Tonfo a Piazza Affari per Leonardo dopo i rumors sul mancato rinnovo di Roberto Cingolani al timone del colosso della difesa e aerospazio italiano a controllo statale.
Le indiscrezioni sulla volontà del governo italiano di non confermare l’ingegnere (ed ex ministro) alla guida di Leonardo hanno provocato un forte calo del titolo in Borsa (il 7 aprile ha perso l’8,05%), con il mercato che ha reagito negativamente all’incertezza sul futuro management del gruppo di Piazza Monte Grappa.
Roberto Cingolani ha assunto la guida di Leonardo nel maggio 2023, durante il suo mandato il titolo della società ha registrato una crescita superiore al 500% con il titolo passato da circa 10,50 euro fino a toccare quota 64 e un’impennata degli ordini, come sottolineato dal Financial Times, sostenuta anche dal contesto geopolitico internazionale e dall’espansione del settore difesa. Sotto la sua guida il gruppo ex Finmeccanica ha consolidato partnership industriali con Airbus e Thales nel settore spaziale, con Baykar nei droni e con Rheinmetall nella difesa terrestre, rafforzando il posizionamento internazionale della società.
Nonostante i risultati finanziari e industriali positivi, il mercato si interroga quindi sulle ragioni del possibile mancato rinnovo. Due investitori, che hanno parlato a condizione di anonimato al Ft, sostengono che la possibile rimozione di Cingolani sarebbe “politica”, in quanto non vi era “alcuna giustificazione economica” per una tale decisione.
In assenza di motivazioni ufficiali, tra le ipotesi emergono da un lato la volontà del governo di rafforzare il controllo politico sulle partecipate strategiche, privilegiando figure considerate più allineate, dall’altro alcune divergenze sulla visione industriale di Cingolani, in particolare sul progetto Michelangelo Dome. Il sistema multi-dominio interconnesso basato sull’intelligenza artificiale, considerato centrale nella nuova strategia di Leonardo, avrebbe provocato frizioni internazionali, nello specifico con gli Stati Uniti.
Queste restano solo congetture per ora, dal momento che manca l’ufficialità: la scadenza per la presentazione delle liste per il rinnovo del consiglio di amministrazione da parte del Mef, principale azionista (30,2%), è entro il 13 aprile. L’Assemblea degli Azionisti è convocata in sede ordinaria il prossimo 7 maggio 2026 in unica convocazione.
Tutti i dettagli.
CROLLO DEL TITOLO IN PIAZZA AFFARI
Nella seduta del 7 aprile le azioni Leonardo hanno registrato una brusca flessione, arrivando a perdere oltre il 7%, fino a 57,8 euro per azione, risultando il peggior titolo del Ftse Mib nonostante il rialzo generale di Piazza Affari. In termini di capitalizzazione, il gruppo ha bruciato quasi 3 miliardi di euro in Borsa.
A spingere le vendite ci hanno pensato le crescenti indiscrezioni secondo cui l’esecutivo Meloni starebbe valutando di non confermare Roberto Cingolani come amministratore delegato.
COSA SOSTENGONO GLI ANALISTI
Secondo gli analisti di Intermonte “il mancato rinnovo di Cingolani rappresenterebbe una scelta non gradita al mercato tenuto conto dei risultati conseguiti da Cingolani negli ultimi anni. Il cambio di management creerebbe inoltre una fase di incertezza strategica (rispetto alle joint venture in ambito europeo create da Cingolani nei settori spazio con Airbus e Thales, droni con Baykar, difesa terrestre con Rheinmetall) in un momento di forti tensioni geopolitiche”.
Anche Banca Akros sottolinea i risultati ottenuti sotto la gestione dell’attuale ad: “Leonardo ha costantemente superato i propri target finanziari sotto la guida di Roberto Cingolani (nominato nel maggio 2023). Tuttavia, un cambio di amministratore delegato non modifica di per sé il posizionamento strategico del gruppo né i fondamentali del settore”.
L’ASSIST DI BARCLAYS A CINGOLANI
Nel frattempo ieri è intervenuta Barclays “in difesa” di Cingolani confermando il rating “overweight” per l’azienda di Piazza Monte Grappa e alzando il target price da 71 a 74 euro (upside del 29%).
“Consideriamo il management attuale una componente essenziale della tesi di investimento”, ha evidenziato la banca britannica, ricordando la trasformazione operata da Cingolani da quando ha assunto la guida nel 2023: portafoglio ordini record a 24 miliardi nel 2025, tasso di conversione del free cash flow salito al 58%, bilancio risanato con un rapporto debito netto/Ebitda di appena 0,4 volte e revisioni al rialzo degli utili del 42% negli ultimi 15 mesi, contro il 26% della media del settore.
Inoltre, secondo Barclays il tempismo di un eventuale cambio al timone non sarebbe dei migliori, visti i dossier strategici aperti. C’è l’accordo verbale con Rheinmetall su alcuni asset di Iveco, ma anche la potenziale partnership con un fondo sovrano saudita per le Aerostrutture attesa entro giugno. “Un cambio di management ora, con queste operazioni in corso, potrebbe causare ulteriori ritardi e pone chiaramente un rischio alla equity story nel breve termine”, hanno concluso gli analisti.
IL PROGETTO MICHELANGELO DOME TRA LE RAGIONI DEL POSSIBILE AVVICENDAMENTO?
