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Perché tra Amodei e il Pentagono il caso non è chiuso

Le ultime tensioni fra Anthropic e Pentagono analizzate da Alessandro Aresu

L’escalation tra Anthropic e il Pentagono ha caratterizzato sempre più gli ultimi giorni, tra minacce, risposte impulsive, controrisposte. L’importanza della situazione è stata certificata anche dalle scuse che Dario Amodei, in un’intervista a “The Economist”, ha fatto per un memo interno trapelato alla stampa attraverso il sito specializzato “The Information”, in cui Amodei accusava l’amministrazione Trump di voler punire l’azienda per non aver elargito denaro ed elogi in stile dittatoriale al presidente, schernendo anche i dipendenti della rivale OpenAI.

Questo passaggio comunicativo evidenzia un tratto della vicenda: l’impulsività estrema dei vari attori coinvolti. Lo stesso Amodei ha confessato che il suo messaggio sulla piattaforma aziendale è stato scritto in un momento di profondo disorientamento, in seguito a una sequenza vertiginosa di eventi, tra cui il tweet di insulti di Donald Trump. Anche l’annuncio di Sam Altman sull’accordo raggiunto col Pentagono ha avuto una dimensione impulsiva, perché la volontà di sostituire Anthropic in quel momento non ha considerato gli effetti sulla reputazione di OpenAI, tanto per le reazioni dei dipendenti dell’azienda, quanto per quelle dei consumatori.

Certo, l’impulsività di una comunicazione reattiva e provocatoria fa parte della logica dell’amministrazione Trump, come i leak interessati su siti come “The Information” sono ormai nella cassetta degli attrezzi delle aziende per inflazionare le aspettative o colpire i concorrenti. Le questioni e le decisioni di sicurezza nazionale hanno però bisogno di un certo equilibrio, per essere pensate e valutate a mente fredda.

Oltre al fronte comunicativo, c’è quello legale. Le stesse comunicazioni di Anthropic confermano ora che il Pentagono ha indicato formalmente all’azienda che sarà designata come rischio di supply chain per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. L’azienda ha anche puntualizzato, nello stesso contesto, che l’applicazione ai sensi della legge sarà “ristretta” (narrow), altrimenti gli effetti sarebbero dirompenti verso i clienti e i partner di Anthropic. Pertanto, questo è ciò che Anthropic deve dire in ogni caso.

Secondo un’analisi pubblicata qualche giorno fa su Lawfare, le basi giuridiche sono fragili e destinate a sgretolarsi al primo ricorso in tribunale. La legge dovrebbe riguardare la protezione dei sistemi informatici di sicurezza nazionale da infiltrazioni e sabotaggi mirati da parte di entità straniere, non certo sanzionare un’azienda americana per un disaccordo sulle clausole di un contratto. L’imposizione di un boicottaggio secondario, che vieti a tutti partner della base industriale della difesa di avere rapporti commerciali con Anthropic (in analogia, un funzionamento simile a quello delle sanzioni secondarie), oltrepasserebbe quindi i poteri sugli appalti. Peraltro, colpirebbe indirettamente i maggiori azionisti di Anthropic, Amazon e Google, che sono senz’altro impegnati sia a mediare, sia a capire come ridurre il rischio.

La questione continua a essere molto dibattuta negli Stati Uniti, anche per la centralità che Anthropic ha raggiunto per la qualità dei suoi prodotti e ma anche nel panorama culturale. Si pensi alla recente puntata dedicata alla controversia col Pentagono dal podcast di Ezra Klein per il New York Times, che ha ospitato l’esperto Dean Ball, il quale ha lavorato all’AI Action Plan dell’amministrazione Trump ma ora, lasciati gli incarichi governativi, è emerso come un forte critico nella sfera pubblica delle decisioni su Anthropic del Pentagono. La prospettiva di Anthropic è spesso presente nell’influente podcast di Klein, che ha dato spazio allo stesso Dario Amodei sui ritmi esponenziali e vertiginosi dello sviluppo dei modelli di intelligenza artificiale, e a Jack Clark, co-fondatore e responsabile policy dell’azienda, sul potenziale economico e sociale dell’intelligenza artificiale.

Nel suo intervento, Ball è tornato su un tema che caratterizza la corsa all’intelligenza artificiale da almeno dieci anni. Come sappiamo dalle mail pubblicate nel corso dei vari processi che impegnano Elon Musk contro Sam Altman, la stessa costruzione di OpenAI come “no profit votata al benessere dell’umanità” era tecnicamente un’operazione di marketing per attirare i migliori talenti del settore.

Questi ricercatori, essendo in numero limitato, hanno sempre più potere contrattuale, sono pagati sempre di più e le loro scelte hanno un ruolo sempre più significativo. Il senso di “aura” di un laboratorio di intelligenza artificiale dipende dalla considerazione dei propri ricercatori e dei talenti che vogliono farvi parte. Chiaramente, Amodei dà grande importanza a questo fattore, e per questo ha costruito un profilo non solo di ricercatore puro, ma anche di intellettuale.

Come già ricordato in precedenza su queste pagine, uno degli articoli più interessanti per comprendere questa dinamica del talento è stato scritto dalla talentuosa scrittrice Jasmine Sun, che un anno fa su “The San Francisco Standard” ha ricordato come i temi di tecnologia per la difesa e la sicurezza siano ormai in grado di attirare l’attenzione degli studenti. Il punto è che la svolta verso la sicurezza nazionale non è mai compiuta: ci saranno sempre resistenze, più o meno organizzate, e continuerà la controversia su chi debba comandare. Anche per questo, il caso tra Amodei e il Pentagono non è chiuso.

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