Skip to content

israele golfo

Aggiungi Startmag.it

alle tue fonti preferite su Google

Come sono cambiati i rapporti tra Israele e le monarchie del Golfo

Israele e le monarchie del Golfo: rivalità, pragmatismo e normalizzazione sospesa in una regione di enormi risorse strategiche. L'approfondimento di Luca Longo

Negli ultimi anni i rapporti fra Israele e le monarchie del Golfo hanno attraversato una trasformazione profonda, oscillando tra aperture storiche, rivalità e nuove cautele strategiche. Se gli Accordi di Abramo hanno formalizzato la normalizzazione con Emirati Arabi Uniti e Bahrein, il dossier più delicato resta quello con l’Arabia Saudita: un equilibrio instabile fra cooperazione tacita e prudenza politica, condizionato anche da considerazioni legate alle risorse energetiche e minerarie di ciascun Paese.

Nel settembre 2023 – pochi giorni prima del 7 ottobre, quando i terroristi di Hamas invasero Israele – il premier israeliano Netanyahu parlava all’ONU di un’intesa “storica e imminente” con Riad. L’idea dominante era che la normalizzazione fosse questione di “quando” e non di “se”. La guerra ha congelato il processo, ma non ha cancellato la convergenza di interessi.

RIAD FRA WASHINGTON, TEHERAN E GERUSALEMME

L’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman ha progressivamente adottato una politica estera più assertiva, ma anche più pragmatica. Dopo l’attacco del 2019 agli impianti petroliferi sauditi – attribuito a Teheran e agli Houthi – e la mancata risposta militare statunitense, Riad ha compreso che la sicurezza non può dipendere esclusivamente dall’ombrello americano. Da qui il riavvicinamento con l’Iran, la distensione con il Qatar e l’apertura verso la Turchia di Erdogan.

Questo non significa un allontanamento strutturale da Israele, ma piuttosto una strategia multilivello: dialogare con tutti per ridurre i rischi. L’integrazione saudita nel sistema di difesa aerea coordinato dal CENTCOM statunitense resta un elemento chiave. In occasione dei lanci missilistici iraniani verso Israele, fonti regionali hanno indicato un coinvolgimento saudita – discreto e non rivendicato – nell’intercettazione di vettori che sorvolavano il proprio spazio aereo. Difesa nazionale, ma con effetti indiretti a beneficio di Israele.

RISORSE ENERGETICHE E STRATEGIA REGIONALE

Le economie del Golfo sono strettamente legate alla produzione di idrocarburi: l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono tra i maggiori produttori al mondo, con quote significative di petrolio greggio e gas naturale che influenzano profondamente le loro politiche estere.

L’Arabia Saudita, con riserve accertate di petrolio tra le più grandi al mondo (oltre 260 miliardi di barili), resta un cardine dell’OPEC+ e un attore centrale nella stabilizzazione dei mercati energetici globali. La sua produzione quotidiana media supera i 10 milioni di barili al giorno, un livello che ne fa un attore cruciale sia per la sicurezza energetica dei Paesi importatori sia per gli equilibri geopolitici. Questo ruolo conferisce a Riad una leva economica significativa nei rapporti con Washington e con gli altri partner regionali.

Anche gli Emirati Arabi Uniti, pur essendo un produttore più modesto rispetto a Riad, occupano una posizione di rilievo. Abu Dhabi gestisce rilevanti giacimenti di petrolio e gas, tra cui il celebre giacimento di Bab, e sta diversificando la propria economia attraverso investimenti in energia pulita, idrogeno e tecnologie. Questa diversificazione ha rafforzato le sue relazioni economiche globali, rendendo gli Emirati un interlocutore strategico trans-settoriale per la nazione ebraica.

Israele, dal canto suo, è un produttore di gas naturale attraverso i giacimenti offshore di Tamar e Leviathan nel mar Mediterraneo. Queste risorse hanno trasformato il Paese da importatore netto a esportatore di gas, con contratti di fornitura verso nazioni europee e partner regionali. Dal punto di vista geoeconomico, la combinazione di risorse energetiche in mare e la posizione strategica tra Europa, Asia e Africa rendono Tel Aviv un nodo interessante per i corridoi energetici del futuro.

MINERALI CRITICI E NUOVE LEVE GEOECONOMICHE

Oltre agli idrocarburi, i Paesi del Golfo stanno cercando di capitalizzare sui minerali critici, necessari per la transizione energetica globale. In Arabia Saudita sono state identificate riserve di litio, fosfati e terre rare, con iniziative governative volte a sviluppare segmenti oltre il petrolio, in particolare nella produzione di batterie e materiali tecnologici. Questo contribuisce all’idea di un’economia meno dipendente dalle sole esportazioni di energia fossile.

Gli Emirati vantano depositi di rame e zinco e stanno investendo in infrastrutture di mining e raffinazione per inserirsi nelle catene globali dei materiali critici. La cooperazione con Israele in ambito tecnologico e industriale rappresenta per loro un modo per valorizzare tali risorse, integrando competenze di data intelligence e automazione.

Per Israele i minerali critici sono anch’essi rilevanti: il Paese possiede giacimenti di fosfati (utili nell’industria dei fertilizzanti) e sta sviluppando capacità tecnologiche legate all’estrazione e alla lavorazione di materiali avanzati, che possono trovare sinergie con i partner del Golfo nel contesto di ecosistemi industriali connessi.

RIVALITÀ INTRA-GOLFO E COORDINATE GEOPOLITICHE

Le dinamiche tra Arabia Saudita ed Emirati non sono esenti da tensioni. In Yemen, l’intervento di Riad e Abu Dhabi ha portato a schieramenti opposti: i sauditi hanno sostenuto il governo riconosciuto internazionalmente, mentre gli Emirati hanno appoggiato il Southern Transitional Council, con obiettivi secessionisti. Analisti regionali vedono in questo uno scontro non solo politico, ma anche economico, con implicazioni profonde per la cooperazione sicurezza e per i corridoi di influenza nell’Oceano Indiano e nel Mar Rosso.

Queste divergenze si riflettono anche nella gestione delle relazioni con la Turchia e il Qatar. L’Arabia Saudita ha cercato di riavvicinarsi ad Ankara e a Doha, superando contrasti del passato, mentre gli Emirati mantengono legami più strutturati con Ankara su base economica e strategica.

Per Israele, la partita saudita resta strategica. Un accordo con Riad ridisegnerebbe gli equilibri regionali, consolidando un fronte di contenimento verso l’Iran e aprendo nuove prospettive economiche, sia energetiche che commerciali. Tuttavia, il costo politico interno per il Regno, sommato alle condizioni avanzate sulla questione palestinese, rende la normalizzazione un percorso complesso e graduale.

Le monarchie del Golfo e Israele non si muovono in blocchi ideologici rigidi, ma in un’agenda pragmatica di interessi incrociati: cooperare su sicurezza energetica e tecnologia avanzata, competere su leadership regionale e modelli economici, e dialogare su scenari multipolari che includono Usa, Turchia, Iran e attori emergenti.

In una regione dove il petrolio continua a guidare strategie di lungo periodo, e i minerali critici aprono nuove traiettorie di cooperazione, la relazione tra Israele e i Paesi del Golfo rimane una delle variabili più dinamiche e decisive per la geoeconomia regionale del XXI secolo.

Torna su