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Come l’Ue può uscire in maniera vincente dall’escalation commerciale con gli Stati Uniti

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L’analisi di Fabio Vanorio su come l’Unione europea può uscire in maniera vincente dall’escalation commerciale con gli Stati Uniti

 

Lo scontro commerciale tra Stati Uniti ed Europa e’ in fase di crescita e rischia di essere molto diverso rispetto a quello minacciato (e praticamente mai concretizzato) tra Washington e Pechino per svariate ragioni, in primis per le conseguenze che potrebbe determinare sugli equilibri interni dell’Unione Europea (UE).

Andiamo per gradi.

Alla fine di maggio, il Presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump, ha annunciato il suo intento di introdurre – per motivi connessi alla sicurezza nazionale – nuove misure tariffarie pari al 25 per cento sull’acciaio importato da Paesi dell’UE e pari al 10 per cento sull’alluminio importato da Paesi UE (nonche’ da Canada e Messico). La decisione di Washington e’ maturata dopo un periodo, iniziato a Marzo, in cui Trump si era limitato a minacciare la possibile applicazione di tali misure, concedendo esenzioni temporanee per alcuni Paesi e fornendo una impressione generale di non voler procedere.

A fronte dell’applicazione ormai certa di dazi da parte di Washington, la Commissione Europea, il 6 Giugno scorso, ha emesso un comunicato secondo il quale ha avviato un negoziato con i Paesi membri al fine di raggiungere il consenso nell’applicazione di una procedura di ritorsione prima della fine di Giugno cosi’ da far partire i nuovi dazi da Luglio.

Il piano di rappresaglia include l’applicazione di dazi compensativi (“rebalancing duties“), in linea con i regolamenti della World Trade Organization (WTO) e corrispondenti ad una lista di prodotti in precedenza gia’ notificati alla WTO. La misura rientra nell’ambito del WTO Safeguards Agreement che consente una compensazione corrispondente al danno causato dalle misure statunitensi alle esportazioni comunitarie per un valore di 6.4 miliardi di euro. L’UE, dunque, esercitera’ i suoi diritti immediatamente su prodotti statunitensi fino a un valore di 2.8 miliardi di dollari. Il residuo (3.6 miliardi di dollari) avverra’ a partire da Marzo 2021, o anche prima qualora la WTO definisca come “illegali” le misure adottate da Washington.

Il grande problema per la WTO e’ la motivazione fornita dagli Stati Uniti per l’introduzione dei dazi. Infatti, mai in precedenza la WTO ha dovuto pronunciarsi sul fatto se la tutela della sicurezza nazionale puo’ rappresentare una giustificazione legale per imporre misure tariffarie di protezione.

Da dove e’ scaturita la decisione di Trump?

In generale, precedente ad ogni decisione in materia commerciale da parte del Presidente Trump vi e’ un’indagine approfondita sul caso da parte dello United States Trade Representative (USTR), l’Ambasciatore Robert E. Lighthizer (che trova riscontro giuridico nella Sezione 301 del Trade Act del 1974, che attribuisce all’USTR ampia autorità, subordinata alle direttive presidenziali, nel contrasto di pratiche commerciali ritenute sleali o eccessivamente onerose per il commercio statunitense da parte di paesi esteri). Anche in questo caso, nel Maggio scorso, Lighthizer ha delineato, nel suo documento “2018 National Trade Estimate Report on Foreign Trade Barriers” gli aspetti critici dell’attuale rapporto commerciale tra Stati Uniti ed Unione Europea.

Secondo l’analisi di Lighthizer, nel 2017 il deficit commerciale statunitense di beni con l’UE è stato pari a 151.4 miliardi di dollari, con un aumento del 3.2% (4.7 miliardi di dollari) rispetto al 2016 ed il seguente dettaglio:

  • esportazioni di beni USA verso UE: 283.5 miliardi di dollari (+ 5.2% rispetto al 2016);
  • importazioni di beni UE verso USA: 434.9 miliardi di dollari (+ 4.5% rispetto al 2016);
  • esportazioni di servizi USA verso UE: 239.8 miliardi di dollari;
  • importazioni di servizi UE verso USA: 188.5 miliardi di dollari.

Nonostante il quadro delineato di grande convenienza reciproca nell’incentivare lo scambio, secondo Lighthizer, persistono per gli esportatori e gli investitori statunitensi ostacoli all’ingresso, al mantenimento o all’espansione della loro presenza in alcuni settori del mercato dell’UE. In particolare, gli Stati Uniti si trovano costantemente di fronte ad una proliferazione di ostacoli tecnici agli scambi, in parte riconducibili ai più recenti processi normativi comunitari, come ad esempio l’introduzione degli atti delegati. Questi processi, a detta di Lighthizer, mancano di chiarezza ed efficacia per garantire che ogni rilievo statunitense alle regolamentazioni tecniche comunitarie possa essere adeguatamente notificato al Comitato WTO dedicato agli ostacoli tecnici agli scambi (Accordo TBT, Technical Barriers to Trade).

Lasciamo alla lettura del report per ogni approfondimento tecnico, e spostiamo l’attenzione su come risolvere il problema senza dover ricorrere a misure che andrebbero a danno di entrambi gli schieramenti. Le due posizioni che prendo in considerazione sono piu’ concilianti (“dove“) e meno aggressive (“hawk“), andando controcorrente rispetto all’opinione dominante in Europa di alimentare lo scontro commerciale.

