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Chi soffrirà di più per lo stop della Cina alle esportazioni di carburanti e fertilizzanti?

Per tutelare i propri agricoltori, la Cina non ha vietato solo le esportazioni di carburanti, ma anche di fertilizzanti. Pechino è molto esposta alla crisi nel golfo Persico perché gran parte delle sue forniture di petrolio e zolfo passano per lo stretto di Hormuz.

La crisi nel golfo Persico ha spinto la settimana scorsa la Cina – il paese che importa più petrolio al mondo, peraltro fortemente dipendente dalle forniture che passano per lo stretto di Hormuz – a vietare le esportazioni di carburanti almeno fino alla fine di marzo. E non solo: oltre al gasolio, al cherosene e al jet fuel, cioè il combustibile per gli aerei, pare che Pechino abbia fermato anche le vendite all’estero di fertilizzanti. La decisione non è stata comunicata ufficialmente: ne ha scritto però il Financial Times, che ha parlato con diverse fonti.

I CONTROLLI COMMERCIALI DELLA CINA SU FERTILIZZANTI E CARBURANTI

Questi controlli commerciali potrebbero avere un impatto notevole sui mercati, sia per quanto riguarda i prezzi che le forniture fisiche, perché la Cina è la seconda maggiore esportatrice di fertilizzanti al mondo (dopo la Russia) e la sesta di jet fuel. Fino a quando la guerra all’Iran non terminerà e non verrà ripristinata la piena libertà di navigazione nello stretto di Hormuz, però, è probabile che Pechino manterrà in patria carburanti e fertilizzanti in modo da garantire ai suoi produttori agricoli le risorse di cui hanno bisogno a prezzi contenuti.

LA DIPENDENZA CINESE DALLO STRETTO DI HORMUZ

La Cina, si diceva, è parecchio esposta alla crisi nel golfo Persico perché il 40 per cento delle sue importazioni petrolifere passano per lo stretto di Hormuz e all’incirca il 30 per cento delle sue importazioni di gas liquefatto arrivano dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti.

Mercoledì l’Iran ha colpito di nuovo il complesso di Ras Laffan, in Qatar, una struttura rilevantissima perché ospita il più grande impianto di esportazione di gas liquefatto al mondo, che vale un quinto dell’offerta globale di questo combustibile. Nel 2025 la maggiore acquirente di gas liquefatto qatariota è stata propria la Cina, con oltre 19,5 milioni di tonnellate.

Pechino, inoltre, dipende dallo stretto di Hormuz per le forniture di zolfo, una materia prima per i fertilizzanti e per i solfati.

LE CONSEGUENZE SU INDIA, AUSTRALIA E VIETNAM

I paesi che potrebbero accusare di più l’impatto dei divieti cinesi all’esportazione di fertilizzanti e carburanti sono l’India, il Vietnam e l’Australia.

L’India, un massiccio produttore agricolo, dipende dalla Cina per il 10 per cento delle sue forniture di fertilizzanti. Il Vietnam importa dall’estero quasi il 70 per cento del suo fabbisogno di jet fuel, e il 60 per cento delle sue importazioni provengono dalla Cina e dalla Thailandia: la crescita dei prezzi del carburante ha già causato un aumento del 70 per cento dei costi operativi delle compagnie aeree vietnamite.

Anche l’Australia – un’enorme esportatrice di minerale ferroso, carbone e gas liquefatto – dipende dalla Cina per un terzo del jet fuel che consuma, acquistando anche grandi volumi di gasolio cinese. In l’Australia gli spostamenti interni avvengono in larga parte per via aerea, mentre la distribuzione di cibo e merci si basa sul gasolio. Rincari o carenze di carburanti, dunque, potrebbero  provocare un aumento dell’inflazione e, di conseguenza, intaccare la crescita economica: il Financial Times ha scritto che alcune società minerarie di piccole dimensioni hanno ridotto le attività esplorative a causa dell’aumento dei costi di trasporto dei lavoratori verso località remote.

ANCHE THAILANDIA E COREA LIMITANO LE ESPORTAZIONI

Peraltro, anche la Thailandia ha vietato gran parte delle esportazioni di carburanti, mentre la Corea del sud ha messo un limite alle vendite all’estero.

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