I timori di un disaccoppiamento tra gli Stati Uniti e la Cina – le due economie più grandi al mondo, oggi partner rilevantissimi gli uni per l’altra – e la forte dipendenza dal canale di Suez e dagli stretti Hormuz e Bab-el Mandeb stanno incoraggiando lo sviluppo di vie di transito alternative per il commercio tra l’Asia e l’Europa. Una di queste è il corridoio marittimo-ferroviario Imec, che parte dall’India, raggiunge la penisola arabica e si inserisce infine nel mar Mediterraneo.
CHI PARTECIPA ALL’IMEC
Il progetto è stato lanciato nel 2023 e vede la partecipazione di India, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Italia, Francia, Germania, Stati Uniti e Unione europea. Anche noto come “via del Cotone” – un riferimento alla “via della Seta” cinese, alla quale vuole proporsi come alternativa -, secondo le stime del centro studi Srm l’Imec potrebbe intercettare un traffico tra Europa, India e paesi del Sud-est asiatico pari a 170-200 miliardi di euro all’anno.
I PAESI INTERESSATI E IL RUOLO DI ISRAELE
Come ha ricordato su Il Piccolo l’economista Paolo Costa – ex-ministro dei Lavori pubblici e dei Trasporti ed ex presidente della commissione Trasporti del Parlamento europeo -, l’Imec poggia sulla collaborazione di Israele, il cui porto di Haifa ne costituirebbe “il naturale terminale mediterraneo”. Il corridoio ha inizio nei porti indiani, da dove le merci verrebbero trasportate negli Emirati Arabi Uniti per poi proseguire via terra verso l’Arabia Saudita e la Giordania, fino – appunto – al porto israeliano di Haifa; da Haifa, infine, i carichi verranno spediti verso gli altri porti sul mar Mediterraneo.
“Pur non avendo firmato il memorandum d’intesa originale”, ricorda Costa, “Israele è entrata nell’orbita operativa dell’Imec l’8 settembre 2025, con la firma a Nuova Delhi di un trattato bilaterale con l’India”.
UN PROGETTO AMBIZIOSO MA IN STALLO
L’Imec è un progetto estremamente ambizioso, ma risente delle tensioni politiche in Medioriente: l’avanzamento dei lavori è rallentato molto con la guerra israelo-palestinese e non è stata ancora elaborata una tabella di marcia finanziaria.
LE ALTERNATIVE: DEVELOPMENT ROAD E BLUE CORRIDOR
Negli ultimi anni sono emerse delle alternative a Imec, volte sempre ad “aggirare” il canale di Suez, come la Development Road tra Iraq e Turchia (tra i porti di Grand Faw e di Mersin, nello specifico) e il Blue Corridor dell’Arabia Saudita (tra il porto di Dammam sul golfo Persico e il porto di Gedda sul mar Rosso).
Tra questi, il progetto più avanzato è la Development Road, dato che nel 2025 sono stati avviati i primi test logistici. Anche il Blue Corridor saudita è interessante perché avrebbe il vantaggio di aggirare lo stretto di Bab-el Mandeb, particolarmente instabile ma fondamentale per il commercio marittimo. D’altra parte, sia il porto saudita di Dammam che quello iracheno di Grand Faw sono esposti allo stretto di Hormuz.
“Nella situazione attuale”, spiega Costa, “le sole vie pienamente percorribili sono quelle che partono dal Golfo di Oman: l’Imec da Fujairah — quando le condizioni politiche lo consentiranno — e il corridoio saudita nella variante che collega i porti omaniti con Gedda. Da lì, evitato Bab el Mandeb, si raggiunge il Mediterraneo via Suez”.
LE OPPORTUNITÀ PER I PORTI ITALIANI
Lo sviluppo di queste nuove vie di transito si rivelerebbe positivo per l’Italia, in particolare per i porti nell’Alto Adriatico e soprattutto per quello di Trieste, vicino al polo manifatturiero dell’Europa centrale.
“Che le merci provengano dall’Imec, dalla Development Road o dal Blue Corridor”, scrive Costa, “la portualità alto-adriatica resta quella che minimizza i costi di trasporto verso il cuore manifatturiero dell’Europa”.







