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India e Cina: un tango goffo e ancora incerto. Report Economist

Dopo gli scontri di confine del 2020-2021 che avevano congelato i rapporti, India e Cina stanno tentando un cauto riavvicinamento pragmatico. Ma il “tango tra drago ed elefante” resta goffo a causa della scarsa fiducia, degli investimenti bloccati, del grande deficit commerciale e delle divergenze strategiche sul trasferimento di tecnologia. L’approfondimento dell’Economist.

Dopo anni di forti tensioni seguite agli scontri di confine del 2020 e 2021, le relazioni tra India e Cina mostrano timidi segnali di disgelo.

La visita di Narendra Modi in Cina lo scorso anno, la ripresa dei voli diretti e l’incontro tra i ministri del Commercio lo scorso 27 marzo indicano una volontà di normalizzazione pragmatica.

Tuttavia, come sottolinea un recente approfondimento di The Economist, questo riavvicinamento procede in modo cauto e pieno di ostacoli, tra diffidenza reciproca, interessi divergenti e un contesto geopolitico complesso.

I primi segnali di normalizzazione

Meno di sei anni fa soldati indiani e cinesi si affrontavano con bastoni in scontri ad alta quota che hanno causato decine di vittime e congelato completamente i rapporti tra i due Paesi.

Oggi, a detta dell’Economist, la situazione sta cambiando, seppur lentamente. L’estate scorsa il premier indiano Narendra Modi ha effettuato la sua prima in Cina dopo quegli incidenti. A ottobre sono ripresi i voli diretti tra i due Paesi e il 27 marzo i ministri del Commercio, Piyush Goyal e Wang Wentao, si sono incontrati per discutere di scambi commerciali.
Si tratta di passi concreti che testimoniano un tentativo di uscire dal lungo periodo di stallo.

Le ragioni di un pragmatismo necessario

Diversi fattori spingono entrambi i giganti asiatici verso una normalizzazione. Da parte indiana, molte imprese manifatturiere dipendono ancora da componenti e competenze tecniche cinesi. A Delhi convivono voci da falco sulla sicurezza nazionale e imprenditori protezionisti, ma sta crescendo la consapevolezza che serve un approccio più pragmatico nei confronti della Cina, anche se l’obiettivo di lungo termine resta ridurre questa dipendenza.
Dall’altra parte, Pechino non ha interesse a favorire la crescita dell’India come rivale, ma neppure vuole gestire un vicino ostile mentre deve affrontare numerose altre sfide internazionali.
Lo scorso anno il vicepresidente cinese Han Zheng ha usato una metafora suggestiva, invitando i due Paesi a danzare un “tango tra drago ed elefante”, immagine insolita per descrivere relazioni armoniose e reciprocamente vantaggiose.

Un ballo ancora goffo

Nonostante questi segnali, il riavvicinamento procede con passo incerto. Un esempio chiaro riguarda gli investimenti cinesi in India.
Negli ultimi cinque anni le importazioni di beni cinesi sono continuate a crescere, mentre i flussi di capitali si sono quasi azzerati. La causa principale è stata una norma introdotta nel 2020 che concedeva alle autorità indiane ampia discrezionalità nel bloccare gli investimenti provenienti dalla Cina.
Il mese scorso il governo di Delhi ha annunciato due modifiche: le aziende con meno del 10% di proprietà beneficiaria cinese potranno evitare controlli particolarmente onerosi, e le decisioni relative a progetti in settori critici (come beni capitali, componenti elettronici e input per progetti solari) dovranno essere prese entro 60 giorni. Il governo spera che queste misure possano rilanciare gli investimenti esteri, e alcuni commentatori indiani le hanno definite un “cambio di strategia”.
Tuttavia, si tratta di un’apertura molto parziale.

Persistente mancanza di fiducia

Esperti come l’ex ambasciatore indiano a Pechino Shivshankar Menon fanno notare che le nuove norme lasciano ancora ampio spazio alla discrezionalità delle autorità e non è chiaro se gli investimenti precedentemente bloccati verranno ora approvati.
Le imprese cinesi più interessanti per l’India – quelle grandi con tecnologie all’avanguardia – potrebbero essere scoraggiate dal tetto del 10% di proprietà. Inoltre, secondo Santosh Pai, avvocato specializzato in operazioni cross-border, le regole sono formulate in modo vago e mancano definizioni chiare su termini come “beni capitali”.
A complicare il quadro c’è la profonda mancanza di fiducia accumulata negli anni. Molti dirigenti e funzionari indiani si sentono vittime di atteggiamenti prepotenti da parte cinese, ricordando episodi come il blocco delle esportazioni di fertilizzanti e macchine per lo scavo di gallerie o il richiamo di ingegneri cinesi impiegati negli stabilimenti indiani di assemblaggio di iPhone.
Anche gli investitori cinesi guardano con sospetto al mercato indiano dopo aver visto colleghi coinvolti in contenziosi fiscali. Casi emblematici sono il fallimento di un maxi progetto di BYD, il maggiore produttore cinese di veicoli elettrici, e la cessione della quota da parte di Ant Group in un’azienda indiana. Analisti cinesi si mostrano scettici sull’efficacia reale delle nuove misure.

Divergenze strategiche

Un altro ostacolo importante è che entrambi i Paesi vogliono dettare le condizioni del rapporto. Per l’India questo significa innanzitutto ridurre un deficit commerciale che supera i 100 miliardi di dollari all’anno.
Durante l’incontro con il ministro Wang, Piyush Goyal ha nuovamente chiesto maggiore accesso al mercato cinese per i prodotti farmaceutici indiani. Parallelamente, Delhi punta a ottenere investimenti che trasferiscano know-how cinese, soprattutto nel green tech.
La Cina, invece, potrebbe essere interessata ad aumentare la propria influenza in India, ma non intende cedere tecnologie avanzate. Lo studioso cinese Liu Zongyi avverte che le nuove regole indiane potrebbero facilitare l’acquisizione di tecnologia da parte di imprese locali per poi estromettere gli investitori cinesi.
Poiché le aziende cinesi hanno alternative di investimento in altre parti del mondo, gran parte dell’onere di superare queste tensioni ricade sull’India. Tuttavia, Delhi sembra ancora incerta su come procedere, forse anche perché continua a comprendere solo parzialmente il proprio grande vicino.

Le prospettive future

Le recenti mosse americane rendono questo scenario ancora più complesso secondo l’Economist.
La visita di Modi in Cina è avvenuta poche settimane dopo l’imposizione da parte di Trump di tariffe molto elevate sulle merci indiane. La guerra in Iran e il conseguente shock energetico hanno inoltre rafforzato i dubbi indiani sull’affidabilità degli Stati Uniti come partner, rendendo più urgente per l’India diversificare le proprie fonti di approvvigionamento energetico.
Alcuni osservatori a Delhi considerano le aperture di marzo come un primo passo in questa direzione. Resta però chiaro che il “tango goffo” tra India e Cina continuerà ancora a lungo, tra pragmatismo necessario e diffidenze radicate.
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