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Che cosa cela lo strattone di Matteo Renzi a Paolo Gentiloni

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I Graffi di Damato sui rapporti interni al Pd a partire da quelli fra Paolo Gentiloni e Matteo Renzi

Dietro la sfida di Matteo Renzi ai suoi avversari nell’assemblea nazionale del Pd –“Ci rivedremo al congresso, dove tornerete a perdere e continuerete ad attaccare chi avrà vinto”- alcuni osservatori hanno intravisto più o meno esplicitamente la tentazione dell’ex segretario di riproporsi lui stesso alla guida del partito quando si stringeranno i giochi, a ridosso delle primarie di febbraio. O la tentazione, forse più probabile, di convincere a candidarsi con le buone o con le cattive il recalcitrante amico Graziano Delrio, arroccatosi sino ad ora nella difesa della sua postazione, non certo irrilevante, di capogruppo del Pd alla Camera.

Il lavoro sino ad ora a Montecitorio è francamente scarseggiato, ma dovrà per forza intensificarsi dopo la pausa estiva, quando verranno al pettine i nodi dei provvedimenti varati o per lo più annunciati, o minacciati, da grillini e leghisti spesso più in concorrenza fra loro che in vera sintonia di governo. Ma soprattutto ci sarà da approvare la legge-ex finanziaria e si vedrà di che stoffa saranno veramente le opposizioni di Silvio Berlusconi da una parte, a dispetto dei rapporti che perdurano col tuttora alleato elettorale Salvini, e del Pd dall’altra, col rimpianto che alcuni settori hanno dell’occasione mancata dell’accordo con i grillini, esplorato durante la crisi, su incarico del capo dello Stato, dal presidente pentastellato della Camera.

Può darsi che proprio nella pratica vera dell’opposizione Delrio maturi altre convinzioni sul suo futuro nel partito accettando ciò che sinora gli ha inutilmente proposto Renzi. Il quale tuttavia un’uscita di sicurezza, se dovesse perdurare l’indisponibilità di Delrio, secondo me l’ha già abbozzata. Ed è in una direzione molto diversa, se non opposta, a quella apparsa coll’affondo di Renzi, nell’intervento all’assemblea nazionale, contro Paolo Gentiloni: il conte cattolico e ambientalista da lui recuperato dall’ormai seconda fila della politica nel proprio governo con la promozione a ministro degli Esteri, e poi spinto a Palazzo Chigi, al suo posto, dopo la sconfitta referendaria del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale.

Durante la lunga, lunghissima campagna elettorale seguita a quella sconfitta, e intramezzata dal congresso anticipato del Pd, con relativa scissione, furono tanto numerosi quanto inutili i tentativi interni ed esterni allo stesso Pd di mettere Renzi e Gentiloni l’uno contro l’altro.

Renzi sembrò cascare in questo gioco dopo le elezioni del 4 marzo scorso, quando attribuì la responsabilità della sua nuova sconfitta al rifiuto delle elezioni anticipate nel 2017 oppostogli dal capo dello Stato Sergio Mattarella con l’aiuto proprio di Gentiloni. Al quale l’ex segretario del Pd ha aggiunto questa volta, davanti all’assemblea nazionale, l’accusa, fra l’altro, di non avere cercato di imporre col ricorso alla fiducia la controversa legge sulla cittadinanza più facile, o meno complicata, come preferite, ai figli degli immigrati nati in Italia.

Ma anche quella di non essersi speso per fare approvare anche dal Senato la legge contro i vitalizi degli ex parlamentari approvata dalla Camera su iniziativa di un deputato piddino, e renziano, entrato in concorrenza, su questo tema, con i grillini. Che avrebbero quindi tratto vantaggio nelle elezioni dal comportamento contraddittorio del Pd fra Camera e Senato su un tema ritenuto di grande popolarità, anche se di dimensioni irrisorie, per il risparmio conseguibile, e di controversa legittimità.

La stilettata finale di Renzi a Gentiloni, che si è limitato a dichiararsene “imbarazzato”, è sembrata micidiale: “Non è l’algida sobrietà che fa sognare un popolo”. Ma è appunto sembrata micidiale. Siamo proprio convinti che Renzi abbia voluto rompere i ponti con l’ex presidente del Consiglio, regalandolo imprudentemente e definitivamente ai suoi avversari in vista di un congresso che pure essi sarebbero destinati a perdere?

Ho personalmente il sospetto che con uno spirito machiavellico di casa per un toscano come lui Renzi abbia voluto in qualche modo scegliersi l’avversario, particolarmente corteggiato, per esempio, dall’ex ministro Carlo Calenda per la guida di un “fronte repubblicano” contestato invece da Nicola Zingaretti.

Renzi forse ritiene Gentiloni, fra tutti, pur nella sua -ripeto- “algida sobrietà”, il meno lontano o incompatibile con lui, il più leale, il meno distruttivo dell’agibilità e delle prospettive del partito, il meno tentabile sia da una fuga all’indietro, verso la ditta post-comunista di Pier Luigi Bersani e compagni, sia da una fuga in avanti con l’inseguimento dei grillini sul terreno della demagogia e dell’imbarbarimento della politica, altro che della sinistra.

Più che di sinistra, Renzi considera il movimento delle 5 stelle una “corrente” della Lega di destra. Che solo la dabbenaggine di D’Alema, nel tentativo di strapparla definitivamente all’alleanza con l’odiato Berlusconi, aveva evidentemente potuto scambiare ai tempi di Umberto Bossi per una “costola della sinistra”.

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