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Mps, perché Lovaglio è stato silurato da governo, Caltagirone e Delfin

Il progetto di integrazione con Mediobanca, gli attriti con Caltagirone, l’ombra dell’indagine milanese sul presunto concerto tra soci e gli equilibri politico-finanziari cambiati. Fatti, approfondimenti e retroscena dell’esclusione dell’ad di Mps, Lovaglio, arrivato con il governo Draghi nel 2022

A pochi giorni dalla presentazione del nuovo piano industriale, che prometteva utili fino a 3,7 miliardi nel 2030, ricavi per 9,5 miliardi, payout al 100% e circa 16 miliardi di distribuzioni agli azionisti, Monte dei Paschi si ritrova però senza l’amministratore delegato che ne ha firmato l’impostazione strategica. Il consiglio di amministrazione della banca senese ha infatti approvato la lista dei 20 candidati per il rinnovo del board da sottoporre all’assemblea dei soci del prossimo 15 aprile. Nell’elenco non compare il nome dell’attuale amministratore delegato Luigi Lovaglio, alla guida della banca dal 2022.

La decisione è maturata dopo una riunione lunga e tesa. Il via libera alla lista è arrivato con 11 voti favorevoli su 13, mentre Lovaglio e il consigliere Giuseppe Barzaghi hanno votato contro e Barbara Tadolini – indicata da Delfin – era assente.

Un segnale di discontinuità forte proprio mentre la banca prova a cambiare definitivamente ruolo nel sistema finanziario italiano.

CHI C’È NELLA LISTA E CHI POTREBBE GUIDARE IL MONTE

La lista comprende venti nomi e prevede la riconferma dell’attuale presidente Nicola Maione. Tra gli amministratori figurano diversi componenti del board uscente, tra cui Gianluca Brancadoro, Marcella Panucci, Francesca Renzulli, Renato Sala, Elena De Simone e Domenico Lombardi, presidente del comitato nomine che ha curato la selezione dei candidati e indicato da taluni come vicino ai vertici Fratelli d’Italia e in un recente passato economista ascoltato alla presidenza del Consiglio.

Per la guida operativa il consiglio ha segnalato tre profili ritenuti idonei al ruolo di amministratore delegato: Corrado Passera, Fabrizio Palermo e Carlo Vivaldi.

Passera, ex vertice di Intesa Sanpaolo e fondatore di Illimity, avrebbe già fatto sapere di non essere interessato alla guida operativa ma eventualmente a un ruolo di presidente o consigliere. Palermo, oggi amministratore delegato della romana Acea (dove è azionista di peso Caltagirone) ed ex numero uno della Cassa depositi e prestiti, viene invece considerato uno dei candidati più forti e sarebbe gradito a Francesco Gaetano Caltagirone. Il terzo nome è Carlo Vivaldi, manager con lunga esperienza internazionale in Unicredit.

Sarà comunque l’assemblea degli azionisti a eleggere il nuovo consiglio e successivamente il cda a scegliere il futuro amministratore delegato.

GLI EQUILIBRI AZIONARI DELLA PARTITA

Dietro la svolta nella governance pesa anche la struttura dell’azionariato del Monte. Il primo azionista è Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, con circa il 17,5% del capitale, seguita da Caltagirone con poco più del 10%. Insieme i due soci arrivano a sfiorare il 28% del capitale, configurando di fatto il blocco azionario più forte nella partita che ruota attorno al triangolo Mps-Mediobanca-Generali. Tra gli altri soci rilevanti figurano il fondo BlackRock con circa il 5%, il Mef con una quota ormai ridotta a circa il 4,9%, e Banco BPM con poco meno del 4%, mentre il resto del capitale è distribuito tra investitori istituzionali e mercato.

In questo quadro il Tesoro non è più l’azionista di riferimento come negli anni del salvataggio pubblico, ma resta comunque un soggetto politicamente sensibile nella partita sulla governance, tanto più in una fase in cui il governo continua a seguire con attenzione il riassetto del sistema bancario.

E a questo punto si inseriscono anche equilibri più sottili. Lovaglio era stato nominato nel 2022 durante il governo Draghi con il sostegno del Tesoro ed è stato talvolta considerato vicino ad ambienti della Lega. Il fatto che oggi il Mef di Giancarlo Giorgetti non abbia difeso apertamente la sua riconferma viene letto da alcuni osservatori come il segnale di un raffreddamento dei rapporti.

IL MERCATO REAGISCE CON FREDDEZZA

La sorpresa nella governance è stata accolta con freddezza dal mercato. Secondo quanto riportato anche da MF, l’uscita di scena di Lovaglio ha pesato immediatamente sulle quotazioni di Siena. Il titolo Mps ha aperto in calo a Piazza Affari, mentre anche Mediobanca ha registrato ribassi. Nel corso della seduta il Monte è arrivato a perdere oltre il 3%, mentre Mediobanca ha ceduto più del 2%. Secondo diversi analisti il mercato sta scontando l’incertezza sulla governance e sulla strategia futura della banca. In poche sedute sono stati bruciati circa 820 milioni di capitalizzazione, mentre aumentano i dubbi sull’operazione Mediobanca e sul possibile delisting di Piazzetta Cuccia.

Nelle ultime sedute, Mps ha accumulato un calo significativo superiore al 13%, segnale che la partita industriale in corso non convince pienamente gli investitori, come rilevato da Domani.

