È il leader europeo che tiene testa a Trump, gli dice “no” e ha unito gli europei nell’opposizione alla guerra contro l’Iran. Il capo del governo socialista spagnolo, Pedro Sánchez, è diventato il punto di riferimento delle forze progressiste nell’Unione europea. Ma Sánchez è anche un illusionista. Carismatico, affascina, incuriosisce o divide. Cavalca un’onda favorevole, ma resta in equilibrio precario.
La sua coalizione è un aggregato fragile, minato da scandali di corruzione. Sua moglie, Begoña Gómez – sotto inchiesta da parte di un giudice combattivo per presunto traffico d’influenza e appropriazione indebita – è diventata il suo tallone d’Achille. Sánchez ha valutato le dimissioni prima di riprendersi e tornare alla battaglia, deciso a vincere le elezioni legislative del 2027 grazie a un bilancio economico elogiato dal Fondo monetario internazionale.
Di ritorno da una visita ufficiale in Cina, Sánchez organizza questo fine settimana a Barcellona un incontro del movimento progressista globale. Tra i partecipanti figurano il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, il presidente colombiano Gustavo Petro, il presidente uruguaiano Yamandú Orsi, il presidente del Consiglio europeo António Costa e la vicepresidente della Commissione europea Teresa Ribera. Un vertice Sánchez-Lula precederà il forum.
L’iniziativa si inserisce nel contesto di quella che El País definisce la “lotta continua contro il trumpismo in tutte le sue forme”, incarnato tanto dal presidente americano quanto dai suoi alleati in Europa e in America Latina. L’obiettivo è organizzare le forze progressiste per contrastare l’ascesa dei partiti ultraconservatori, sempre più capaci di mettere da parte le divergenze e coordinarsi politicamente – come dimostra il gruppo dei Patrioti per l’Europa, di cui fa parte anche il partito di estrema destra spagnolo Vox.
Ma Sánchez guarda soprattutto alle elezioni in Andalusia del 17 maggio. Un tempo roccaforte socialista, la regione autonoma è governata dal 2022 dal Partido Popular (PP), che dispone della maggioranza assoluta. I sondaggi collocano il PSOE dietro al PP, prefigurando un possibile nuovo arretramento. Un risultato negativo aumenterebbe la pressione per indire elezioni generali anticipate. Juan Manuel Moreno, leader del PP andaluso, punta a rafforzare il proprio ruolo di figura di riferimento della destra nazionale. Intanto, si profila una lotta di successione per scalzare Alberto Núñez Feijóo, ritenuto incapace di portare il PP alla vittoria.
La politica interna è onnipresente. La Spagna ha la peculiarità di esportare le proprie tensioni politiche al Parlamento europeo e più in generale nelle istituzioni dell’Ue. Quasi tutte le decisioni di Sánchez sono legate a dinamiche interne. Lo slogan “No alla guerra” aveva già mobilitato la sinistra spagnola nel 2003, dopo l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti. Lo stesso riflesso si ritrova nel sostegno alle critiche contro il governo israeliano di Benjamin Netanyahu per la guerra totale a Gaza, con il rischio di riaccendere un antisemitismo latente. L’opposizione alle richieste di Donald Trump di aumentare la spesa per la difesa dal 2 al 5 per cento del Pil riflette una tradizione antimilitarista radicata nella storia politica del paese e nell’eredità del franchismo.
Sánchez conosce il suo elettorato. Queste posizioni mettono in difficoltà la destra spagnola e rafforzano la sua visibilità internazionale. Il Financial Timeslo ha definito “il nemico giurato di Trump in Europa”, sottolineando il contrasto con i leader che cercano di “lusingare la vanità” del presidente americano. Il Wall Street Journal gli ha dedicato la prima pagina, presentandolo come l’europeo capace di dire “no” a Trump.
