Dopo giorni di rumors, ieri sera è arrivata l’ufficialità: Roberto Cingolani non è stato riconfermato alla guida di Leonardo.
Il governo Meloni ha deciso di sostituire Cingolani al timone del colosso della difesa e aerospazio italiano indicando Lorenzo Mariani, già condirettore generale di Leonardo con Cingolani nel maggio 2023 fino ad aprile 2025, come nuovo ad del gruppo ex Finmeccanica.
La scelta, formalizzata con il deposito delle liste per il rinnovo dei vertici delle partecipate del ministero dell’Economia, arriva dopo settimane di indiscrezioni con tensioni politiche, divergenze strategiche e attriti interni maturati nei rapporti tra Palazzo Chigi e il manager.
Tutti i dettagli.
IL CAMBIO AI VERTICI DI LEONARDO
Roberto Cingolani non sarà confermato come amministratore delegato di Leonardo, incarico che ricopriva dal 2023. Al suo posto il governo ha indicato Lorenzo Mariani, attuale managing director di Mbda Italia ed executive group director Sales & Business Development di Mbda, con un lungo passato nell’ex Finmeccanica. Contestualmente cambia anche la presidenza della società: Stefano Pontecorvo sarà sostituito da Francesco Macrì, già componente del consiglio di amministrazione del gruppo.
La decisione è stata assunta il 9 aprile nell’ambito del rinnovo dei consigli di amministrazione di quattro grandi partecipate controllate dal ministero dell’Economia: Leonardo, Enel, Eni ed Enav.
I RISULTATI DELLA REGGENZA CINGOLANI
L’uscita di Cingolani avviene nonostante i risultati economici positivi registrati durante il suo mandato.
Roberto Cingolani ha assunto la guida di Leonardo nel maggio 2023, durante il suo mandato il titolo della società ha registrato una crescita superiore al 500% con il titolo passato da circa 10,50 euro fino a toccare quota 64 e un’impennata degli ordini, come sottolineato in settimana dal Financial Times, sostenuta anche dal contesto geopolitico internazionale e dall’espansione del settore difesa. Sotto la sua guida il gruppo ex Finmeccanica ha consolidato partnership industriali con Airbus e Thales nel settore spaziale, con Baykar nei droni e con Rheinmetall nella difesa terrestre, rafforzando il posizionamento internazionale della società.
Nonostante i risultati finanziari e industriali positivi, da giorni il mercato si stava interrogando quindi sulle ragioni del mancato rinnovo, tanto che le indiscrezioni su una sua possibile sostituzione avevano già avuto effetti sul titolo in Borsa, con il mercato che aveva reagito negativamente alle prime voci di avvicendamento.
IL NODO DEL RAPPORTO CON PALAZZO CHIGI
Secondo i retroscena emersi nelle ultime settimane, alla base della scelta ci sarebbe il deterioramento del rapporto fiduciario tra Cingolani e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. A incidere sarebbero state, tra l’altro, una serie di tensioni legate alle promozioni interne alla società e alle lamentele di dirigenti e manager vicini all’area di Fratelli d’Italia.
Fonti di stampa riferiscono inoltre di una crescente irritazione della premier per quella che a Palazzo Chigi sarebbe stata percepita come la “troppa autonomia” dell’amministratore delegato nella gestione di dossier strategici.
MALVISTA DALLA POLITICA L’ASCESA DI HELGA COSSU
Sempre secondo le ricostruzioni stampa delle ultime ore, alla mancata riconferma di Roberto Cingolani avrebbero contribuito anche i contrasti sulla sua gestione interna di Leonardo. Tra i vari provvedimenti i riflettori sono puntati sul ruolo crescente di Helga Cossu a Piazza Monte Grappa.
Come ricostruisce Repubblica, “ex giornalista di Skytg24, in rapida ascesa: assunta nel 2023, poi nominata direttore generale della Fondazione Leonardo, in rotta con Luciano Violante, infine messa a capo di una nuova maxi unità creata ad hoc. L’incarico dice tutto: responsabile della strategia globale di brand, identità digitale e iniziative di outreach del gruppo. Ecco la colpa di Roberto Cingolani secondo palazzo Chigi. Così grave da costargli la riconferma alla guida del colosso della difesa”.
Senza dimenticare che prima della decisione definita del governo sul rinnovo dei vertici delle parteicpate, Cingolani ha promosso ancora Cossu: quest’ultima ha assunto il ruolo di direttore della Comunicazione, subentrando a Stefano Amoroso, che lascia l’incarico dopo circa tre anni.
