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Quanto sono indispensabili (in numeri) le Big Pharma Usa per l’Italia?

Con 9,2 miliardi di euro di valore della produzione e 176,5 milioni investiti in ricerca clinica, le aziende farmaceutiche statunitensi realizzano quasi la metà degli studi sponsorizzati in Italia e sostengono un impatto occupazionale totale di 22.600 addetti, ma cosa manca al nostro Paese per essere ancora più attrattivo? Fatti, numeri e commenti

 

Non è solo una mappatura dell’impegno scientifico, ma una visione strategica per il futuro del settore quella emersa dalla presentazione del rapporto Luiss-AmCham, cuore del dibattito sul contributo delle realtà farmaceutiche statunitensi in Italia, che si è tenuta oggi a Roma nel corso dell’evento “Il contributo delle aziende farmaceutiche americane in Italia. Quale strategia per consolidare la leadership italiana nell’innovazione farmaceutica”, organizzato con il patrocinio del ministero delle Imprese e del Made in Italy.

Il documento, frutto del supporto non condizionante di attori globali del calibro di Abbvie, Bristol Myers Squibb, Gilead, Vertex, Incyte, Johnson&Johnson, Eli Lilly e Pfizer, si addentra nelle pieghe di una presenza industriale capace di incidere profondamente sugli ecosistemi innovativi nazionali, interrogandosi simultaneamente sulle riforme necessarie per trasformare tale potenziale in una leadership italiana strutturale e permanente nell’innovazione terapeutica.

QUANTO VALE IL SETTORE PHARMA USA PER L’ITALIA

Secondo i numeri forniti dal rapporto, nel 2024 le aziende farmaceutiche a capitale statunitense operanti in Italia hanno generato un valore della produzione superiore ai 9,2 miliardi di euro, un dato in crescita di quasi il 25% rispetto al 2015.

Il sottosegretario al ministero della Salute, Marcello Gemmato, presente all’evento, ha sottolineato a riguardo la necessità di “garantire continuità tra istituzioni e sistema produttivo, in particolare nel settore farmaceutico, che rappresenta uno dei pilastri dell’economia italiana”.

L’occupazione complessiva di queste imprese, riferisce lo studio, ha raggiunto circa 11.400 addetti, con una quota sul totale del settore farmaceutico italiano pari al 16%.

L’impatto economico complessivo sul valore aggiunto nazionale, considerando gli effetti diretti, indiretti e indotti, è stimato in circa 6,3 miliardi di euro.

In termini occupazionali, l’effetto moltiplicatore totale di queste aziende è pari a 3,2, generando un impatto complessivo stimato in circa 22.600 addetti nel sistema economico nazionale.

INVESTIMENTI NELLA RICERCA CLINICA E RISULTATI SCIENTIFICI

L’impegno finanziario nella ricerca clinica riferito al 2024 ammonta a un valore complessivo di 176,5 milioni di euro. Matteo Caroli, professore ordinario di Economia e Gestione delle Imprese Internazionali alla Luiss, ha evidenziato che “gli investimenti in ricerca clinica in Italia hanno raggiunto quasi 180 milioni di euro”.

Circa l’83% di tali investimenti è destinato ai progetti relativi alle fasi I, II e III della sperimentazione, mentre il restante 17% è dedicato alla real world evidence e agli studi osservazionali.

Le imprese americane mantengono una posizione di preminenza nel settore, avendo realizzato il 49,4% del totale degli studi clinici sponsorizzati in corso in Italia nel 2023. Parallelamente a questo sforzo economico, le aziende hanno attivato oltre 1.000 accordi strategici con organismi scientifici italiani per lo svolgimento di progetti di ricerca. In termini di output innovativo, tra il 2022 e il 2024 sono stati introdotti sul mercato 17 farmaci considerati migliorativi delle terapie esistenti o innovativi in senso lato.

LUCI E OMBRE SULL’ATTRATTIVITÀ DELL’ITALIA

La percezione dell’attrattività dell’Italia da parte dei gruppi statunitensi evidenzia una situazione di dualismo tra eccellenze e criticità. Se il 57% del campione attribuisce al Paese un’attrattività alta o molto alta per le attività produttive, la valutazione scende per quanto riguarda l’attività di ricerca, dove il 71% delle imprese esprime un giudizio intermedio o negativo. Un esempio pratico lo ha fornito Elena Murelli, membro della Commissione Affari Sociali del Senato, la quale ha osservato che “leggi che cambiano in corso d’opera o che vengono applicate retroattivamente rischiano di compromettere la fiducia degli investitori”.

Ma il limite considerato più rilevante, afferma il rapporto, è rappresentato dalla ridondanza regolatoria e dall’eccessiva burocrazia, che generano forti inefficienze nell’organizzazione e nell’avvio degli studi. Inoltre, il meccanismo del payback è indicato dalla totalità delle imprese come un fattore di forte incertezza che ostacola la programmazione degli investimenti a lungo termine.

STRATEGIE PER IL CONSOLIDAMENTO DELLA LEADERSHIP NELL’INNOVAZIONE

Per rafforzare la leadership italiana nell’innovazione farmaceutica è considerata necessaria l’adozione di una strategia organica e coordinata su regolazione, infrastrutture e competenze. Claudia Biffoli, dirigente del ministero delle Imprese e del Made in Italy, ha sottolineato come aumentare l’attrattività sia “una sfida complessa, che richiede soprattutto un forte coordinamento a livello nazionale”.

Tale strategia deve favorire la semplificazione normativa e la certezza dei tempi per ridurre il periodo necessario all’autorizzazione degli studi clinici. Risulta inoltre prioritario migliorare le condizioni di accesso dei farmaci ai pazienti, considerando che in Italia i tempi medi di disponibilità sul mercato si attestano intorno ai 429 giorni.

Infine, l’introduzione di sistemi incentivanti fiscali mirati per le prime fasi delle sperimentazioni cliniche e il potenziamento del trasferimento tecnologico tra accademia e industria rappresentano ulteriori leve fondamentali per la competitività del sistema.

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