Nemmeno le auto cinesi che, nella prima fase dell’espansione fulminea che oggi le porta a invadere i mercati occidentali, sono state sospinte da soldi pubblici come se piovesse e hanno vissuto in pieno la sbornia di un mercato, quello interno, dalla crescita annua con percentuali a tripla cifra, sono immuni alla feroce guerra dei prezzi scoppiata in Cina e già esportata pure qua in Europa. Lo dimostrano ancora una volta (è infatti attenzionata da parecchio e il fatto che Warren Buffet pochi mesi fa abbia scelto di disinvestire dopo 15 anni ha acceso una vistosa spia d’allarme sul cruscotto) i conti di Byd, marchio asiatico che finora aveva fatto notizia per essere riuscita a produrre e immatricolare più auto elettriche di Tesla. Quella corsa all’impazzata ha però avuto un costo e stremato i bilanci.
I NUMERI DI BYD NON SORRIDONO PIÙ
L’utile netto del colosso di Shenzhen negli ultimi tre mesi dell’anno si è attestato a 9,3 miliardi di yuan (circa 1,3 miliardi di dollari), segnando un crollo del 38% rispetto allo stesso periodo del 2025. Del tutto disattese pertanto le stime degli analisti che, per quanto in diminuzione, scommettevano sul fatto che Byd potesse raggiungere almeno quota 10,5 miliardi.
IL DARWINISMO DELL’AUTOMOTIVE NON FA SCONTI
Parallelamente i ricavi hanno subito una flessione del 14%, scendendo a 237,7 miliardi di yuan. Sono insomma ormai in bella evidenza i risultati della guerra dei prezzi scoppiata come si ricordava nel mercato domestico, dove oltre 130 marchi (nati anch’essi grazie ai massicci finanziamenti pubblici) si contendono un mercato che secondo gli addetti ai lavori ne può contenere al più una dozzina.
Riecheggiano cupe le parole di Stella Li, vicepresidente esecutivo di Byd, pronunciate a margine del Salone dell’auto di Monaco quando dichiarò che in Cina sarà inevitabile che «alcuni costruttori saranno estromessi». «Persino 20 case sono troppe» aveva poi detto la top manager asiatica al Financial times, lasciando intendere che, al pari degli altri grandi Paesi, anche la Cina resterà con un numero ristretto di “big” del comparto.
Ma soprattutto questi numeri trimestrali sono le prime evidenze della costante e sempre più marcata erosione dei margini operativi che ha stressato i conti nella speranza di mantenere alti i volumi della produzione. Il problema per la Casa di Shenzen (e non solo, dato l’alto numero di rivali conterranee nella medesima situazione), però, è che ormai il mercato locale è oramai saturo: Byd ha visto crollare la sua quota in Cina dal 27% al 17%, un rallentamento nelle vendite che ha portato al primo posto la diretta concorrente, Geely Automobile.
BYD NON HA IMPARATO LA LEZIONE
Per non inchiodare ulteriormente, Byd sta accelerando l’espansione internazionale: i ricavi dalle esportazioni sono cresciuti del 40% e la Casa cinese s’è data l’obiettivo di vendere 1,3 milioni di vetture al di fuori dalla Cina nel 2026. Principalmente in Europa e in Sud America, dal momento che gli Usa si sono di fatto chiusi a riccio nei riguardi delle auto hi-tech di Pechino e dintorni evocando, fin dai tempi della passata amministrazione Biden, motivi di sicurezza nazionale (la tesi è che i loro sensori di assistenza alla guida raccoglierebbero dati inviati in Patria che non si sa per quali scopi vengano utilizzati).
Ma Byd, se si osservano le sue mosse più recenti, pare replicare anche in Occidente il medesimo schema aggressivo che in Cina ha fatto sbarellare i suoi conti. Scrive la testata di settore Quattroruote: “In Germania, l’azienda di Shenzhen vende ora la Atto 2 Boost a 22.990 euro, invece di 38.990, per un taglio totale di 16.000 euro: di questi, 11.500 euro sono la sforbiciata del 29% applicata dal costruttore rispetto al listino, più 4.500 euro di incentivi statali, per un calo complessivo del 41%.”
IL RISCHIO PER I MARCHI EUROPEI
Nessun costruttore occidentale oggi come oggi riuscirebbe a porre in essere politiche di prezzi tanto competitive. E il perché siano riservate alla Germania è presto detto: nel Paese “si registra infatti un quinto delle vendite di auto in Europa. Da lì, poi, le Case del Dragone puntano a ramificarsi nel resto del Vecchio Continente”.
Un colpo al motore delle Case automobilistiche tedesche che da Volkswagen a Mercedes fino a Porsche vivono un periodo particolarmente difficile. Ma anche una strategia che sul lungo periodo non premia, come dimostrano proprio gli odierni conti di Byd. E anche qui a breve il colosso cinese dovrà presto vedersela contro le sue “sorelline” asiatiche (a iniziare sempre da Geely) che si spingono in Europa mosse dalla medesima fame, atavica e incessante, di nuove utenti. Ma soprattutto in una simile guerra senza quartiere che ne sarà dei marchi autoctoni?







