento del golden power, mentre da Bruxelles arrivano spinte opposte verso il consolidamento bancario europeo. Un equilibrio delicato tra apertura del mercato e tutela degli asset strategici.

Peraltro l’ex Banca Popolare di Bari, come riportato da Startmag , è tornata recentemente nelle cronache anche per il caso della squadra Fiore di Del Deo, elemento che ha riportato attenzione sull’istituto anche fuori dalle dinamiche strettamente finanziarie.

IL RISIKO ITALIANO E LA MOSSA FRANCESE

L’interesse per BdM si inserisce in una strategia più ampia. La presenza francese nel credito italiano non è nuova e ha già assunto dimensioni rilevanti. Bnp Paribas è storicamente uno dei principali operatori stranieri (il gruppo francese controlla Bnl), ma negli ultimi anni è soprattutto Crédit Agricole ad aver accelerato.

Il dossier chiave resta Banco Bpm. Il gruppo francese è oggi il primo azionista con una quota salita ancora, al 22,9%, con il via libera della Bce ad arrivare fino al 30%. Una crescita graduale, iniziata nel 2022 con circa il 5% e proseguita senza strappi, coerente con una strategia dichiarata di lungo periodo.

La presenza nel capitale si è tradotta anche in un peso crescente nella governance: quattro consiglieri nel cda e un ruolo sempre più incisivo nelle scelte industriali. Accanto alla continuità garantita da Giuseppe Castagna e Massimo Tononi (confermati ad e presidente), la componente francese si è rafforzata con figure di peso come Frédéric Marie de Courtois e l’ex ministro dell’Economia Domenico Siniscalco. Un segnale chiaro: non solo partecipazione finanziaria, ma presidio diretto delle leve decisionali.

Non è un dettaglio. Banco Bpm è uno snodo centrale nel risiko italiano. L’affermazione di Luigi Lovaglio nel cda di Mps e i rapporti con Piazza Meda alimentano le ipotesi di possibili aggregazioni, sia dirette sia all’interno di combinazioni più complesse.

Sul piano politico-industriale, si intrecciano anche le ipotesi di un terzo polo bancario, sostenute da una parte del mondo politico. Un progetto che vedrebbe proprio Banco Bpm e Mps come perni, con riflessi anche su Mediobanca e Generali.

In questo scenario si inserisce la strategia francese. Da un lato, una presenza azionaria forte; dall’altro, la possibilità – almeno teorica – di trasformarla in un presidio industriale diretto, anche attraverso eventuali scambi di asset. Un’ipotesi che circola negli ambienti finanziari e che conferma quanto Banco Bpm sia centrale nei piani di lungo periodo.

A chiarire l’impostazione riguardo a Bpm è stata Clotilde L’Angevin in un’intervista a Bloomberg Tv: Crédit Agricole vuole essere “un partner a lungo termine”, puntando alla creazione di valore e mantenendo un approccio costruttivo. Più in generale, “la nostra strategia in Italia è incentrata su Banco Bpm ma anche sulla crescita organica legata a Crédit Agricole Italia”.

LA COSTRUZIONE DELLA “SECONDA CASA” ITALIANA

L’Italia è ormai il secondo mercato domestico per Crédit Agricole. I numeri raccontano una presenza strutturale: circa 2,8 milioni di clienti, oltre 1.200 punti vendita e più di 12.500 dipendenti. Una piattaforma completa, che copre banca commerciale, credito al consumo, corporate, asset management e assicurazioni.

Negli ultimi dieci anni Crédit Agricole ha costruito in Italia una presenza sempre più strutturata. Il punto di svolta risale al 2017, con l’acquisizione delle casse di risparmio di Cesena, Rimini e San Miniato, che ha rafforzato il radicamento territoriale nel Centro-Nord. Un anno dopo è arrivato il rafforzamento nel wealth management con Banca Leonardo, poi integrata nella piattaforma Indosuez. Ma è nel 2021 che il gruppo compie il salto dimensionale più rilevante con l’opa sul Credito Valtellinese (Creval), operazione che consolida in modo significativo la presenza nel Nord Italia e amplia la base clienti.

Nel 2022 Crédit Agricole ha poi completato l’opa su FriulAdria, razionalizzando la struttura e rafforzando il controllo sulle banche del territorio. Parallelamente ha sviluppato partnership industriali, in particolare con Banco Bpm nel credito al consumo attraverso Agos, e ha investito con decisione nel comparto assicurativo e nel risparmio gestito.

Negli anni più recenti la strategia si è estesa anche al private equity e ai finanziamenti all’economia reale, con il lancio di fondi dedicati alle imprese italiane e un forte impegno nella transizione energetica. Sul piano commerciale, la crescita è stata sostenuta: centinaia di migliaia di nuovi clienti acquisiti ogni anno, oltre 100 miliardi di finanziamenti all’economia e un’espansione significativa nel wealth management.

I risultati accompagnano questa traiettoria. L’utile consolidato in Italia si è attestato tra gli 800 milioni negli ultimi esercizi, con un profilo di solidità elevato (CET1 intorno al 15,7%) e una redditività in costante miglioramento. Il piano strategico ACT 2028 punta ora a far salire il contributo dell’Italia fino al 20% dei risultati complessivi del gruppo.

In sintesi, più che una semplice presenza estera, quella di Crédit Agricole in Italia è diventata una vera piattaforma industriale integrata. Ed è su questa base che si innestano oggi le nuove mosse, da Banco Bpm al dossier Banca del Mezzogiorno.

I CONTI E LA REAZIONE DEL MERCATO

A livello consolidato, Crédit Agricole ha chiuso il primo trimestre con un utile netto di 2,1 miliardi, in crescita del 5,5%, e ricavi a 10 miliardi. Tuttavia, i risultati sono stati leggermente sotto le attese degli analisti e il titolo ha reagito male in Borsa, con un calo di circa il 6% a Parigi.

A pesare, come altre banche francesi, sono stati soprattutto l’aumento del costo del rischio, salito a 31 punti base con accantonamenti legati anche al conflitto con l’Iran e alle tensioni geopolitiche, oltreché una patrimonializzazione inferiore alle aspettative.

Nonostante ciò, il contributo italiano resta significativo, anche grazie ai 111 milioni derivanti dalla partecipazione in Banco Bpm.

LA SPINTA FRANCESE SULL’ITALIA

Il caso BdM è solo l’ultimo tassello di una presenza francese ormai strutturale nell’economia italiana. Secondo una ricerca Kpmg di novembre 2025 per il Corriere della Sera, negli ultimi 25 anni le aziende francesi hanno acquisito imprese italiane per 97 miliardi di euro attraverso 770 operazioni. Negli ultimi dieci anni i deal sono stati 555 per 38,4 miliardi.

Parigi è oggi il secondo investitore estero in Italia dopo gli Stati Uniti, ma il primo se si rapporta il peso degli investimenti al Pil. Una presenza diffusa, che va dalla finanza all’industria, dal lusso ai servizi.

In questo contesto Crédit Agricole rappresenta la punta avanzata nel settore bancario. E l’interesse per Banca del Mezzogiorno rafforza un disegno chiaro: consolidare il presidio territoriale, espandere la rete e giocare un ruolo da protagonista nel riassetto del credito italiano.

Il risiko è aperto. E la banque verte continua a muovere le sue pedine.

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