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Bmw

Perché il Senato Usa tampona Bmw

Con la pubblicazione del report del Senato americano è venuto alla luce l'ultimo pezzo della storia rivelata dal Financial Times sulle migliaia di vetture europee (tra cui le tedesche Porsche, Bmw e Audi e la britannica Bentley) rimaste bloccate nei porti statunitensi.

La guerra che gli americani intendono combattere con Pechino nel settore automotive finisce inevitabilmente per coinvolgere anche i marchi tedeschi, che più di tutti hanno tessuto stretti rapporti con le Case automobilistiche cinesi, tanto da arrivare a bloccare ogni proposta della Ue di imporre dazi alle vetture elettriche in arrivo dal Dragone. La Casa Bianca ha invece appena imposto dazi del 102% sulle auto elettriche, del 25% sulle batterie al litio e del 50% su chip e pannelli solari in arrivo dalla Cina. E non farà sconti a tutti gli altri marchi Occidentali troppo legati alla Cina. È per questo motivo che il Senato statunitense ha tamponato Bmw.

BMW HA VIOLATO LA LEGGE A TUTELA GLI UIGURI?

La Commissione finanze del Senato accusa Bmw  di aver importato sul mercato statunitense almeno 8 mila Mini Cooper in violazione del Uyghur Forced Labor Prevention Act, la normativa emanata nel 2021 per bloccare l’importazione di beni da aziende cinesi sospettate di sfruttare il lavoro della minoranza etnica degli Uiguri.

Una normativa discussa – dato che per molti osservatori il fine nobile servirebbe solo a scudare le imprese statunitensi dall’arrivo in patria di prodotti a basso costo cinesi – che ha già fatto molte vittime illustri, anche tra i marchi americani.

LE ACCUSE DEL SENATO USA A BMW

Secondo il rapporto stilato dallo staff del presidente Ron Wyden, senatore dell’Oregon, il gruppo bavarese avrebbe montato a bordo delle proprie vetture un componente elettronico (un trasformatore Lan) prodotto dalla Sichuan Jingweida Technology Group (Jwd), azienda che lo scorso dicembre è stata inserita dagli Usa nella lista nera delle realtà che non possono commerciare con gli States.

UNA FILIERA SEMPRE PIÙ COMPLESSA E GLOBALIZZATA

I cinesi di Jwd, però, non risultano tra i fornitori diretti dei tedeschi di Bmw, come ha dovuto ammettere la Commissione del Senato Usa: i componenti incriminati provengono infatti da un’altra realtà, che per un amaro scherzo del destino è statunitense, ovvero la californiana Bourns. Ma nemmeno Bourns risulta la diretta intermediaria tra Bmw e Jwd, avendoli forniti alla multinazionale Lear che, nel proprio portfolio, oltre ai bavaresi ha anche altri costruttori del Vecchio continente come Jaguar Land Rover, Volkswagen o Volvo.

Non si tratta – perdonerete il gioco di parole – di scatole cinesi: ovvero di un elaborato sistema elaborato proprio per eludere i controlli e interrompere ogni collegamento diretto tra le aziende che hanno il divieto di esportare negli Usa e quelle che invece possono. E’ semplicemente la filiera dell’auto, nella sua complessità. Occorre inoltre sottolineare che il divieto alla Jwd è stato imposto all’improvviso, dunque non è facile per le aziende interrompere ogni rapporto dall’oggi al domani.

COME SI SONO COMPORTATI ALTRI MARCHI EUROPEI

Quel che è certo è che quando, all’inizio di gennaio, la Lear è stata informata della violazione dalla Bourns, ha immediatamente avvisato i propri clienti. Il rapporto del Senato, però, accusa Bmw di non essersi mossa altrettanto tempestivamente e di aver continuato a utilizzare le componenti vietate fino ad aprile. Anche Jaguar Land Rover, per esempio, ha importato pezzi di ricambio con componenti Jwd dopo dicembre, ma li ha immediatamente bloccati nei magazzini assicurandosi che non giungessero sul mercato americano.

Volvo, che pure è in mano dei cinesi di Geely, si sarebbe dimostrata maggiormente reattiva e attenta, avendo testato i trasformatori per un programma di sviluppo di un veicolo non ancora in produzione ma escludendo di averli utilizzati per le auto destinate al commercio.

BMW REPLICA AL SENATO USA

Da Monaco di Baviera si difendono ribadendo ai membri della Commissione della Camera Alta di avere “adottato le misure necessarie per fermare l’importazione dei prodotti interessati” e di voler procedere con la sostituzione delle parti anche nel rispetto degli standard interni in materia di lavoro e diritti umani.

Si tratta dell’ultimo tassello alla storia raccontata in febbraio dal Financial Times che per primo aveva dato notizia di migliaia di vetture europee, tra cui le tedesche Porsche e Audi e la britannica Bentley, rimaste bloccate alla dogana, nei porti statunitensi, dopo che un fornitore della casa madre, ovvero il gruppo automobilistico Volkswagen (che com’è noto ha sempre fatto e continua a fare ottimi affari in Cina), aveva trovato un sottocomponente nei veicoli vietato negli States in forza di una legge contro il lavoro forzato. Quel componente arrivava proprio da Jwd.

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