Washington e Parigi non sono mai andati troppo d’accordo, men che meno con Donald Trump alla Casa Bianca. E pure a livello aziendale si avverte ora la medesima tensione, con una causa dal contenuto improbabile eppure carica di significato. Tesla, che in patria dovrà comparire davanti a un giudice per fugare ogni dubbio su di un presunto pregiudizio anti-americano nelle assunzioni e persino nei licenziamenti, ha infatti deciso di trascinare in giudizio presso il Trademark Trial and Appeal Board (l’ufficio statunitense sulle controversie sui marchi), l’Unibev, grossista francese di bevande responsabile di avere registrato il marchio Cybercab, lo stesso che l’azienda di Elon Musk ha depositato per i suoi robotaxi.
Per l’uomo più ricco del mondo uno scherzo del destino in piena regola: si ricorderà infatti che Musk tentò di registrare il termine “robotaxi” ma la sua richiesta venne respinto dal momento che è un troppo generico e già usato per individuare una intera categoria di servizi (auto a guida autonoma adibita al trasporto di persone) e non poteva dunque diventare proprietà di un’unica azienda a discapito di tutte le altre che avrebbero dovuto pagare l’azienda texana per sfruttarlo. Ora è invece Tesla stessa a muoversi chiedendo la tutela del secondo nome scelto per le sue auto: il documento, visionato per prima dalla testata online Electrek, accusa la controparte francese di frode, malafede e diluizione del marchio.
LE PROVE PORTATE DA TESLA CONTRO UNIBEV
Secondo la documentazione depositata, Unibev avrebbe dichiarato all’ufficio marchi che nessun’altra entità utilizzava “cyber”, “cab” o “cyber cab” in relazione a prodotti simili. Tesla sostiene che questa affermazione fosse consapevolmente falsa, poiché l’azienda aveva già presentato il Cybercab al suo evento “We, Robot” nell’ottobre 2024 e il nome era stato ampiamente riportato dai media globali, sebbene come si dettaglierà a breve Tesla non avesse presentato la relativa richiesta di registrazione all’epoca. Tra le prove prodotte il fatto che il titolare della società citata in giudizio, Jean-Louis Lentali, seguirebbe personalmente Elon Musk, Kimbal Musk, Maye Musk e SpaceX sui social media: per l’azienda texana, insomma, Unibev non poteva non sapere dell’esistenza di un Cybercab già sfruttato da Tesla.
E poco importa se Unibev operi in tutt’altro campo e Lentali non abbia almeno in apparenza alcun trascorso nella produzione, vendita o commercializzazione di veicoli di alcun tipo. Anzi, proprio per queste ragioni Tesla sostiene che ci si troverebbe di fronte a una operazione di sfruttamento abusivo di marchi da manuale: depositare un marchio famoso in una categoria di prodotti in cui non si ha mai intenzione di entrare solo per estorcere il pagamento al legittimo proprietario.
IL PRECEDENTE DELLA TESLAQUILA
Anche perché l’azienda non sarebbe nuova a operazioni al limite del lecito: dalla “Teslaquila“, tequila per qualche strano motivo collegata al nome e al volto del fisico serbo Nikola Tesla, all’istanza di registrazione del marchio “Cyberquad”, che Tesla ritiene voglia richiamare il suo Cybercab.
DAVIDE HA FREGATO IL GIGANTE GOLIA?
Unibev ha depositato per la prima volta il marchio “Cybercab” in Francia il 29 aprile 2024, mesi prima dell’evento di presentazione di Tesla a ottobre e fatto domanda presso l’Uspto il 28 ottobre 2024, circa due settimane dopo la presentazione del veicolo da parte di Tesla, ma – ed è il fatto eccezionale – comunque prima che l’azienda di Elon Musk presentasse la propria domanda, giunta all’ufficio brevetti solo nel novembre 2024.
In base alle regole internazionali Unibev ha dunque da parte sua un vantaggio significativo che le è dato dalla prima registrazione nazionale. Tesla dal canto suo dovrà giocare in attacco, dimostrando che l’azienda francese sapesse e ha agito solo col fine di ottenere dalla realtà guidata da Musk un accordo economico.
Certo è che se le lamentele di Tesla fossero provate, inclusa la malafede della controparte d’Oltralpe Unibev, sorprenderebbe osservare che tale situazione sia stata creata con un imprevedibile concorso di colpa dal reparto legale dell’azienda texana che ha registrato con notevole ritardo il marchio, persino dopo la presentazione mondiale del servizio.







