Il 15 luglio l’Europa presenterà l’Electrification Action Plan, ovvero la risposta del Vecchio continente alla crisi energetica innescata dal conflitto USA-Israele all’Iran. Si temeva arrivasse persino tardi sulla fine del conflitto mediorientale mentre ora c’è il serio pericolo che non sia sufficiente, dal momento che Washington e Teheran sono ben lontane dalla pace come dimostrano i bombardamenti delle ultime ore.
I costruttori di automobili del Vecchio continente, comunque, intendono approfittare dell’occasione per modificare il Clean Industrial Deal State Aid Framework (Cisaf). Secondo la categoria, la politica dovrebbe preoccuparsi di consentire il sostegno sulla base della produzione effettiva.
COSA CHIEDONO (ANCORA) I COSTRUTTORI DI AUTO A BRUXELLES
Il titolo della lettera siglata non solo da Stellantis, Volkswagen e Mercedes ma pure da investitori, organizzazioni della società civile e associazioni green (come Transport & Environment) è inequivocabile: “Aprire gli aiuti di Stato alla produzione di tecnologie pulite per raggiungere i target di elettrificazione”.
La perdita di competitività rispetto alle auto made in China e la poca lungimiranza degli industriali su elettrificazione e hi-tech – due aspetti che paiono indispensabili per essere competitivi oggigiorno nel Paese del Dragone che assurge a diventare il primo mercato automobilistico al mondo – sta mostrando agli europei che una fabbrica su tre è ormai di troppo, nel Vecchio continente.
I volumi continuano a diminuire e ciò che fin qua s’è chiamata crisi potrebbe presto diventare una nuova normalità dal momento che alla perdita di terreno in Cina si aggiunge ora il pericolo rappresentato dalle auto cinesi, proposte a prezzi sfidanti, in arrivo sulle strade del Vecchio continente. Per i costruttori europei, insomma, il barometro indica che i segnali per una tempesta perfetta potrebbero esserci tutti. Volkswagen ne è la rappresentazione plastica: secondo fonti di stampa il Gruppo potrebbe essere costretto a dover dimagrire il proprio organico fino a 100mila unità, chiudendo anche diversi impianti in Germania.
Ma pure Stellantis ha ammesso che occorrerà diminuire i volumi in Europa. E le avvisaglie che arrivano da Mercedes non rincuorano certo. Da qui l’esigenza di tirare per la giacca il legislatore comunitario e chiedere aiuto. Del resto – occorre ammetterlo – pure al di là dell’Atlantico Donald Trump sta intervenendo almeno per scudare i marchi americani dalla concorrenza cinese, evitando alle vetture made in China di approdare negli Usa.
STELLANTIS, VW E MERCEDES CHIEDONO UNA RETROMARCIA SUL DIVIETO DEGLI AIUTI DI STATO
Per Stellantis, Volkswagen e Mercedes è ormai anacronistico vietare gli aiuti di Stato nel 2026 dato che, è la ratio della loro missiva, quei paletti furono fissati in un periodo storico ed economico molto diverso in cui anzitutto i Paesi membri dovevano tutelare le proprie aziende dalla concorrenza interna all’Unione, mentre oggi la vera pressione è tutta extra Ue.
Da qui la richiesta del mondo dell’auto al legislatore di prevedere meccanismi premiali strutturati in base al volume di kWh di cella per le batterie, kg di idrogeno rinnovabile, Watt di moduli solare o inverter, km di cavi ad alta tensione. Chi produce di più insomma avrà più aiuti. Aiuti che però rischiano di andare a vantaggio pure dei marchi cinesi dal momento che stanno aprendo sempre più hub su suolo europeo, arrivando a rilevare quelli lasciati da marchi autoctoni storici o decidendo di convivere con questi ultimi nelle stesse fabbriche oggi tristemente sottodimensionate.






