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Ecco cosa si dice a Wall Street della frenesia protezionistica di Donald Trump

Il commento giornaliero ai mercati finanziari di Giuseppe Sersale, strategist di Anthilia Capital Partners Sgr, su Trump, Cohn e i nuovi dazi…

Ieri sera, Wall Street aveva appena archiviato la terza seduta positiva di fila che la notizia delle dimissioni di Cohn hanno inferto un colpo al sentiment. Il primo consigliere economico dell’esecutivo, considerato il principale oppositore delle politiche protezioniste e sostenitore del global trade, lascerebbe perché in disaccordo con l’istituzione dei dazi su acciaio e alluminio che Trump si appresta a firmare.

LE PROSSIME MOSSE DI TRUMP

Il mercato si era illuso i leader repubblicani e lo staff potessero condurre Trump a più miti consigli (ieri si parlava per lo meno di esenzioni per alcuni paesi) e quest’ultima evoluzione lo ha riportato coi piedi per terra. Oltretutto, sono circolate  indiscrezioni che il Presidente Usa potrebbe varare ulteriori sanzioni specifiche nei confronti della Cina (limiti agli investimenti e altri dazi),  per punirla per supposte violazioni di brevetti.

IL NODO DEL CONTENDERE

La questione può essere sintetizzata in questi termini: la recente furia protezionista di Trump può risolversi in un azione principalmente dimostrativa, volta a supportare il proprio indice di gradimento presso l’elettorato in vista delle midterm elections. In questo caso gli effetti non andranno oltre qualche modesta fiammata di volatilità come quella odierna. Viceversa,  se veramente il Presidente intende diventare aggressivo, e intraprendere azioni più vaste e incisive, gli effetti risulteranno tanto più negativi sulla crescita Usa e globale quanto più scateneranno rappresaglie da parte di altri paesi, creando i presupposti per una vera e propria Trade War.

COME INTERPRETARE IL PRESIDENTE

Personalmente, propendo per  la  prima ipotesi, nonostante le dimissioni di Cohn (che le aveva minacciate più  volte, anche dopo i fatti di Charlottesville). Anche con la Corea, allo stile  aggressivo  di Trump non sono poi seguite azioni particolarmente decise. Inoltre il presidente guarda all’elettorato,  ma non è affatto  indifferente alle richieste delle aziende. E le controparti, Cina in primis, hanno mostrato nei fatti atteggiamenti prudenti e costruttivi. Detto questo, la probabilità di un escalation, a questo punto, non è trascurabile.

EFFETTO TRUMP

Intuibilmente, l’impatto sulla seduta asiatica delle notizie su Cohn si è notato. Con i future sugli indici USA in calo di oltre un punto alla riapertura, e lo Yen in recupero, Tokyo non ha avuto scampo. Comprensibilmente negativi anche gli indici cinesi, alla  luce delle citate indiscrezioni. In ogni caso i cali, in particolare delle “A” shares, sono risultati tutto  sommato contenuti. A favore dei mercati locali forse le rassicurazioni del  Ministro delle Finanze che nonostante il target di deficit più  basso la politica fiscale  resterà  espansiva.

NIENTE SBANDAMENTI

A metà giornata il sentiment è migliorato ulteriormente. Almeno un paio di catalyst possono essere citati a supporto del recupero:
** L’ADP  Survey di febbraio ha sorpreso in positivo, segnalando 235.000 nuovi occupati del  settore privato, con gennaio rivisto in positivo di 10.000 (a 244.000). Vedremo cosa dirà  il  BLS venerdì ma sembra evidente che il mercato del  lavoro  US resta robusto, in linea con quanto mostrato da  altri indicatori. Dovesse confermarsi un po’ di inflazione salariale, sembra sensato attendersi che i consumi US mantengano un buon ritmo di crescita.
** Trump ha mandato un tweet assai conciliatorio sulla questione cinese: la relazione con la Cina di recente è  ottima e il  Presidente attende che giungano le  proposte per ridurre di 1 bln il deficit commerciale USA-Cina, come concordato mesi fa al meeting bilaterale. Non sembra davvero un target proibitivo. Il tweet ha anche depotenziato il dato di trade deficit sopra attese di gennaio.

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