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Brexit, cosa cambia per gli Italiani (e non solo)

Brexit

La Brexit diventa sempre più realtà e se gli accordi non dovessero garantire import-export senza dazi doganali, non mancheranno le conseguenze anche per l’economia italiana

 

Non si ferma l’Inghilterra: la Brexit ci sarà. Il Regno Unito ha fissato al 29 marzo il B-day, ovvero il Brexit Day. Da quel giorno inizieranno i negoziati per stabilire le condizioni della secessione. Entro 2 anni Londra uscirà dall’Ue. Non mancheranno le conseguenze, dal caro prezzi al trasloco di alcune banche, mentre i cittadini italiani domiciliati sull’isola si stanno affrettando a chiedere la residenza. L’uscita dall’Unione peserà, infatti, anche sui nostri concittadini (e sulla nostra economia).

Su tutto il processo di Brexit pesa, poi, il referendum invocato dalla Scozia, che intende abbandorare il Regno Unito per restare fedele all’Unione Europea. Ma andiamo per ordine.

Brexit Day fissato al 29 marzo

Dopo nove mesi dal referendum, Londra ha deciso la data del Brexit Day. Il 29 marzo 2017, Theresa May invocherà l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, la norma che mette in moto la secessione di uno stato membro dall’Unione Europea. Da quel giorno partiranno i negoziati con l’Ue ed entro massimo due anno (ovvero entro il 29 marzo 2017), l’Inghilterra sarà fuori dall’Ue, a meno che Londra e Bruxelles non decidano congiuntamente di prolungare la trattativa.

In quel caso potrebbe subentrare un accordo transitorio durante il quale i rapporti fra Gran Bretagna e Ue resteranno sostanzialmente invariati. È difficile, infatti, che tutte le questioni vengano risolte in soli 24 mesi.

Il caro prezzi

Lo abbiamo detto più volte che la Brexit porterà con sé numerose conseguenze. Una di queste sarà il caro prezzi. Partiamo dalle conseguenze che interessano direttamente Londra.

Salirà, tra le altre cose, il costo delle vetture. Sì, secondo le stime di Pa Consulting Group, una società di analisi britannica, acquistare un’automobile dopo la Brexit potrebbe costare agli inglesi 2400 sterline (circa 3 mila euro) in più. La cosa, però, si verificherebbe solo se entrassero in vigore semplicemente le norme del WTO, ovvero se tra due anni non ci saranno accordi commerciali che garantiscano un import-export senza dazi doganali.

brexit“Il potenziale impatto della Brexit sul settore auto, se il governo britannico non raggiungerà un accordo con la Ue”, sarebbe importante. Soprattutto se si pensa che alcune case automobilistiche che producono a Londra sarebbero pronte a trasferirsi sul continente Toyota, però, ha annunciato la settimana scorsa 240 milioni di nuovi investimenti in Gran Bretagna e Nissan è pronta a rafforzare la sua fabbrica di Sunderland, la più grande di tutta l’Inghilterra. A rischio chiusura è la fabbrica della General Motors che produce la Vauxhall, il marchio della Opel inglese, dopo l’acquisto di Opel da parte di Pegeout.

Le conseguenze per l’export italiano

Sempre nel caso di mancati accordi, ci sarebbero importanti conseguenze anche pe l’export italiano. L’Inghilterra, infatti, è un buon mercato. Basti pensare che nel 2015, l’interscambio commerciale tra i due Paesi è stato pari a 33,1 miliardi di euro, in aumento del 5,9% rispetto al 2014 e, soprattutto, con un saldo positivo per l’Italia di 11,9 miliardi di euro. Le esportazioni italiane a Londra erano pari a 22,5 miliardi di euro, registrando un +7,4 rispetto al 2014.

E ancora. Secondo alcune previsioni SACE, l’export verso l’Inghilterssa dovrebbe registrare una crescita media annua del 5,5% nel periodo 2017-2019. Numeri che fanno ben sperare l’economia del Bel Paese. Senza però trattati che favorirebbero l’interscambio, dal 2019 in poi potrebbero esserci importanti ripercussioni, con conseguenze negative per l’Italia.

Brexit: Goldman Sach e Morgan Stanley pronti al trasloco

Le vecchie indiscrezioni, di cui abbiamo ampiamente parlato nei mesi scorsi, sembrerebbero esser state confermate negli ultimi giorni. Bloomberg, infatti, scrive che Goldman Sachs e Morgan Stanley sarebbero già pronti al trasloco. Non sappiamo bene dove, ma starebbero già facendo le valigie.