Sulla stessa linea è anche il Foglio: “Dicono che Cingolani paghi tutto quel potere concesso a Helga Cossu, direttrice generale di ben due Fondazioni, Leonardo e Ansaldo. Una, la Leonardo, venne tolta in malo modo a Luciano Violante e ancora il modo, direbbe Dante, lo offende”
IL CASO MICHELANGELO DOME
Oltre alla gestione aziendale, tra i dossier più delicati figura Michelangelo Dome. Il sistema multi-dominio interconnesso basato sull’intelligenza artificiale, considerato centrale nella nuova strategia di Leonardo, avrebbe provocato frizioni internazionali, nello specifico con gli Stati Uniti.
Lo scorso 27 novembre l’azienda di Piazza Monte Grappa ha presentato il programma Michelangelo Dome, alla presenza anche di vertici e rappresentanti della Difesa. Proprio il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva definito Michelangelo Dome un “progetto importante italiano” e “ne stiamo parlando con tutti i Paesi” aveva dichiarato il ministro, durante un punto stampa tenuto all’ambasciata d’Italia a Parigi, nello stesso giorno.
Secondo quanto ricostruito oggi dal Corriere della Sera, “lo scorso 12 febbraio Cingolani annuncia i risultati e sbandiera l’avvio applicativo dello scudo anti missili, vettori e droni denominato «Michelangelo Dome». Il giorno successivo all’annuncio del progetto, durante un colloquio sull’aereo diretto in Etiopia, Meloni avrebbe manifestato irritazione per la gestione autonoma del programma, considerato particolarmente sensibile sotto il profilo geopolitico e industriale. Il progetto avrebbe inoltre attirato l’attenzione di Stati Uniti e partner europei”.
A Palazzo Chigi, secondo queste ricostruzioni, si sarebbe affermata l’esigenza di mantenere un controllo più stretto sui dossier strategici, favorendo così la scelta di un profilo ritenuto maggiormente allineato con l’esecutivo.
I DUBBI SUI RISULTATI DELLA STRATEGIA INDUSTRIALE NEL SETTORE ARMAMENTI
Ma la lista delle possibili ragioni dell’allontanamento di Roberto Cingolani è lunga e alcuni indicano anche i dubbi maturati a Palazzo Chigi sui risultati concreti della sua strategia industriale nel settore degli armamenti.
Secondo questa lettura, diversi annunci relativi alle partnership avviate con Rheinmetall e ad altri programmi strategici non avrebbero finora prodotto sviluppi ritenuti soddisfacenti, mentre l’unica operazione di rilievo portata a termine è l’acquisizione del comparto veicoli militari di Iveco, considerata però da alcuni osservatori un’operazione dal costo elevato.
TRA RIPICCHE POLITICHE E TENSIONI PERSONALI: COSÌ SI È CONSUMATA LA ROTTURA
A ciò si sarebbe anche aggiunta una possibile irritazione politica legata all’intervista concessa da Cingolani a Repubblica all’indomani del referendum, in un clima in cui a Palazzo Chigi – secondo diverse ricostruzioni – peserebbe una forte contrapposizione tra figure percepite come interne o esterne al perimetro della maggioranza.
Sullo sfondo, avrebbero inciso anche tensioni personali e caratteriali: diverse fonti descrivono infatti Cingolani come un manager dal temperamento diretto e conflittuale, e tra le possibili cause della rottura alcuni addetti ai lavori attribuiscono anche un deterioramento dei rapporti con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, considerato uno dei più stretti collaboratori della premier Giorgia Meloni.
LA NOMINA DI MARIANI LETTA COME SCELTA OPERATIVA E NON DI PARTITO
Di tutt’altro avviso Matteo Zanelli, responsabile delle Partnership presso la Camera di Commercio Italo-Americana.
“Chi punta il dito sulla Meloni, per il cambio tra Cingolani e Mariani ai vertici di Leonardo, non ha capito nulla” commenta oggi Zanelli su X. “Basta mettere in fila due fatti per capire che si tratta di una decisione puramente pratica”.
“1) La stampa ha la memoria corta. Nel 2023 fu proprio Giorgia Meloni a volere Cingolani per dare una forte spinta tecnologica all’azienda. Lo fece superando le preferenze di Crosetto, che all’epoca consigliava proprio Lorenzo Mariani. La Premier ha semplicemente preso atto che oggi serve il tecnico che la Difesa chiedeva già tre anni fa” ricostruisce Zanelli.
