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Chi perde negli Stati Uniti con la guerra del Golfo

I dirigenti delle più grandi compagnie petrolifere degli Stati Uniti (Exxon, Chevron e ConocoPhillips) si sono lamentati con la Casa Bianca della guerra all'Iran, che sta facendo salire i prezzi del greggio e dei carburanti. Trump aveva promesso di abbassare il costo della vita, ma la benzina è ai massimi da due anni e la fiducia dei consumatori cala.

I dirigenti di alcune delle principali compagnie petrolifere statunitensi hanno avvertito l’amministrazione del presidente Donald Trump che la crisi dei prezzi dell’energia provocata dalla guerra con l’Iran potrebbe aggravarsi ulteriormente.

LA GUERRA IN IRAN VS LE ELEZIONI DI METÀ MANDATO

Pur non essendo esposti al rischio di un’interruzione delle forniture di combustibili fossili, essendone i maggiori produttori al mondo, gli Stati Uniti sono comunque toccati dalla crescita dei prezzi internazionali del greggio, che si ripercuote su quelli dei carburanti ed infine sull’intera economia. L’abbassamento del costo della vita è stata una delle promesse principali di Trump, che deve tenerne conto in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.

In sostanza, la politica estera di Trump sta entrando in conflitto con la sua politica interna, dato che il prezzo del West Texas Intermediate (il contratto petrolifero di riferimento per il mercato americano) ha superato i 100 dollari al barile, mentre quello del Brent (il benchmark europeo) è a 105,8 dollari: dall’inizio di marzo questi due contratti hanno guadagnato oltre il 40 per cento, raggiungendo i valori massimi dal 2022, l’anno dell’invasione russa dell’Ucraina.

LA RIVELAZIONE DEL WALL STREET JOURNAL

Come rivelato dal Wall Street Journal, la settimana scorsa gli amministratori delegati di ExxonMobil, Chevron e ConocoPhillips si sono riuniti con diversi funzionari della Casa Bianca, tra cui il segretario dell’Energia Chris Wright e il segretario degli Interni Doug Burgum, per sottolineare che il blocco pressoché totale dello stretto di Hormuz continuerà ad alimentare la volatilità sui mercati dei combustibili fossili, spingendo in alto i prezzi del greggio, riducendo i margini di profitto delle raffinerie e – nella peggiore delle ipotesi – limitando la disponibilità di materia prima per questi impianti.

IL TEMA DELLA RAFFINAZIONE

Come detto, gli Stati Uniti sono i maggiori produttori di petrolio del pianeta. Tuttavia, gran parte delle raffinerie presenti sul loro territorio sono state costruite in un periodo storico precedente alla cosiddetta shale revolution della seconda metà degli anni Duemila, quando cioè il paese era ancora molto dipendente dalle importazioni petrolifere. Di conseguenza, questi stabilimenti sono stati pensati per processare varietà di greggio “pesanti” e viscose, dalle caratteristiche molto diverse rispetto allo shale oil – si chiama così il petrolio estratto dalle rocce di scisto -, che è “leggero”.

Non è un caso che la settimana scorsa Trump abbia annunciato con una certa enfasi l’apertura imminente della prima nuova raffineria di petrolio negli Stati Uniti da cinquant’anni: sorgerà in Texas, a Brownsville, avrà una capacità di lavorazione di 160.000 barili al giorno e sarà progettata per lavorare lo shale oil. Disporre di un’elevata capacità di raffinazione è fondamentale per esercitare influenza sul mercato petrolifero: i consumatori, del resto, non utilizzano il greggio ma i suoi derivati, come il gasolio e la benzina.

QUANTO COSTA LA BENZINA NEGLI STATI UNITI

A proposito di benzina, i prezzi negli Stati Uniti sono ai massimi da circa due anni. Secondo la American Automobile Association, il costo medio di un gallone di benzina è di 3,63 dollari, mai così alto dal maggio del 2024. Se cresce il prezzo del carburante cresce anche quello dei trasporti e, di conseguenza, delle merci: esattamente il contrario di quello che vorrebbe l’amministrazione Trump.

COSA DICONO EXXONMOBIL, CHEVRON E CONOCOPHILLIPS

L’amministratore delegato di ExxonMobil, Darren Woods, ha detto alla Casa Bianca che i prezzi del greggio potrebbero salire ulteriormente con la minore circolazione di barili sul mercato. Mentre i capi di Chevron e di ConocoPhillips, Mike Wirth e Ryan Lance, si sono detti preoccupati per la portata della crisi.

COSA STA FACENDO L’AMMINISTRAZIONE TRUMP

L’amministrazione Trump ha elaborato una serie di misure per favorire l’abbassamento dei prezzi del petrolio, tra cui l’emissione di una licenza (temporanea) di acquisto di idrocarburi russi e il rilascio di centinaia di milioni di barili dalla riserva strategica. Perché la crisi possa rientrare davvero, però, è necessario che lo stretto di Hormuz venga “sbloccato” in tempi brevi: gli Stati Uniti e Israele, dunque, dovranno concludere in fretta la loro guerra all’Iran, che sta attaccando le navi che attraversano questo braccio d’acqua. Ma nessuna delle parti coinvolte sembra aperta al compromesso.

COSA PENSANO I CONSUMATORI AMERICANI

Intanto, il rincaro della benzina ha contribuito a far calare la fiducia dei consumatori americani (in gergo si dice sentiment) al minimo da tre mesi: l’indice preliminare del sentiment per marzo elaborato dall’Università del Michigan è sceso infatti a 55.5 punti, rispetto ai 56.6 di febbraio.

Ad aggravare il quadro contribuiscono i dati sull’occupazione: le ultime elaborazioni del Bureau of Labor Statistics (un’agenzia governativa) dicono che a gennaio sono aumentate le offerte di lavoro e sono diminuiti i licenziamenti, ma il tasso di assunzioni è rimasto invariato.

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