Alcune valutazioni riguarderebbero l’autonomia decisionale del manager, ritenuta eccessiva da parte di alcuni ambienti governativi, in un settore considerato strategico come quello della difesa.
Secondo diverse ricostruzioni, alla base del deterioramento dei rapporti tra Cingolani e il governo vi sarebbero divergenze sulla strategia industriale e sulla gestione del gruppo.
“Due le ipotesi, o meglio, soprattutto una: il carattere fumantino, impolitico e troppo autonomo di Cingolani” secondo La Stampa. “In tre anni l’ex ministro ha costruito accordi con le francesi Airbus e Thales nello spazio, con i turchi di Baykar nei droni, con i già citati tedeschi di Rheinmetall nella difesa di terra. Poi è arrivato il “Michelangelo Dome”, il progetto di difesa aerea grazie al quale contava nella riconferma. Un investimento da oltre venti miliardi di euro e – dicono i maligni – poco gradito al Deep State americano” scriveva ieri il quotidiano torinese.
Lo scorso 27 novembre l’azienda ha presentato infatti il programma Michelangelo Dome, cioè la propria “visione sviluppata negli ultimi tre anni” di un sistema di difesa aerea integrato che “sta facendo di Leonardo un’azienda multidominio che deve garantire la sicurezza globale da ogni tipo di minaccia” aveva annunciato il ceo del gruppo, Roberto Cingolani.
MALVISTO DAGLI USA?
A puntare i riflettori sul Michelangelo Dome come possibile pomo della discordia anche Class Cnbc. “In Ucraina si inizia nel 2026 a testare Michelangelo Dome e questo sicuramente non ha fatto piacere ad alcuni circoli militari e della difesa degli Stati Uniti che non vedono di buon occhio il fatto che un sistema d’arma, un integratore, una piattaforma come quella pensata da Leonardo e da Cingolani possa essere messa in campo, non agli ordini della difesa americana e forse anche in competizione con altre soluzioni come Iron Dome o la difesa integrata che gli Stati Uniti hanno pensato e che vediamo all’opera proprio in questa fase” ha osservato il direttore di Class Cnbc Andrea Cabrini.
Cingolani aveva descritto il progetto Dome come “il più grande programma di integrazione mai realizzato”. Inoltre, l’infrastruttura è disegnata per essere aperta, cioè compatibile con gli asset e le piattaforme difensive di altri paesi e secondo gli standard Nato.
IL SOSTEGNO DEL MINISTRO CROSETTO
Senza dimenticare il sostegno dichiarato dalla Difesa al progetto di Leonardo.
Proprio il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva definito Michelangelo Dome un “progetto importante italiano” e “ne stiamo parlando con tutti i Paesi” aveva dichiarato il ministro, durante un punto stampa tenuto all’ambasciata d’Italia a Parigi, all’indomani di un incontro con l’omologa francese Catherine Vautrin. Nel Michelangelo Dome “ogni Paese può integrare le tecnologie e tutti insieme cooperano nel dare un sistema di difesa avanzatissimo” per “ogni tipo di minaccia”, aveva spiegato Crosetto, precisando che ormai le “minacce sono di diverso tipo” e vanno “da quelle con un costo di tecnologia elevatissimo” a quelle “con scarsissime tecnologia letale”.
IL COMMENTO DEGLI ESPERTI
Secondo un addetto ai lavori che ha richiesto l’anonimato, attribuire l’eventuale mancata conferma di Roberto Cingolani esclusivamente al progetto Michelangelo Dome sarebbe una lettura “forzata” e “semplicistica”, dal momento che il programma – pur essendo considerato avanzato e strategicamente coerente con l’evoluzione della difesa europea – è ancora in fase di sviluppo e non è stato nemmeno testato operativamente.
L’analista sottolinea a Startmag che il progetto ha goduto del sostegno istituzionale fin dalla sua presentazione pubblica e che, sul piano industriale, rappresenta un’iniziativa articolata che integra piattaforme, droni, satelliti, capacità cyber e sistemi d’arma già esistenti o in fase di implementazione, rendendolo economicamente sostenibile e coerente con la strategia di interoperabilità europea.
Per questa ragione, eventuali criticità sul Michelangelo Dome potrebbero al massimo aver contribuito a tensioni sulla gestione del dossier, ma difficilmente ne costituirebbero la causa determinante.
La chiave di lettura prevalente, secondo questa ricostruzione, sarebbe piuttosto politica e relazionale: alla base delle valutazioni del governo vi sarebbero fattori più ampi, tra cui possibili divergenze personali e istituzionali maturate nel tempo tra il management e l’esecutivo. Sul fronte industriale e finanziario, l’esperto ricorda come la strategia impostata sotto la gestione Cingolani continui a essere considerata valida dal mercato, come dimostrano i target price rialzati da diverse banche d’affari, il mantenimento di un sentiment positivo sul titolo e la solidità del backlog industriale del gruppo.
Tuttavia, anche in caso di cambio al vertice, appare improbabile una discontinuità radicale nella strategia industriale, considerato che il percorso di rifocalizzazione di Leonardo su digitale, multidominio, difesa integrata e interoperabilità viene ritenuto ormai strutturale dal mercato e dagli stakeholder.
Non resta dunque che attendere la decisione definitiva del governo. La scelta potrebbe arrivare già nelle prossime ore nell’ambito del confronto di maggioranza sulle nomine delle partecipate pubbliche.