MEDIOBANCA, GENERALI E IL NODO INDUSTRIALE

Il punto più delicato riguarda il progetto di integrazione con Mediobanca e il suo delisting. Il piano prevede la creazione di un terzo polo bancario italiano attraverso la fusione di Piazzetta Cuccia nel Monte entro il 2026, con sinergie stimate in circa 700 milioni.

Ma la partita non riguarda solo il perimetro bancario. Mediobanca possiede infatti circa il 13,2% di Generali, una partecipazione che vale intorno ai 7 miliardi di euro e che rappresenta uno degli snodi più sensibili del capitalismo finanziario italiano.

La fusione porterebbe quella quota sotto il controllo diretto del nuovo gruppo Mps, accorciando la catena di comando tra Siena e Trieste e riducendo gli anelli intermedi.

Nel piano industriale presentato dal management la partecipazione nel Leone viene trattata soprattutto come asset finanziario all’interno dell’attività di principal investing. Ma per alcuni grandi azionisti la quota rappresenta invece uno snodo strategico nel sistema Mediobanca-Generali. Non è un caso che proprio su questo terreno si siano registrate alcune delle principali divergenze con Caltagirone, che nel gruppo assicurativo triestino ha investito circa 3,3 miliardi di euro e considera la partita su Generali uno dei dossier centrali degli equilibri finanziari italiani.

GLI ATTRITI CON CALTAGIRONE

È proprio su questo snodo che si sono concentrate molte tensioni interne. L’integrazione con Mediobanca porterebbe infatti la quota in Generali sotto il controllo diretto del nuovo gruppo, riducendo gli anelli della catena che separavano Siena da Trieste. È su questo passaggio che si sono concentrate le tensioni con Caltagirone. Secondo quanto ricostruito di recente anche da Startmag, tra l’imprenditore romano e Lovaglio sarebbero emerse divergenze proprio sui piani per Mediobanca e sulle implicazioni per Generali. Il delisting di Mediobanca, accentrando il controllo nel nuovo gruppo, ridurrebbe infatti gli spazi di influenza esterna.

Caltagirone ha respinto letture di questo tipo parlando di interpretazioni “strumentali”, ma il confronto interno alla banca su questi temi è stato reale e ha pesato sul clima dentro il consiglio.

Le divergenze non riguardavano solo la strategia industriale ma anche alcune nomine nel board di Mediobanca e i tempi dell’incorporazione, che Lovaglio avrebbe voluto rapidi.

LO SFOGO DI LOVAGLIO

Nei giorni precedenti alla decisione del consiglio lo stesso Lovaglio aveva lasciato intuire il clima che si respirava attorno alla sua posizione. “Solo un azionista non mi vuole, perché non mi sono rivelato obbediente”, ha detto il banchiere a margine della presentazione del piano industriale, in un passaggio riportato da la Repubblica. Il riferimento, secondo il quotidiano, era proprio a Caltagirone, con cui i rapporti non sono mai stati particolarmente distesi. Lovaglio aveva aggiunto di essere “sereno” e di non essere legato alla poltrona: “Il cda può fare quel che vuole”, aveva detto, convinto che non ci fossero i numeri per una sua sostituzione. I numeri invece sono arrivati.

L’OMBRA DELL’INCHIESTA

A pesare sulla decisione del board ci sarebbe anche l’inchiesta della Procura di Milano sulla scalata a Mediobanca. I magistrati ipotizzano infatti un presunto concerto tra Delfin e Francesco Gaetano Caltagirone per rafforzare progressivamente il controllo su Mediobanca e, indirettamente, sulla partecipazione strategica in Generali. Nell’indagine figurano tra gli indagati anche Luigi Lovaglio, Caltagirone e Francesco Milleri, presidente di EssilorLuxottica e figura di riferimento della holding Delfin.

Lovaglio ha sempre respinto ogni addebito, dichiarandosi estraneo a qualsiasi ipotesi di reato. Tuttavia, il timore che l’indagine possa avere sviluppi giudiziari avrebbe contribuito a raffreddare il sostegno di una parte del board alla sua riconferma. In questo contesto, nel consiglio del Monte si sarebbe progressivamente consolidato anche il fronte critico verso l’ad su alcune scelte strategiche legate all’integrazione con Mediobanca e alla gestione della partecipazione in Generali.

IL RUOLO DELLA BCE

Nel frattempo la banca ha ottenuto anche il via libera della Bce alle modifiche statutarie, passaggio necessario per il rinnovo della governance. Francoforte negli ultimi mesi aveva chiesto con insistenza una selezione di candidati con forte esperienza bancaria e finanziaria, elemento che ha inciso nella scelta dei profili indicati come possibili amministratori delegati.

UNA PARTITA ANCORA APERTA

Per ora l’unica certezza è che Luigi Lovaglio non figura nella lista del consiglio che sarà sottoposta all’assemblea del 15 aprile. Il manager continuerà a guidare operativamente la banca fino alla nomina del successore. Ma la partita è tutt’altro che chiusa. Non è del tutto escluso che Lovaglio possa rientrare in partita qualora emergesse una lista alternativa di azionisti in vista dell’assemblea.

Tra equilibri azionari delicati, strategie industriali ambiziose e tensioni tra grandi soci, la scelta del prossimo amministratore delegato sarà anche uno dei passaggi chiave della partita su Mediobanca.

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