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Cuba e la sfida energetica: risorse, dipendenza estera e una crisi senza precedenti

Cuba si trova oggi in una delle crisi energetiche più profonde della sua storia recente. L'analisi di Luca Longo.

Cuba si trova oggi in una delle crisi energetiche più profonde della sua storia recente, con gravi implicazioni economiche e sociali. Nonostante vaste riserve di idrocarburi e un passato di quasi autosufficienza grazie a fitti legami con Stati amici, l’isola caraibica dipende in misura significativa da forniture estere per soddisfare la maggior parte del suo fabbisogno energetico, con crescenti difficoltà ad accedere a combustibili essenziali.

Secondo i dati più aggiornati della International Energy Agency, Cuba detiene circa 124 milioni di barili di riserve di petrolio provate, una quantità che la colloca al 67° posto mondiale e teoricamente sufficiente a soddisfare circa tre anni di consumo al ritmo attuale di utilizzo interno. Anzi: le riserve stimate sono valutate fra i 4,6 ed i 20 miliardi di barili, prevalentemente nel North Cuba Basin sotto il Golfo del Messico, la maggior parte a 50-80 km dalla costa. La barriera allo sfruttamento di questi giacimenti off-shore è principalmente tecnologica: Cuba non possiede il potenziale per i grandi investimenti necessari. E le sanzioni USA, in vigore dal 1960, impediscono di attrarre capitali stranieri.

Per questo, L’Avana preferisce concentrarsi nella produzione dai giacimenti on-shore. Da qui estrae principalmente olio di bassa qualità (heavy) più adatto per le centrali termoelettriche. La produzione nazionale è modesta: circa 30.500 barili al giorno (b/d), coprendo meno di un terzo dell’energia richiesta e lasciando un ampio deficit da colmare con le importazioni. La produzione di greggio cubana è rimasta relativamente stabile negli ultimi anni, ma rimane lontana dal soddisfare la domanda interna, che nel 2024 si è attestata a 112.423 b/d. La differenza, pari a oltre 80.000 b/d, è stata storicamente compensata con importazioni di petrolio e prodotti raffinati da paesi alleati, in particolare Venezuela e Messico.

Sul fronte del gas naturale, Cuba produce e consuma quantità contenute di combustibili gassosi: le statistiche più recenti indicano una produzione di circa 1,37 milioni di metri cubi all’anno, con consumi paragonabili senza significative importazioni o esportazioni documentate. Il gas, pur presente, non costituisce un pilastro della matrice energetica nazionale, dominata dai derivati del petrolio.

Per quanto riguarda il carbone, il Paese non possiede riserve significative né produzione interna; il consumo è trascurabile e completamente coperto da piccole importazioni.

In sintesi, la dimensione infrastrutturale ed estrattiva locale appare insufficiente per garantire autonomia energetica, lasciando Cuba profondamente vulnerabile alle variazioni dei mercati internazionali e alle relazioni diplomatiche con i fornitori esteri. Questa vulnerabilità è storicamente radicata nella dipendenza post-sovietica: dopo il crollo dell’URSS negli anni ’90, che aveva assicurato significativi approvvigionamenti a prezzi agevolati, il paese ha tentato di sviluppare le proprie risorse naturali, con un programma di esplorazione che ha identificato potenziali depositi significativi, ma la scarsità di capitali e tecnologia ha impedito l’avvio su larga scala di una produzione energetica indipendente.

Oggi, iniziative per diversificare la produzione includono progetti rinnovabili: un decreto del 2025 prevede che grandi consumatori di energia generino almeno il 50% dell’elettricità da fonti rinnovabili nelle ore di punta entro il 2028, incentivando l’installazione di impianti solari e altre tecnologie alternative.

Ricordiamo che Cuba possiede riserve significative, anche queste in gran parte sottoutilizzate, di minerali essenziali per la transizione energetica verde, in particolare si colloca tra i primi 10 al mondo per cobalto e nichel. Con circa il 5-7% delle riserve globali di cobalto e il 6% di quelle di nichel, L’Avana può essere un importante attore strategico nella regione caraibica, con risorse aggiuntive in cromo, rame, oro, minerale di ferro e manganese.

Durante il 2025 – cioè prima della guerra energetica in corso – le importazioni di combustibili sono calate del 35%, con gli approvvigionamenti dal Messico in forte contrazione (-73%) e quelli dal Venezuela in diminuzione (-15%). Questo ha ridotto drasticamente la disponibilità di olio combustibile per la generazione elettrica, aggravando periodi di blackout prolungati in città come L’Avana e in tutto il territorio nazionale. Negli ultimi mesi, la situazione si è deteriorata ulteriormente a causa di pressioni geopolitiche e di nuove sanzioni. Dopo il rapimento di Maduro, Trump ha varato misure per bloccare il flusso di petrolio dal Venezuela e scoraggiare altri paesi dall’inviarne a Cuba, con minacce di dazi su fornitori come il Messico. Di conseguenza, a fine gennaio 2026, l’isola disponeva di appena 15-20 giorni di scorte di petrolio.

Il blocco statunitense ha provocato effetti immediati: interruzione della fornitura di jet fuel con conseguente cancellazione o modifica di rotte da parte delle compagnie internazionali, sospensione del servizio di autobus per mancanza di carburante, razionamento del diesel e dell’olio combustibile, e richieste di maggiori “sacrifici” per affrontare la crisi.

Parallelamente, Mosca ha descritto la situazione come “critica”, accusando gli USA di cercare di “soffocare” l’economia cubana, e ha annunciato piani per inviare carichi di greggio e carburanti come assistenza umanitaria. Tuttavia, la tempistica e i volumi sono incerti e non risolvono l’immediata mancanza di combustibili.

La crisi energetica sta avendo ripercussioni profonde sulla qualità della vita a Cuba, colpendo servizi essenziali come trasporti pubblici, sistemi di irrigazione, rete elettrica e produzione industriale, con crescenti timori di una spirale di declino economico e sociale simile a quello degli anni ’90, quando l’Isola affrontò la perdita delle sovvenzioni sovietiche.

La situazione energetica di Cuba mostra una fragile tensione tra risorse proprie limitate e una dipendenza estera che negli ultimi anni si è accentuata in forme sempre più difficili da sostenere. I tentativi di diversificare la produzione e di sviluppare capacità rinnovabili non compensano l’urgenza di garantire idrocarburi per mantenere in funzione l’economia. Questa combinazione espone l’Isola a shock esogeni che rischiano di compromettere non solo la sicurezza energetica, ma la stabilità sociale e la tenuta del modello economico stesso.

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