Giorgia Meloni, dopo il referendum, potrebbe intraprendere la “politica del fare” come exit strategy, usando l’anno a disposizione prima del voto per aggiustare le non poche cose che lo richiedono. Una delle urgenze riguarda senz’altro industria e produttività, ci sono poi l’Emilia Romagna dove pare siano partiti solo 17 cantieri della ricostruzione su 216, la Rai dove la governance dev’essere definita da tempo… L’agenda non manca certo.
A destra le difficoltà ci sono, anche se stando ai sondaggi FDI calerebbe a vantaggio non degli avversari ma degli alleati, incrinando così una condizione della stabilità di governo, lo strapotere meloniano. Una tracimazione di consenso peraltro curiosa, considerando che le leadership di FI e Lega sono ben più deboli. Resta però, unica certezza, l’evidentemente provvisorio interim della premier al Turismo: se si attende a metterci mano è per scegliere un ministro valido e non scontentare Quirinale né partner di maggioranza, ma forse anche per valutare se cambiare qualche altro pezzo, assieme a Santanchè e sottosegretari. Nel cui caso, per le suddette ragioni, Adolfo Urso sarebbe il primo indiziato.
E’ auspicabile che sia esca dall’attuale logomachia che, in apertura di Settimana Santa, si conferma con l’angosciante profluvio di commenti da politici e giornalisti, due categorie che nei momenti in cui si aspettano notizie danno libero sfogo a fantasia, scenari e retroscena. E dire che dai tempi del Cavaliere almeno si auspica una politica del “fare” in luogo di quella degli annunci governativi e delle speculari minacce dei gufi.
Per quanto riguarda le chiacchiere, comunque, sulla legge elettorale Meloni potrebbe trovare un’intesa con il PD concedendole un premio di maggioranza minore: secondo qualcuno assecondare la riforma del centrodestra sarebbe suicida per ma l’ipotesi si avvalora per la questione primarie, su cui Schlein sarebbe in difficoltà rispetto a Conte e Salis. Il campo largo non ha stabilito come scegliere il leader anti Meloni, condizione ineludibile per andare al voto, e forse anche per queste incertezze la maggioranza, nonostante la batosta subita, risulta ancora in vantaggio sul campo largo. Questo sempre stando ai sondaggi, che certo non valgono come voti, ma la stessa avvertenza vale per i referendum.
Il nome di Ilaria Salis è importante, dopo l’accertamento di polizia prima della manifestazione No Kings, le richieste tedesche sull’europarlamentare per un’indagine sulla Hammerbande e il suo assistente pregiudicato sul quale Giovanni Donzelli ha annunciato un’interrogazione. Difficoltà che si convertono in popolarità e potrebbero renderla ancor più preziosa per intercettare i giovani manifestanti e protestatari trasformandole in consenso. Intanto la premier plaude per il fermo di 91 anarchici che volevano omaggiare i due compagni morti durante il confezionamento di una bomba, da piazzare non è ancora chiaro dove. Meloni insiste sul coté poliziottesco: personalmente non ci entusiasma ma probabilmente raccoglie qualche consenso senile e reazionario.
Al centro, intanto, nostalgia, convention democristiane, rimpianto della Balena bianca, eccetera. Persino Claudio Mancini fa il nostalgico del proporzionale, in un’intervista in cui lo perculano dandogli dell’“astronomo” (anzi, se lo dice da solo). A proposito del “si stava meglio”, assieme alla battaglia elettorale c’è quella per il Quirinale dove i progressisti non possono nemmeno pensare di perdere il controllo e pare cerchino di piazzare uno tra Franceschini, Amato, Monti o Riccardi di Sant’Egidio. Campo largo in scalata al Colle.