BancheA dirla tutta, Goldman Sachs starebbe pensando di approdare far approdare a Francoforte mille impiegati. Almeno secondo quanto dichiarato da una fonte bene informata all’agenzia americana. Morgan Stanley, invece, sarebbe indecisa se trasferirsi a Francoforte o Dublino. Per ora sta cercando gli uffici dove poter mandare 300 dipendenti.

A Francoforte potrebbe anche arrivare la Standard Chartered, che sarebbe indecisa con Dublino: quel che è certo è che l’istituto intende spostare degli uffici nei Paesi dell’Ue. La britannica Lloyds Banking Group scommetterà sulla Germania (e su Francoforte).

A Parigi potrebbe volare la Hsbc Holdings. In questo caso la scelta sarebbe ben mirata: 10 anni fa, infatti, il gruppo britannico ha acquisito una banca commerciale francese.

E mentre Barclays, altra banca britannica, sceglie l’Irlanda (Dublino), come base Europea, Citigroup potrebbe, invece, optare per l’Italia. E per l’Irlanda, per la Spagna, per l’Olanda, per la Germania. La società starebbe valutando l’apertura di nuovi uffici in tutta Europa.

Italiani a Londra: la corsa per richiedere la residenza

brexitFino a oggi i cittadini europei che sceglievano di trasferirsi nel Regno Unito non dovevano chiedere nessun permesso di soggiorno. Ma le cose, ora, probabilmente cambieranno. Ed è per questo che sono in tanti a voler richiedere la residenza, ovvero un un documento al Home Office che provi la condizione di residente.

A richiedere la residenza possono essere lavoratori dipendenti, lavoratori autonomi, studenti o persone finanziariamente autonome che abitano nel Regno Unito da almeno cinque anni. SI può richiedere un registration certificate sia per sé, sia per i componenti della famiglia un registration certificate. Anche chi è residente nel Regno Unito da soli 2 o 3 anni, se possiede i requisiti previsti dalla legge, puó richiedere la residenza permanente.

Per ottenere il documento basta rivolgersi al Home Office. Servirà rispondere ad un formulario, allegare l’originale di un documento di identità (verrà restituito dopo un paio di mesi ) e i documenti che attestano il diritto a risiedere nel Regno Unito: buste paga, P60, Self assessment degli ultimi anni, eccetera. Si pagano 65 sterline a mezzo carta di debito o credito o assegno.

E l’Erasmus?

La Brexit dovrebbe salvare l’Erasmus. Anche se ancora è tutto un’incognita, è vero anche che il programma on è più limitato al solo ambito europeo. C’è da dire comunque che proprio il Regno Unito è la meta preferita di numerosi studenti, che volano a Londra per migliorare il proprio inglese.

Un ostacolo per i trattati: Il referendum della Scozia

A pesare sul processo di Brexit e sugli accordi potrebbe essere la posizione della Scozia, che intende fissare un referendum per uscire dal Regno Unito e rimanere in Europa (ricordiamo che contro l’uscita dell’Ue avevano votato il 62% degli scozzesi).

Scozia brexit“Domanderò al Parlamento scozzese di autorizzarmi a trovare un accordo con il governo britannico per avviare le procedure”, ha affermato la First Minister scozzese Nicola Sturgeon, incontrando i giornalisti alla Bute House. Alla donna non piace “il muro di intransigenza” che ha alzato il Regno Unito quando la Scozia ha chiesto di essere coinvolta nei negoziati. “Ci meritiamo di scegliere il nostro futuro, l’opzione del ‘non cambiamento’ non è più disponibile”, ha aggiunto la Sturgeon.

Londra ha già risposto con un secco ‘no’ alla proposta avanzata dalla Scozia, temendo che l’addio della Scozia potrebbe causare “un’enorme incertezza economica nel peggior momento possibile”.

Ma Edimburgo puà comunque indire un referendum. L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è una volontà che gli scozzesi non intendono accettare, dal momento che cambia radicalmente gli scenari. Il manifesto dello Scottish National Party, approvato al congresso 2016, permette alla Scozia di concorrere in ricorso in caso di un “significativo o materiale cambiamento” della posizione costituzionale della Scozia all’interno del Regno Unito.
Il referendum dovrebbe esser fissato tra l’autunno del 2018 e la primavera del 2019, nei mesi in cui è prevista l’uscita di Londra dall’Ue.

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