“2) Mariani non è l’amico di un politico piazzato lì a caso. È un ingegnere che in Leonardo ci ha passato una vita, ex capo del colosso europeo dei missili Mbda e già numero due dell’azienda, lavorando fianco a fianco proprio con Cingolani. È una promozione interna e naturale, zero spartizioni di poltrone” aggiunge.
“3) La cosa più importante: è cambiato il mondo. Cingolani ha fatto un ottimo lavoro per modernizzare l’azienda, ma oggi, con la corsa agli armamenti in Europa, la fase delle grandi visioni è finita. Ora bisogna produrre e consegnare. A Leonardo serve uno che mastichi sistemi militari, fabbriche e contratti internazionali dalla mattina alla sera. E questo profilo ce l’avevano già in casa. Mettere alla guida della più grande industria strategica italiana il suo manager più esperto, proprio nel momento in cui l’Europa si riarma, non è una faida di partito. È fare, molto banalmente, gli interessi dell’Italia” conclude il rappresentante della Camera di Commercio Italo-Americana.
IL COMMENTO DI ANDREA GILLI
Secondo Andrea Gilli, esperto di strategia militare e docente all’Università di St Andrews in Scozia, il governo avrebbe potuto comunicare meglio le ragioni della sostituzione di Cingolani, ma risultano poco fondate le ricostruzioni secondo cui il cambio ai vertici sarebbe avvenuto per pressioni degli Stati Uniti. In particolare, il progetto Michelangelo Dome viene descritto come un’iniziativa ancora priva di adesioni concrete e senza massa critica comparabile ad altri programmi europei già avviati, mentre il caccia di sesta generazione Gcap non rappresenterebbe una minaccia immediata per l’F-35. Più che pressioni politiche dirette, il rapporto con Washington andrebbe letto alla luce della rilevanza strutturale del mercato americano per Leonardo, anche attraverso la controllata Leonardo Drs, asset considerato centrale per l’equilibrio industriale e finanziario del gruppo.
“Sotto Cingolani Leonardo ha avuto una performance molto positiva, superiore all’indice di riferimento. Non è solo merito suo, ma certamente è anche merito suo” osserva oggi su X il professor Gilli. “Nessuno può criticarmi di anti-capitalismo, ma credo qui sia necessario chiarire un punto essenziale. Il governo deve massimizzare il ritorno sugli investimenti o fare gli interessi strategici del Paese? Nel primo caso, il governo sarebbe una sorta di fondo di investimento. Nel secondo, deve mettere la sicurezza nazionale prima dei ritorni economici. Io non ho modo di valutare nel dettaglio le politiche dell’attuale governo, ma capiamoci su cosa significhi massimizzare il ritorno nel settore difesa: in astratto, vorrebbe dire espandere le vendite anche verso attori problematici, inclusi potenziali avversari, che potrebbero poi utilizzarle contro di noi” ha chiosato l’esperto.
L’ANALISI DI MARRONE (IAI)
Sulla medesima posizione anche Alessandro Marrone, responsabile del programma “Difesa, sicurezza e spazio” dello IAI. Raggiunto da Startmag, Marrone spiega che quello in cui opera Leonardo è un “settore che deve rispondere direttamente all’esigenza delle forze armate, della sicurezza nazionale e anche ad alcuni orientamenti di fondo della politica estera e di difesa italiana che sono anche abbastanza bipartisan nei vari cerchi europeo, transatlantico e del Mediterraneo Allargato, che quindi influenzano alcune scelte”.
L’esperto dello Iai ribadisce che si tratta di “una scelta comunque politica quella di non vendere ad acquirenti o non avviare partnership con stati che si considerano ostili o che diventano ostili nel tempo. O comunque ci sono scelte di fondo riguardo a questo equilibrio europeo, transatlantico e mediterraneo se accentuare ad esempio in questa fase storica maggiormente il cerchio europeo, visto le tensioni transatlantiche e anche iniziative Ue nel campo della difesa”. In conclusione siamo di fronte a “un equilibrio che non è bianco e nero può essere un po’ superficiale e ricondurre a dinamiche personali, è un fatto strutturale: Leonardo è sia un’azienda privata sia una partecipata pubblica, nel settore direttamente legato alla sicurezza nazionale che è l’aerospazio, sicurezza e difesa” conclude Marrone.