Questo entusiasmo mediatico, tuttavia, trascura il disagio che le posizioni spagnole suscitano all’interno dell’Ue. Durante la visita in Cina, l’incontro con il presidente Xi Jinping ha permesso a Pechino di affermare che “la Spagna aderisce fermamente al principio di una sola Cina” – una formulazione che implica un sostegno all’integrazione di Taiwan nella Repubblica Popolare cinese
L’acuirsi dell’antagonismo tra Sánchez e Trump rischia inoltre di mettere sotto pressione la Nato, in un momento in cui gli Stati Uniti minacciano di riconsiderare il proprio impegno nell’Alleanza. La sua posizione ha attirato critiche severe da parte dei diplomatici europei presso la Nato, dove la Spagna è spesso considerata un “cattivo pagatore”. Anche il suo sostegno a un esercito europeo ha riacceso un dibattito divisivo che complica gli sforzi per rafforzare la difesa comune.
Il piano di regolarizzare quasi mezzo milione di migranti irregolari ha ulteriormente acceso le tensioni, andando contro il generale irrigidimento delle politiche migratorie e di asilo nell’Ue. L’eurodeputato conservatore francese François-Xavier Bellamy ha denunciato “una ricompensa massiccia per l’illegalità, senza alcun serio controllo di sicurezza sui profili che saranno ammessi a restare in Europa dopo averne violato le frontiere (…). Questo effetto calamita non è solo un rischio per la Spagna, ma per tutti i nostri paesi”.
Sánchez, dal canto suo, tira dritto. Continua a cavalcare un’onda sostenuta da buoni risultati economici. Ma, come sottolinea l’economista Lorenzo Bernaldo de Quirós, il presunto “miracolo economico” rivendicato dal governo poggia su basi fragili. Sebbene la crescita del Pil superi la media europea, il FMI la attribuisce soprattutto al turismo e alla spesa pubblica. Gli investimenti privati restano stagnanti e inferiori ai livelli precedenti al 2019. “Il FMI segnala al governo che i venti favorevoli si stanno esaurendo”, osserva Bernaldo de Quirós, “e che la Spagna ha bisogno di disciplina fiscale, mercati più liberi e minore pressione sul settore privato per garantire una crescita sana”.
Sánchez sfrutta queste percezioni favorevoli. Ma la sua posizione resta intrinsecamente instabile. Governa in minoranza con una coalizione eterogenea che include partiti regionali indipendentisti. Il ritiro del sostegno dei nazionalisti catalani di Junts, guidati da Carles Puigdemont, ha rafforzato l’immagine di un governo fragile, costretto a compromessi continui e impegnato in una lotta per la sopravvivenza politica in un clima sempre più polarizzato.
Anche la sua immagine personale risente degli scandali di corruzione che coinvolgono persone a lui vicine. Il viaggio in Cina è stato oscurato dalla notizia che il giudice incaricato dell’inchiesta sulla moglie ha chiesto il rinvio a giudizio per accuse come appropriazione indebita, traffico d’influenza, corruzione e contraffazione. Begoña Gómez è al tempo stesso una forza e una vulnerabilità, osserva El País. È stata una figura centrale nella carriera politica di Sánchez, “l’unica persona ad averlo accompagnato lungo un percorso che ha alimentato la leggenda della Fenice”.
Sánchez aveva preso in considerazione le dimissioni dopo l’incriminazione della moglie nell’aprile 2024. L’opposizione conservatrice sfrutta il caso per mettere in discussione l’integrità del governo, mentre il PSOE denuncia una strumentalizzazione della giustizia e un tentativo di destabilizzazione del premier. Se sua moglie dovesse essere condannata, la questione della successione si porrebbe inevitabilmente – anche se, per ora, resta ipotetica.
Pedro Sánchez ha spesso dimostrato di saper cogliere lo spirito del tempo. Oggi viene descritto da alleati come Iratxe García Pérez, leader dei socialisti al Parlamento europeo, come “un punto di riferimento globale del progressismo”. Ma una volta collocato su un tale piedistallo, la discesa può avvenire in un solo modo: con una caduta.
(Estratto dal Mattinale europeo)







