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Iran, ecco come Usa e Israele si stanno dividendo i compiti

Guerra all’Iran: obiettivi militari, numeri dell’offensiva e incognite strategiche di un conflitto che può cambiare il Medio Oriente. Il punto di Luca Longo

Il conflitto scoppiato il 28 febbraio 2026 con l’attacco congiunto a sorpresa di Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran rappresenta uno dei passaggi più rischiosi della storia recente del Medio Oriente. L’operazione – “Epic Fury” per gli Stati Uniti e “Roaring Lion” per Israele – ha inaugurato una campagna militare su vasta scala contro infrastrutture militari, basi missilistiche e strutture del regime iraniano.

Mentre gli scopi dell’intervento risultano ancora fumosi e contraddittori nelle parole di Trump, per Israele l’obiettivo è dichiarato e triplice: neutralizzare il programma missilistico iraniano, impedire lo sviluppo di capacità nucleari militari e indebolire l’apparato di sicurezza della Repubblica Islamica. Tuttavia, secondo diverse analisi strategiche, la campagna militare appare caratterizzata da obiettivi politici non sempre coerenti, oscillando tra la distruzione di capacità militari specifiche e l’ipotesi di un vero e proprio cambio di regime a Teheran.

L’offensiva iniziale e la risposta iraniana

L’offensiva occidentale ha preso di mira installazioni militari, centri di comando e strutture legate al programma missilistico e nucleare iraniano. Nei primi giorni di guerra sono stati colpiti siti strategici a Teheran e in altre regioni del Paese, con l’impiego combinato di bombardieri, caccia e missili da crociera.

Secondo le informazioni diffuse durante il briefing del Pentagono di ieri, la risposta iraniana si è manifestata con una massiccia ondata di attacchi missilistici e con droni contro obiettivi regionali. In totale Teheran avrebbe lanciato oltre 500 missili balistici e più di 2.000 droni, diretti contro Israele, basi statunitensi e Paesi del Golfo.

Le stime indicano che circa 200 missili a lungo raggio sarebbero stati diretti verso Israele, mentre circa 300 vettori a medio raggio avrebbero colpito o tentato di colpire infrastrutture militari e obiettivi strategici negli Stati arabi del Golfo.

Nonostante la portata della rappresaglia, la capacità di attacco iraniana sembra aver subito una progressiva riduzione. Secondo i dati citati dal Pentagono, il lancio di missili balistici sarebbe diminuito dell’86% rispetto al primo giorno di guerra, mentre l’utilizzo di droni si sarebbe ridotto del 73% nel corso delle operazioni.

La divisione dei compiti tra Stati Uniti e Israele

Uno degli elementi più rilevanti emersi dalle informazioni diffuse durante la conferenza stampa del Pentagono riguarda la distribuzione operativa dei compiti tra le due principali forze coinvolte.

Israele si sarebbe concentrato soprattutto sulle missioni SEAD/DEAD – cioè la soppressione e distruzione delle difese aeree – nell’Iran nord-occidentale e lungo l’asse tra il confine iracheno e la capitale. Parallelamente, le forze israeliane avrebbero preso di mira la leadership politico-militare del regime.

Gli Stati Uniti, invece, avrebbero concentrato i loro attacchi nella fascia costiera e nelle regioni meridionali dell’Iran, colpendo basi missilistiche, centri di comando e controllo, lanciatori e infrastrutture navali legate alla Guardia Rivoluzionaria.

L’obiettivo strategico di questa divisione operativa è duplice: neutralizzare la capacità iraniana di attaccare Israele e limitare la possibilità di una chiusura militare dello Stretto di Hormuz o di altre operazioni navali nel Golfo Persico.

Superiorità aerea e distruzione delle infrastrutture militari

Secondo le informazioni diffuse dalle autorità statunitensi, nel giro di pochi giorni di combattimenti le forze americane e israeliane avrebbero raggiunto una sostanziale superiorità aerea sul teatro iraniano, condizione che permette di colpire con maggiore libertà obiettivi strategici e infrastrutture militari.

Le immagini satellitari e le analisi operative indicano che numerosi siti militari iraniani sono stati colpiti: silos missilistici, centri radar, aeroporti militari, depositi logistici e basi delle Guardie della Rivoluzione.

Secondo alcune stime riportate nei media internazionali, gli attacchi avrebbero provocato l’eliminazione di numerosi membri dell’élite politico-militare iraniana, inclusi alti ufficiali del regime e figure centrali del sistema di sicurezza nazionale.

Un conflitto destinato a durare

Nonostante la superiorità militare occidentale, l’esito della guerra resta tutt’altro che scontato.

Secondo dichiarazioni attribuite al presidente statunitense Donald Trump, il conflitto potrebbe durare almeno quattro o cinque settimane, con operazioni militari di intensità sostenuta.

Gli Stati Uniti dispongono infatti di ampie scorte di munizioni e armamenti preposizionati in diverse basi militari nel mondo, fattore che consentirebbe di mantenere a lungo la pressione militare sul territorio iraniano.

Tuttavia, proprio questa prospettiva solleva interrogativi strategici: una campagna prolungata rischia di trasformare l’operazione militare in un conflitto regionale più ampio, con possibili ripercussioni su Libano, Iraq e sulle rotte energetiche del Golfo.

Il nodo strategico: ridurre l’influenza iraniana nella regione

Al di là del programma nucleare, diversi analisti ritengono che la posta in gioco sia più ampia. L’obiettivo strategico potrebbe essere la riduzione dell’influenza regionale iraniana, costruita negli ultimi due decenni attraverso una rete di alleanze e milizie in Iraq, Siria, Libano e Yemen.

Questa rete non è un sistema centralizzato ma una struttura reticolare composta da attori statali e non statali, difficile da neutralizzare con operazioni militari convenzionali. Secondo questa interpretazione, la distruzione di infrastrutture militari iraniane potrebbe indebolire Teheran, ma non eliminare automaticamente la sua capacità di proiezione regionale.

Un conflitto ricco di incognite

La guerra contro l’Iran si presenta quindi come un’operazione ad alto rischio strategico.

Da un lato la superiorità militare di Stati Uniti e Israele appare evidente sul piano tecnologico e operativo. Dall’altro lato, la complessità del sistema politico iraniano, la presenza di reti militari regionali e la possibilità di escalation rendono difficile prevedere l’esito finale del conflitto.

Proprio per questo diversi analisti parlano di “salto nel buio”: un’operazione che potrebbe ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente, ma anche aprire una fase di instabilità regionale dalle conseguenze difficilmente controllabili.

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