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Perchè un nuovo accordo Opec non garantirà stabilità al prezzo del petrolio

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petrolio

L’Opec e altri grandi produttori di petrolio si incontrano a Vienna per stabilire nuovi tagli alla produzione. Ma un accordo non assicurerà la stabilità del mercato del greggio

 

Nuovi incontri. E forse, nuovi accordi e nuovi tagli alla produzione di petrolio, con l’obiettivo di aumentare il prezzo al barile e definire un futuro più stabile (e roseo) al mercato del greggio. Fino ad oggi, nonostante i vecchi tagli, infatti non ha dato segnali molto convincenti, colpa sicuramente delle vicende geopolitiche, ma anche dell’incertezza (causa Mosca) che ruotava intorno a questo accordo. Ma andiamo per gradi.

Il vecchio accordo Opec

opec petrolioCome scrive Bloomberg, dal 1 gennaio 2017, giorno in cui l’accordo è entrato in vigore, i Paesi Opec e non (come la Russia) hanno già tagliato la produzione di petrolio di 1,5 milioni di barili al giorno, oltre l’80% dell’obiettivo collettivo, almeno secondo le stime fornite da Khalid Al-Falih, ministro dell’Energia e dell’Industria dell’Arabia Saudita. L’accordo, ricordiamo, prevede una riduzione di 1,8 milioni di barili al giorno per sei mesi.

Il 30 novembre 2016 i Paesi del cartello hanno raggiunto il primo accordo per la riduzione della produzione di 1,2 milioni di barili, con l’obiettivo di produzione massima a 32,5 milioni di barili al giorno. L’Arabia Saudita si era impegnata a diminuire la produzione di circa 400 mila barili giornalieri.Gli Emirati Arabi dovevano tagliare di 150 mila barili. L’Iraq dovrà diminuire di 130 mila barili la produzione.

Finta Stabilità

Subito dopo l’accordo, il prezzo del barile è tornato a salire, sopra la soglia dei 50 dollari al barile. Sembrava che la ripresa fosse vicina e invece, nelle ultime settimane, il prezzo è tornato a scendere.  A pesare sulle quotazioni di greggio è la crisi del Venezuela, ma anche l’alta produzione degli Usa. C’è il ritorno alla produzione della Libia e la questione Russia (quanto Mosca è disposta ancora a tagliare?).

Il Venezuela vive una crisi sempre più profonda, economica e politica. ‘inflazione continua a crescere e supera ormai il 500%, mentre non si vede quale potrebbe essere una via d’uscita. Il governo di Nicolás Maduro si rifiuta qualsiasi possibilità di convocare nuove elezioni come chiede l’opposizione. Ci sono stati scontri in strada, feriti e diversi morti.

Il Venezuela è un Paese che siede su alcune delle più grandi riserve mondiali di greggio. A causa della crisi, però, la produzione è crollata già del 10% lo scorso anno e tale trend proseguirà anche nel 2017. Ad un calo della produzione, corrisponderà anche, secondo il parere degli analisti un calo della domanda. L’instabilità potrebbe rappresentare un rischio per per il mercato petrolifero.

A pesare sul prezzo del petrolio anche la situazione libica, dove si combatte ancora per il petrolio. In Libia è in corso una guerra civile: più forze e governi si scontrano per il controllo del territorio Mezza Luna. Da fine marzo, a ovest del Paese si è insediato il governo di unità nazionale, con sede e Tripoli, appoggiato dall’ONU e guidato dal primo ministro Fayez Serraj. Ma il Governo non è appoggiato dallo Stato islamico, che da diversi mesi combatte per conquistare le città più importanti del Paese, da Libia petrolioaltre decine di milizie, e dai soldati del generale Khalifa Haftar, che ha dato vita ad un secondo governo libico, con sede a Tobruch (Libia orientale). Fino ad oggi il generale Khalifa Haftar si è rifiutato di trovare un accordo con Serraj che riconosca la presenza di un unico governo in tutta la Libia.

 

Ad esser contesi sono i pozzi di petrolio: avere il controllo dei quattro principali porti petroliferi del Paese, Ras Lanuf , es Sider (Sidra), Zueitina e Brega, significa avere sotto controllo l’economia del Paese. La guerra ha causato il blocco di alcuni impianti, portando la quotazione di greggio a a salire. In queste ore, però, si diffondono rumors in basi ai quali c’è stata una ripresa della produzione. La cosa influenzerà in modo negativo il prezzo dell’oro nero.

E poi c’è la questione della Nigeria.  Niger Delta Avengers, militanti che rivendicano una maggiore autonomia e una più equa ridistribuzione dei proventi dell’industria, hanno più volte compiuto attacchi ai danni di condutture e impianti petroliferi nell’area del delta del Niger, causando il crollo della produzione di greggio. Ricordiamo anche che la Nigeria (proprio come la Libia) è stata esente dai tagli di produzione.

L’America di Trump pesa sul futuro del prezzo del petrolio a causa dell’aumento della produzione di shale, con un costante aumento delle giacenze di greggio, mentre la Russia deve ancora fornire una sua posizione ufficiale su eventuali nuovi tagli.

Nuovi tagli?

Forse una nuova stabilità, magari meno volatile, la si ritroverà dopo un nuovo accordo. Il cartello produttore, affiancato da altri come la Russia, si riunisce a Vienna per estendere le misure adottate a fine 2016 per altri nove mesi.

petrolioUn nuovo accordo è necessario. Il problema della produzione c’è, e soprattutto, c’è, come spiega l’analista Alexandre Andlauer a Bloomberg, quello delle troppe riserve accumulate negli anni passati. È per questo che già oggi, 25 maggio 2017, Arabia Saudita e Russia, su tutti, potrebbero già definire una nuova opzione, almeno, per tre mesi aggiuntivi di tagli.

Se l’incontro di oggi, invece, non dovesse lasciar trapelare l’intento di aprire a tagli ulteriori il prezzo del greggio potrebbe nuovamente tornare a crollare.

L’accordo garantirà stabilità?

No, nemmeno l’accordo potrebbe garantire una vera e propia stabilità del mercato. “Se l’Opec dovesse raggiungere un accordo per nuovi tagli alla produzione, ciò potrebbe comunque non essere sufficiente a creare un contesto di maggiore stabilità dei prezzi dell’oro nero”, ha spiegato Nizam Hamid di WisdomTree a Bloomberg.

Dal’tronde, se è vero che, come sostiene, Pierre Melki di Ubp, anche in seno all’Opec, ci sono problemi legati a Nigeria e Libia, che presto potrebbero ripristanare la loro produzione, è vero anche che il problema più grande, come già accennato, arriva dall’America. E dagli Usa in particolare, dove la produzione è salita a 9,32 milioni di barili al giorno la scorsa settimana. Si tratta di una crescita di 550mila barili nell’ultimo anno. Le mosse Usa, dunque, cancellano almeno un terzo degli impegni che prende l’Opec.

E se la Russia non dovesse più voler stare alle leggi dei tagli, allora, un accordo in seno al Cartello sarebbe inutile. Forse, la soluzione più giusta sarebbe l’istituzione di un nuovo cartello, a cui parteciperebbero attivamente e da capofila Usa e Russia.

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