La prima e’ di Hans-Werner Sinn, secondo cui la Commissione europea dovrebbe perseguire una strategia di allentamento della tensione, negoziando una riduzione dei dazi comunitari sulle importazioni dagli Stati Uniti e la ripresa dei negoziati sul Partenariato Transatlantico su Commercio e Investimenti (TTIP, Transatlantic Trade and Investment Partnership). Ciò consentirebbe a Trump di portare una vittoria in casa, utile per le elezioni americane di Midterm a novembre 2018, aumentando allo stesso tempo lo standard di vita comunitario.

Secondo Sinn, le misure di ritorsione predisposte dalla Commissione Europea si basano sulla speranza che i produttori americani colpiti facciano pressione sull’amministrazione Trump. Questo ha un impatto emotivo immediato, ma strategicamente puo’ risultare controproducente. L’UE, infatti, impone dazi in maniera notevole: sulle importazioni di auto dagli Stati Uniti pari al 10%, rispetto alla tariffa del 2,5% che gli Stati Uniti hanno in vigore per le importazioni di automobili dall’UE; sui prodotti agricoli (69% sulle carni bovine e 26% sulla carne di maiale), a causa dei quali i prezzi agricoli europei sono, in media, circa il 20% al di sopra dei livelli del mercato mondiale. Il protezionismo agricolo europeo danneggia anche gli agricoltori americani perché gli viene negato l’accesso all’enorme mercato europeo. Quindi, a tale riguardo, secondo Sinn, Trump non avrebbe neanche torto nel criticare il protezionismo comunitario.

La seconda posizione e’ quella espressa da Daniel Gros, secondo cui sono le emozioni e gli atteggiamenti politici a breve termine, piuttosto che la logica economica, che stanno dettando la reazione dell’UE. C’è una incoerenza di fondo, infatti, nella posizione di Bruxelles laddove l’UE sostiene che le tariffe sulle importazioni di acciaio danneggino principalmente gli stessi Stati Uniti. Ciò implica, dunque, che anche le contromisure adottate dall’UE danneggeranno principalmente l’Europa.

Secondo Gros, la corretta risposta alla richiesta di Trump dovrebbe essere l’accettazione da parte della UE di c.d. “restrizioni volontarie all’esportazione” (VER, Voluntary Export Restraint) che, da un punto di vista strettamente economico, rappresentano una valida alternativa ai dazi per il paese esportatore.

La posizione di Gros e’ molto pragmatica. L’Europa dipende dall’ombrello di sicurezza degli Stati Uniti, per cui una logica economica fredda deve giungere prima di un orgoglio politico mal riposto, soprattutto in vista delle ulteriori controversie che attendono il Vertice NATO di Luglio.

Il fatto che una VER possa soddisfare la domanda degli Stati Uniti significa che la saggezza convenzionale sottostante ai negoziati commerciali (supportata dai modelli di teoria dei giochi, secondo la quale la rappresaglia è la migliore strategia) in questo caso non e’ la soluzione win-win. Quanto suggerito dai modelli economici è vero in una negoziazione “normale” in cui entrambi i partner utilizzano la minaccia dei dazi come principale strumento di contrattazione. Ma qualora un partner (gli Stati Uniti) accetta di eliminare i suoi dazi in cambio di restrizioni volontarie all’esportazione, questo nuovo scenario diventa il piu’ proficuo per entrambi.

Con i dazi all’importazione sull’acciaio annunciati, infatti, gli Stati Uniti otterranno delle entrate anche se moderate. Secondo calcoli di Gros, un dazio all’importazione generalizzato del 25% sui prodotti di acciaio potrebbe fruttare quasi 4 miliardi di dollari all’anno, anche se le importazioni dovessero diminuire di circa la metà (fino a $ 16 miliardi). Ma l’introito è trascurabile rispetto al deficit fiscale degli Stati Uniti, che potrebbe raggiungere circa 1 trilione di dollari quest’anno. Se l’UE concordasse una VER, lo scambio commerciale si manterrebbe meno vincolato e piu’ proficuo per entrambi e, in piu’, i produttori europei riceverebbero quei 4 miliardi di dollari dai maggiori ricavi sulle vendite in assenza di dazi.

L’UE ha ostacolato a lungo in ambito WTO l’applicazione dei VER. In questo caso, pero’, secondo Gros, la soluzione avrebbe un senso economico principalmente per la UE. L’acciaio è il problema di oggi, il settore auto sembra delinearsi come quello successivo e chissà quali altri settori arriveranno dopo. Invece di impegnarsi in una costosa strategia di escalation con il suo maggiore partner commerciale, i leader europei dovrebbero adottare la scelta migliore in termini di pragmatismo.

Le due posizioni di Sinn e di Gros introducono due aspetti finora poco (o per nulla) trattati, ossia la concessione da parte della Commissione Europea di aperture agli Stati Uniti, finalizzate al TTIP l’una e ad accordi VER l’altra. Cio’ potrebbe sembrare una dimostrazione di debolezza. In realta’ e’ solo un modo di seguire il vecchio adagio comune nel backgammon e nei board games in generale per cui “if the table isn’t going in your favor, you have to turn the table”.

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Fabio Vanorio è un dirigente del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, in aspettativa dal 2014. Attualmente, risiede a New York dove ha in corso progetti di ricerca accademica in materia di mercati finanziari, economia internazionale ed economia della sicurezza nazionale. Scrive per l’Hungarian Defense Review e per l’Istituto Italiano di Studi Strategici “Niccolò Machiavelli”.

DISCLAIMER: Tutte le opinioni espresse sono da ricondurre all’autore e non riflettono alcuna posizione ufficiale riconducibile né al Governo italiano, né al Ministero degli Affari Esteri e per la Cooperazione Internazionale.

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