Nelle ultime oreThe Wall Street Journal, Reuters e il New York Times hanno riferito di una convocazione da parte del Pentagono delle principali Case automobilistiche americane per capire se, dato che gli sforzi bellici mediorientali potrebbero intensificarsi e il conflitto è ben lungi dall’essere finito, le loro catene di montaggio possano produrre componenti militari.
FORD E GENERAL MOTORS VETERANE MA MAI PIÙ ARRUOLATE
La notizia probabilmente avrà eco maggiore in patria che in Europa, dal momento che nel Vecchio continente l’impossibilità di fidarsi come un tempo degli Usa ha già portato i singoli governi a stringere patti analoghi: per esempio in Germania, dove Volkswagen arenate le trattative con la conterranea Rheinmetall, starebbe portando avanti la discussione con l’israeliana Rafael Advanced Defence Systems nella speranza peraltro di salvare l’impianto di Osnabrück che non ha alcun progetto industriale dopo la fine della produzione della T-Roc Cabriolet e ha comunque già avviato proprio in loco la costruzione di alcuni prototipi, o in Francia dove Renault s’è lasciata persuadere dal governo a collaborare con la connazionale Turgis Gaillard per la progettazione e la produzione di droni militari.
Negli Usa invece General Motors e Ford non venivano “richiamate al fronte” dalla Seconda Guerra mondiale, quando le loro linee furono riconvertite per la produzione di 4×4, furgoni, blindati e aerei militari. Adesso secondo le indiscrezioni di stampa il Dipartimento della Guerra, come l’ha ribattezzato Trump, non starebbe chiedendo loro di assemblare veicoli completi ma di dare una mano in diversi procedimenti (stampaggio, fusione e lavorazioni meccaniche) portando in dote know-how, macchinari e forza lavoro.
L’AMERICA NECESSITA DI RIEMPIRE GLI ARSENALI
Le elargizioni a favore di Kyev prima – con Joe Biden che avrebbe dato fondo alle scorte immaginando che il suo successore avrebbe invece chiuso i rubinetti – e la guerra in Iran poi avrebbero portato le riserve belliche statunitensi ben oltre i livelli di guardia. In altre parole, gli Usa potrebbero per la prima volta nella loro storia trovarsi sguarniti in caso di una nuova minaccia.
Lo rivelerebbe indirettamente pure l’ultimo ordine esecutivo firmato da Trump per potenziare la produzione di munizioni: la proposta di bilancio 2027 prevede di destinare 1.500 miliardi di dollari per la difesa, budget stellare che non si vedeva appunto dal secondo conflitto mondiale, quando però gli Stati Uniti facevano fronte a uno sforzo bellico quotidiano e senza precedenti. Per questo per molti analisti l’obiettivo non sarebbe tanto “usare” le nuove munizioni, quanto tornare ad avere i magazzini pieni.
CONVOCATI E DUBBI
Mettendo assieme tutte le indiscrezioni trapelate fin qua, il Pentagono avrebbe iniziato a sentire sia Ford, sia General Motors come pure Ge Aerospace – azienda aerospaziale sussidiaria della General Electric, e Oshkosh – produttore di veicoli speciali. Non siamo però più nella Seconda Guerra mondiale, quando autoblindi e vetture erano resistenti ma spartani: oggigiorno oltre alla scorza dura sono concentrati di tecnologia, quindi la riconversione sarebbe limitata solo a determinate fasi della produzione, teoricamente la lavorazione di metalli e carrozzerie, senza riguardare l’intero sviluppo di mezzi bellici. Perciò parlare di “riconversione” degli impianti in senso stretto sarebbe sbagliato.
In Europa la notizia è stata accolta con favore perché permette di dare respiro a stabilimenti che avevano il fiato corto, anche se gli analisti hanno già sottolineato che la produzione militare non potrà mai sostituirsi, dati i volumi estremamente ridotti, a quella civile. Negli Usa invece il risultato potrebbe essere opposto, sia perché le Case automobilistiche di Detroit e dintorni sono impegnate a rimettersi in pista dopo la sbandata sull’auto elettrica e non vogliono farsi superare dalle rivali cinesi, sia perché l’opinione pubblica – a iniziare dalla base Maga che fu essenziale per la rielezione di Trump – è ostile alle guerre che il presidente americano sta portando avanti in zone remote e questo nuovo clima belligerante si scontra fortemente con gli ideali dell’America First.







